Coltivare una cultura di pace

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Pace

In occasione delle celebrazioni della Giornata mondiale per la pace indetta dalle Nazioni Unite dobbiamo ricordarci che oggi sono in corso oltre 70 conflitti nel Mondo

Quest’anno la Giornata internazionale per la pace che si celebra oggi 21 settembre coincide con il 25° anniversario dell’adozione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della dichiarazione e del programma di azione per una cultura di pace. Il documento ha riconosciuto che la pace “non è solo assenza di conflitto, ma richiede anche un processo partecipativo positivo e dinamico in cui il dialogo è incoraggiato e i conflitti sono risolti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione”.

In un Mondo in cui dobbiamo affrontare crescenti tensioni geopolitiche e conflitti prolungati è importante ricordare i valori necessari per una cultura di pace che includono: rispetto per la vita; diritti umani e libertà fondamentali; promozione della non violenza attraverso l’istruzione, l’adesione alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, alla tolleranza, alla solidarietà, al pluralismo, alla diversità culturale. Nelle risoluzioni successive, l’Assemblea generale ha riconosciuto ulteriormente l’importanza di scegliere la via dei negoziati anziché quella dello scontro e di lavorare insieme e non gli uni contro gli altri. Non solo anche la Costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura UNESCO si apre con l’ammonimento che “le guerre iniziano nella mente degli uomini, quindi è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace“.

Se non vuoi la guerra prepara la pace

Purtroppo si deve tristemente constatare che al di là della affermazione di questi sacrosanti principi, il nostro Mondo continua ad essere afflitto da conflitti e intolleranza con un numero crescente di rifugiati e sfollati in un contesto globale ostile e inospitale che li circonda. È lecito quindi porci la domanda “Che cos’è la cultura della pace e come si può concretamente implementare“. Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, innumerevoli conflitti hanno continuato a creare milioni di morti e distruzione in circa 70 Paesi del Pianeta fino ad arrivare a quelle in Ucraina e in Medio Oriente, prefigurando scenari che pensavamo ormai relegati per sempre negli archivi della storia del ‘900. Bisogna allora domandarsi dove sia finita la grande diplomazia con la capacità di prevenire e risolvere i conflitti.

Oggi siamo solo capaci di rispondere alla guerra con la guerra o con le sanzioni. Noi cittadini vogliamo la pace senza essere condizionati dalle parti contrapposte che, per gli interessi di pochi, ci fanno essere nemici dei nostri fratelli, inducono giovani a uccidere altri giovani. Siamo ancora tragicamente al: “Se vuoi la Pace prepara la guerra” il che significa osservare ancora il deplorevole principio di deterrenza che é alla base della “legge del più forte”. Il nuovo paradigma dovrebbe invece essere: “Se non vuoi la guerra prepara la Pace”. In questi momenti così drammatici servirebbe la lungimiranza e il pragmatismo di una delle figure più rappresentative della diplomazia italiana: l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci scomparso due anni fa all’età di 90 anni.

Lungimirante

Le sue straordinarie capacità culturali e operative lo hanno reso celebre e apprezzato a livello internazionale quando dal 1993 al 1999 ha svolto il delicatissimo ruolo di rappresentante permanente dell’Italia all’Onu. È stato un grande servitore dello Stato che ha saputo rivalutare e rilanciare la nostra Nazione agli occhi del Mondo. Nel corso della sua lunga carriera ha condotto una battaglia diplomatica per riformare l’Organizzazione del Palazzo di Vetro, riunendo un gran numero di Paesi nel cosiddetto “Coffee Club” con lo scopo di mantenere viva l’attenzione sulla necessità di maggior democrazia nelle Nazioni Unite e più in generale nelle Istituzioni internazionali.

Sulla spinta della sua attività diplomatica il Governo italiano presentò un “Progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza” che poteva rappresentare un passo in avanti verso la democratizzazione di questo importante Istituto poiché prevedeva la creazione di nuovi seggi destinati a una rotazione più frequente e regolare da parte di Nazioni dotate della capacità e della volontà politica di assicurare un contributo particolarmente qualificato al raggiungimento della pace e della sicurezza internazionale.

Secondo Fulci i quattro maggiori fattori per avere successo nella diplomazia multilaterale erano: «avere idee, propositi, traguardi molto chiari ma anche fantasia, pragmatismo e coraggio; potersi avvalere di un team altamente qualificato motivato e soprattutto affiatato; riuscire a intrecciare solide alleanze con altri Paesi specie i più piccoli e i più poveri. E infine ottenere il sostegno del mondo politico, dei media e dell’opinione pubblica nazionale quando si combattono battaglie sacrosante». È un vero e proprio manifesto della diplomazia lasciato in eredità alle nuove generazioni.

Il ruolo della società civile

Ma dobbiamo amaramente constatare che i suoi insegnamenti e la sua visione di un mondo basato sul confronto delle idee e sul rispetto degli avversari sono stati negli ultimi anni generalmente disattesi. La strada da percorrere era stata chiaramente indicata: non disperdiamo quella preziosa esperienza di umanità e di competenza che ha fatto riemergere, con la forza del dialogo, l’orgoglio italiano.

Rendiamoci conto che questo caos socio politico, economico finanziario e militare al quale assistiamo quasi impotenti può finire solo se, attraverso una vera collaborazione multilaterale, finirà il confronto-scontro tra i 200 Stati nazionali, sovrani e armati e si Pacecreeranno finalmente nuove istituzioni sovranazionali democratiche, capaci di operare nell’interesse dell’uomo cittadino del Mondo. Il Dalai Lama ci ricorda che: «La Storia dimostra che la violenza genera violenza e di rado risolve i problemi. In compenso crea sofferenze abissali. È anche evidente che, persino quando sembra giusta e logica per porre fine ai conflitti, non si può mai sapere se invece di spegnere un fuoco non stiamo appiccando un incendio”.

Per raggiungere questi obiettivi andrebbe rilanciato e rafforzato il ruolo della società civile. E invece ci accorgiamo che sono lasciate sole, con assurda indifferenza, le associazioni impegnate ad anteporre a ogni costo la diplomazia ai conflitti armati, alle guerre, così come le associazioni che da sempre si battono per la Pace. Gli operatori di pace nel Mondo sono circa 800 milioni attivi in tutti i Continenti ma ancora divisi in migliaia di organizzazioni che agendo in modo scoordinato e autonomo non riescono ad avere voce in capitolo in merito alle grandi problematiche che assillano l’umanità. Qualcosa fortunatamente si sta muovendo.

Operatori di pace

Un incoraggiante segnale di speranza arriva dalla nascita di un grande progetto internazionale che prevede la realizzazione di una community degli operatori di pace (www.unitedpeacers.it) per favorire una reale cooperazione ed elaborare proposte da presentare, con la forza dei grandi numeri, alle Istituzioni nazionali e internazionali per far si che vengano affrontate quelle emergenze planetarie che nessuno Stato, nessun organismo o associazione può risolvere da solo perché è evidente che le sfide che l’intera umanità ha di fronte sono enormi. Il progetto della community internazionale fa riferimento a un testo guida per operatori di Pace che parte proprio dalla cultura, cultura della non violenza, cultura della Pace per proporre nuove vie d’uscita per avviare un nuovo umanesimo basato sulla solidarietà e la collaborazione internazionale.

È ormai da tempo in atto una transizione verso una nuova società ipertecnologica. Questa fase di passaggio sarà particolarmente dura, piena di innovazioni e conflitti ai più diversi livelli, in molti luoghi e per un periodo di qualche decennio. D’altra parte dobbiamo ricordarci che la transizione dalla civiltà agricola a quella industriale, ormai superata, determinò una successione impressionante di rivolte, carestie, migrazioni forzate, colpi di Stato e calamità varie. Oggi i cambiamenti sono ancor più radicali, i tempi a disposizione minori, la velocità maggiore, i pericoli ancora più grandi. Per pilotare pacificamente queste trasformazioni dobbiamo ragionare con altri paradigmi perché, come diceva Albert Einstein: «Se l’umanità deve sopravvivere avremo bisogno di un vero e proprio nuovo modo di pensare. I problemi non si possono risolvere con lo stesso livello di pensiero con il quale sono creati».

 

Orazio Parisotto

Foto © United Nations, Unipax

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Orazio Parisotto
Studioso di scienze umane e dei diritti fondamentali, è fondatore e presidente di Unipax, Ngo associata all’UN/Dgc Department of Global Communications delle Nazioni Unite e all’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile - Agenda 2030 dell’Onu. Già consigliere-administrateur al Parlamento europeo è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sull’Ue, i diritti dell’uomo e la pace. Su questi temi ha realizzato progetti educativi multimediali su piattaforme digitali (web giornali radio, web tv e strumenti didattici in e-learning), in collaborazione con l’Unione europea e ha promosso il “Progetto pilota di Educazione Civica per un Nuovo Umanesimo” per le scuole superiori. Scrive come editorialista su varie testate specializzate in relazioni internazionali e ha un Blog su geopolitica e diritti umani. È coordinatore del Comitato Promotore del Progetto United Peacers - The World Community for a New Humanism ed è membro del Comitato Scientifico dell'Università Internazionale per la Pace

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