Intervista al docente, giornalista e saggista che incarna un modello di intellettuale che oggi è quanto mai necessario
Figura poliedrica nel panorama accademico italiano, Daniele Gallo, unisce alla sua attività di direttore didattico, giornalista e saggista una profonda vocazione educativa. Attualmente docente di sociologia dei processi comunicativi e culturali e di lingua e letteratura italiana presso la scuola superiore per mediatori linguistici “P.M. Loria” della Società umanitaria di Milano, si distingue per un approccio didattico fondato sulla relazione, sulla conoscenza critica e sull’apertura all’alterità. Autore di numerosi saggi pubblicati dal Gruppo editoriale Viator, tra cui “Informazione e verità”, “Psico-sociologia dell’atto comunicativo” e “Riconoscere e ospitare l’alterità”, ha sempre posto al centro della sua riflessione il valore della parola, il potere della comunicazione e la funzione sociale della cultura.
In questa intervista, ci accompagna in un viaggio attraverso i temi cardine del suo pensiero: l’importanza della letteratura come strumento di lettura del reale, la comunicazione come atto relazionale e la formazione come motore di trasformazione personale e collettiva.
Professor Gallo, come descriverebbe il suo approccio all’insegnamento?
«Il mio approccio è fortemente ispirato all’idea di educazione come costruzione di senso e relazione. La didattica, per me, è un mezzo per alimentare consapevolezza, coltivare il pensiero critico e offrire agli studenti strumenti per comprendere il mondo in cui vivono.
L’insegnamento non deve mai ridursi alla mera trasmissione di nozioni: deve essere un incontro, un’esperienza trasformativa».
Insegna due discipline molto significative. Quali sono gli obiettivi principali di questi corsi?
«Per quanto riguarda la sociologia della comunicazione, cerco di trasmettere agli studenti una visione articolata del mondo relazionale in cui siamo immersi, mettendo al centro il valore della diversità culturale e la necessità di una comunicazione autentica e rispettosa. Il corso mira a costruire una professionalità fondata sulla comprensione del pluralismo, della comunicazione interculturale e delle dinamiche valoriali dell’incontro con l’altro».
«Nel corso di lingua e letteratura italiana, invece, porto gli studenti a esplorare le radici culturali del nostro presente attraverso un viaggio nel Novecento letterario. Dal Neorealismo alla contemporaneità, la letteratura diventa così un ponte tra storia, linguaggio e coscienza sociale. E non meno importante è il lavoro sul sistema linguistico, che permette agli studenti di affinare il loro uso della lingua scritta e parlata, indispensabile per qualsiasi ambito professionale».
Lei ha pubblicato numerose opere. C’è un filo conduttore tra i suoi saggi?
«Direi che il filo conduttore è la ricerca del significato e la tensione etica che attraversa ogni forma di comunicazione. In “Informazione e verità” ho cercato di interrogarmi sul rapporto tra il comunicare e il riconoscere l’altro.
In “Tradurre e non tradire” e “Riconoscere e ospitare l’alterità”, invece, ho esplorato il tema della traduzione come atto di mediazione culturale e apertura all’alterità. Ogni testo è un’occasione per indagare il rapporto tra parola, verità e responsabilità».
La sua attività si svolge all’interno della Società umanitaria, una delle istituzioni più antiche e prestigiose del Paese. Qual è il significato di far parte di questa realtà?
«L’Umanitaria rappresenta un luogo di formazione, cultura e impegno sociale unico in Italia. Nata nel 1893 con l’obiettivo di offrire istruzione e opportunità ai diseredati, oggi è un punto di riferimento per chi crede in un’educazione capace di trasformare le vite. La scuola per mediatori linguistici “P.M. Loria” si inserisce in questa tradizione di eccellenza e innovazione pedagogica, portando avanti l’idea che la conoscenza sia uno strumento di emancipazione».
Come vede il futuro della comunicazione interculturale e della mediazione linguistica?
«Lo vedo come un territorio di responsabilità e speranza. Viviamo in società sempre più complesse e interconnesse. La mediazione linguistica non è solo una competenza tecnica, ma una pratica culturale e sociale. Dobbiamo formare professionisti consapevoli che sappiano leggere la complessità, ascoltare le differenze e costruire ponti».
Incontrare Daniele Gallo non è semplicemente dialogare con un docente o intervistare un saggista: è entrare in uno spazio di pensiero dove ogni parola è scelta con cura, ogni concetto nasce da un ascolto profondo della realtà. C’è qualcosa di raro nella sua capacità di tenere insieme rigore accademico e umanità, teoria e vissuto, sapere e coscienza etica. La sua figura incarna un modello di intellettuale che oggi è quanto mai necessario: colui che non si limita a spiegare il Mondo, ma che si assume la responsabilità di renderlo comprensibile e abitabile. Attraverso la sua riflessione sulla comunicazione, sulla lingua e sulla letteratura, Gallo ci ricorda che formare non significa semplicemente informare, ma generare visione, relazione e responsabilità.
C’è una pedagogia del rispetto che attraversa le sue parole e che invita a riconoscere l’altro, a ospitarlo, a farne parte della propria narrazione. Forse è proprio questa la sua eredità più forte: l’idea che la cultura sia prima di tutto un atto di accoglienza.
Ilaria Solazzo
Foto © Gruppo Editoriale Viator













