Sono oltre 50 nel Mondo, e sono utilizzati da più di 2 milioni di società con un tesoro stimato in circa 32.000 miliardi di dollari
I paradisi fiscali offrono la possibilità di eludere o evadere le tasse spesso fornendo anche vantaggi commerciali, economici e legali. Sono ben conosciuti dalla grande finanza e da molti operatori economici. L’Unione europea dal 2017 pubblica la “black list” dei Paesi che non rispettano gli standard internazionali in materia di trasparenza fiscale ed equità della tassazione.
La lista che inizialmente riguardava 17 Stati viene aggiornata ogni anno dai ministri dell’Ecofin e per il 2024 è stata ridotta a soli 12. Va detto che ci sono molte e forti polemiche in merito ai criteri con i quali vengono composte queste liste. Secondo la Tax Justice Network (società indipendente creata sotto l’egida del Parlamento britannico) in realtà i paradisi fiscali sparsi in tutto il Mondo sarebbero oltre 50. Sono utilizzati da più di 2 milioni di società e custodiscono un tesoro calcolato in circa 32.000 miliardi di dollari in continua crescita. Si stima, inoltre, che le mancate tasse per i Paesi di origine ammontino ad almeno 500 miliardi di dollari all’anno.
La geografia dei paradisi fiscali
Si tenga presente che non esiste un modello unico ma ogni paradiso fiscale si è specializzato in alcune operazioni per soddisfare una parte del gigantesco mercato della segretezza, dell’evasione fiscale, del riciclaggio, del non rispetto e dell’aggiramento delle normative. Le Isole Cayman, ad esempio, sono un paradiso fiscale per gli hedge funds, fondi speculativi, il cui obiettivo è la ricerca di forti profitti con operazioni ad alto rischio in qualunque settore, dalle valute ai derivati fino alle materie prime.
Così come le Bahamas lo possono essere per le società di assicurazione mentre la City di Londra è uno dei luoghi ideali per effettuare molte operazioni finanziarie visti i legami
particolari con diversi paradisi fiscali come le British Virgin Islands dove sono registrate circa 500.000 imprese veicolo (società di comodo) mentre gli abitanti di queste Isole sono solo circa 27.000. Ma all’interno della stessa Unione europea esistono molte situazioni che sembrano presentare profili di evidente incompatibilità con le politiche di trasparenza finanziaria. È il caso dell’Olanda, che prevede l’esistenza di società che offrono grandi vantaggi alle imprese multinazionali. Sorprendente è anche ciò che avviene nel piccolo Stato del Lussemburgo che è la seconda piazza finanziaria globale per attrazione di fondi di investimento e per la loro distribuzione.
Gli interventi dell’Ocse
Per combattere questo fenomeno, già dal 2012, i Paesi del G20 decisero di affidare la promozione di una campagna di isolamento e di condizionamento dei paradisi fiscali all’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi. L’incarico prevedeva di affrontare, in modo deciso, il problema della lotta all’elusione ed evasione fiscale chiedendo trasparenza sui conti e mettendo a punto precise norme nazionali e sovranazionali per eliminare queste piaghe strettamente collegate tra loro. Ma l’Ocse, anche con tutta la buona volontà e il prestigio di cui gode, non è in grado di imporre e tanto meno di far rispettare delle regole in tutto il Mondo. E infatti le pur lodevoli operazioni intraprese non hanno portato a nessuna possibilità di sbocchi concreti.
Le azioni del ICIJ
Fortunatamente nella società civile cominciano finalmente a manifestarsi delle reazioni contro i paradisi fiscali. Nell’aprile del 2013 il Consorzio internazionale dei giornalisti di
inchiesta (ICIJ) di Washington, che ne riunisce 290 investigativi attivi in 105 Paesi, ha comunicato attraverso il suo direttore esecutivo Gerard Ryle di essere in possesso di un “hard disk” contenente 2,5 milioni di documenti archiviati presso vari paradisi fiscali con i nomi e le attività di circa 120.000 società “offshore” e con l’identità di 130.000 titolari di conti cifrati e di essere in possesso di documenti relativi alle attività di molte banche e delle loro società di comodo (veicoli). Nei documenti pubblicati dal consorzio nel 2016 i cosiddetti “Panama Papers”, la rete delle società di comodo arriva a coinvolgere circa 214 mila soggetti con oltre 11 milioni di file relativi anche a capi di Stato, celebrità internazionali e rappresentanti del ghota economico-finanziario mondiale.
Eludere le tasse
Nel novembre 2017 e nel 2021 con i “Paradise Papers” diffusi altri 13,4 milioni di file segreti su enormi flussi di denaro. È da tener presente che formalmente nessuno avrebbe frodato ma tutti avrebbero sfruttato la globalizzazione per eludere le tasse attraverso sofisticati sistemi della cosiddetta “ottimizzazione fiscale”. Si tratta di un numero impressionante di dati che resi progressivamente pubblici possono favorire una maggiore giustizia sociale. Lo si è sempre pensato e/o saputo, ma ora è drammaticamente dimostrato che chi ha di più paga di meno in barba a chi avendo poco è costretto a pagare troppo, anche per colpa loro. Lo scandalo è ampiamente emerso ma i governanti sembrano incapaci di reagire. Per ora dobbiamo constatare che sono soprattutto dei privati con le loro ricerche a fare ciò che gli Stati dopo anni di convegni, di studi e di promesse non sono mai riusciti a fare.
È una ulteriore dimostrazione che è necessario, anzi è indispensabile e non più rinviabile, rendere operative delle istituzioni internazionali sovrastatali gestite secondo i principi della democrazia cosmopolita. Istituzioni che oltre a mettere fuori legge i paradisi fiscali potrebbero introdurre delle norme cogenti, a livello globale, come, ad esempio, quella dell’obbligo di rendicontazione sulle transazioni internazionali già collaudata con successo in vari Paesi.
La Global Tobin Tax
Questo dimostra che gli strumenti giuridici e finanziari esistono già. Un solo esempio può essere sufficiente a comprendere quanto si doveva fare e non è stato fatto. Si tratta della “Tobin Tax” che da anni si ritiene necessario applicare nell’interesse generale ma che non
è mai stato possibile imporre a livello globale. La Tobin Tax, dal nome del Nobel per l’economia James Tobin che la propose nel 1972, prevede di tassare tutte le transazioni sui mercati finanziari e valutari per stabilizzarli penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine e contemporaneamente per procurare entrate da destinare alla comunità internazionale. In Francia, su iniziativa del mensile Le Monde Diplomatique è nata “Attac” Associazione per la tassazione sulle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini, che, con 150 Comitati diffusi in oltre 50 Paesi, ha proposto la necessità di adottare la Tobin Tax a livello internazionale.
Poiché, come già sperimentato, è praticamente impossibile che questa tassa venga introdotta in un solo Paese o in un numero limitato, in quanto gli investitori si sposterebbero in massa verso i mercati che non la prevedono, è quindi necessario che sia imposta e gestita da un’istituzione internazionale – sovrastatale democratica, come una tassa globale da rendere obbligatoria in tutti i mercati finanziari nei quali queste transazioni hanno luogo. Una tassazione globale uniformerebbe questo enorme mercato riducendo, in parte, alcune forme di speculazione e soprattutto l’evasione fiscale e potrebbe essere concretamente implementata attraverso un “Istituto internazionale di controllo sulle transazioni finanziarie” sotto l’egida dell’Onu per mezzo di un registro fiscale internazionale. Se desideriamo maggiore giustizia sociale queste proposte non devono essere intese come utopiche ma prese in seria considerazione.
Orazio Parisotto
Foto © Sabrina Pignedoli, European Union, Fortune Italia, ICIJ, Il Sole 24ore













