Paul Keating fu il primo esponente del Governo australiano a riconoscere che la discriminazione nacque dall’ignoranza e dai pregiudizi
Ogni 26 maggio, in Australia si celebra il “National Sorry Day”, una giornata per ricordare e riconoscere il modo ingiusto in cui gli Aboriginal e i Torres Strait Islander sono stati trattati: portati via con la forza dalle loro famiglie e comunità. Oggi queste persone sono conosciute come le “Stolen Generations”, cioè le “generazioni rubate” e rappresentano uno dei periodi più bui della storia australiana.
Perdita di cultura e comunità
Dalla metà del 1800 fino agli anni ’70 del Novecento, migliaia di bambini aborigeni furono strappati alle loro famiglie a causa di politiche decise prima dai governi statali e poi dal federale. Il primo Stato a introdurre queste leggi fu il Victoria, negli anni 1860. Col tempo, misure simili furono adottate in tutti gli altri. I bambini venivano allontanati dalle loro famiglie, dalla cultura e dalla comunità, e molti non fecero mai più ritorno. Oggi quelli sopravvissuti sono chiamati “i bambini rubati”.
Molti di loro venivano presi direttamente dalla polizia, dalle case, oppure mentre andavano o tornavano da scuola. Erano poi mandati in istituti, oppure affidati o adottati da famiglie non indigene, sia in Australia che all’estero. In molti casi subirono abusi, maltrattamenti e furono completamente separati dalla loro cultura. Non potevano parlare la propria lingua e erano puniti se lo facevano. Le conseguenze di tutto questo si sentono ancora oggi.
Non si conosce il numero esatto dei bambini portati via, ma quasi nessuna famiglia
indigena fu risparmiata. In alcune furono portati via i più piccoli per tre o più generazioni. Questo ha spezzato legami profondi con la famiglia, la cultura e la spiritualità, lasciando ferite ancora aperte. Il tutto faceva parte di un progetto più ampio, collegato alla “White Australia Policy”, introdotta nel 1901, che voleva costruire un’Australia europea ed escludere le persone non bianche, in particolare immigrati asiatici e popolazioni indigene.
Trauma intergenerazionale
La Stolen Generation voleva cancellare l’identità indigena dall’interno, portando via i bambini per educarli secondo i valori occidentali, spesso in ambienti ostili e discriminatori. Tutto questo è il frutto di un razzismo istituzionale e sistemico, che considerava la cultura bianca superiore e quella indigena qualcosa da correggere o eliminare.
Oggi in Australia ci sono oltre 17.000 sopravvissuti della Stolen Generation. Più di un terzo di tutti gli Aboriginal e Torres Strait Islander discende da loro. In alcuni Stati, come il Western Australia, quasi la metà della popolazione indigena ha legami diretti con i bambini rubati. I figli, i nipoti e i pronipoti vivono spesso un forte senso di disconnessione dalla famiglia e dalla cultura, e soffrono di elevati livelli di stress. Questo ha generato un fenomeno chiamato trauma intergenerazionale, cioè un dolore che si trasmette da una generazione all’altra.
Una forma di genocidio
Il primo National Sorry Day si è tenuto il 26 maggio 1998, un anno dopo la pubblicazione del rapporto “Bringing Them Home”, presentato al Parlamento federale. Il rapporto fu il risultato di un’indagine nazionale partita grazie alla pressione di molte organizzazioni indigene, tra cui il Secretariat of National Aboriginal and Islander Child Care. Il documento affermò che le politiche che causarono la Stolen Generation possono essere considerate una forma di genocidio.
Negli anni ’90 ci fu un momento storico: il Redfern Park Speech del primo ministro, Paul Keating, pronunciato nel 1992.
Il discorso si tenne a Redfern, quartiere di Sydney abitato ancora oggi da molte persone aborigene. Keating sostenne chiaramente che i problemi degli aborigeni non iniziarono con loro, ma con gli australiani non aborigeni. Spiegò che tutto ebbe inizio nel 1788 con l’arrivo dei colonizzatori britannici, che portarono violenza, rubarono le terre, diffusero malattie, alcool, e portarono via i bambini. Disse che la discriminazione nacque dall’ignoranza e dai pregiudizi e che per troppo tempo nessuno aveva cercato di mettersi nei panni degli aborigeni per capire il loro dolore.
Quel discorso fu il primo in cui un primo ministro australiano riconobbe pubblicamente le ingiustizie subite dai popoli indigeni, inclusa la Stolen Generation. Fu un appello forte agli australiani bianchi per prendersi la responsabilità della propria storia.
Speranza
In un’intervista a The Guardian Australia, il giornalista aborigeno, Stan Grant, e la docente di legge, Larissa Behrendt, hanno ricordato quel momento. Grant affermò che fu la prima volta in cui sentì un primo ministro dire la verità, rompendo il silenzio della storia ufficiale. Le parole di Keating furono potenti perché semplici, sincere e piene di significato. Lo stesso giornalista nel suo libro “The Queen is dead” racconta l’esperienza di quante volte ha rischiato di essere rapito da bambino dalle autorità australiane di allora.
Anche Larissa Behrendt ha raccontato che quel discorso rappresentò una speranza. Sentire un primo ministro riconoscere pubblicamente le sofferenze del suo popolo fu emozionante, soprattutto dopo anni di silenzio.
Il discorso arrivò sei mesi dopo la sentenza “Mabo” della High Court australiana, che cancellò il concetto di terra nullius (cioè “terra di nessuno”). Fu una vittoria storica ottenuta grazie alla battaglia di Eddie Mabo, attivista Torres Strait Islander, che riuscì a dimostrare il legame del suo popolo con le Murray Island, abitate da generazioni.
La storia non va cancellata
Ancora oggi, nei media australiani, si ascoltano spesso le testimonianze dirette dei sopravvissuti e dei loro discendenti. Secondo quanto riportato da ABC News, il Governo
del Western Australia ha annunciato un programma di risarcimento per i sopravvissuti della Stolen Generation, con pagamenti fino a 85.000 dollari. Il premier Roger Cook ha dichiarato che nessuna somma potrà mai riparare il danno subito, ma questo è un passo importante per allinearsi agli altri Stati e riconoscere ufficialmente il dolore vissuto. Ha aggiunto che quel periodo rappresenta una pagina dolorosa e vergognosa della storia australiana, causa di svantaggi profondi e traumi ancora oggi presenti.
Guarire non vuol dire dimenticare, ma guardare in faccia la verità, rispettare chi ha sofferto e costruire insieme un futuro migliore. Bisogna parlarne apertamente, senza paura, senza nascondere nulla. I racconti dei sopravvissuti devono essere ascoltati, insegnati nelle scuole, raccontati nei media. La verità, anche se fa male, libera e aiuta a cambiare.
Bisogna ascoltare con rispetto
Chi ha vissuto quel trauma ha bisogno di essere creduto e accolto. Dare voce a queste persone significa riconoscerne la forza, la dignità e il coraggio di raccontare. Parlare aiuta, ma serve qualcuno disposto ad ascoltare davvero. Molti sopravvissuti e discendenti hanno perso il legame con la propria cultura, la lingua, la terra e le tradizioni. Recuperarle è fondamentale. Significa ricostruire l’identità e ritrovare un senso di appartenenza. La cultura è una medicina: la cultura guarisce.
Serve anche supporto psicologico e sociale concreto. Il trauma lascia ferite invisibili come ansia, rabbia e senso di vuoto. È fondamentale avere accesso a specialisti che conoscano la cultura indigena e sappiano lavorare in modo rispettoso e consapevole. Guarire significa anche costruire giustizia ed equità sociale. Le comunità indigene devono partecipare davvero alle decisioni politiche. La giustizia sociale è un passo verso la guarigione. Le nuove generazioni possono tramandare la memoria, ma anche costruire un futuro più giusto, più unito, più umano.
L’Australia, oggi, è sulla buona strada: sta facendo importanti passi avanti, rendendo la popolazione sempre più consapevole e sensibile su questo tema.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © Novaskill, saaccon, The Guardian, TASC National












