Dal segreto della bomba alle tensioni internazionali: storia della corsa all’atomica di Tel Aviv
Il 14 maggio del 1948, a Tel Aviv, si preparava in modo febbrile la cerimonia per la firma del Rotolo di Indipendenza. Pur essendo diffuso il timore di una imminente rappresaglia araba, i giornali del mattino ignorarono l’ordine di mantenere il segreto e annunciarono che Voice of Israel, futura prima emittente nazionale, avrebbe inaugurato le sue trasmissioni in concomitanza con la proclamazione dello Stato di Israele. Giunto il primo pomeriggio, il futuro primo ministro Ben Gurion e i suoi colleghi si riunirono nel museo di Tel Aviv per annunciare la Dichiarazione. Nello stesso momento, Al Cairo, un alto funzionario egiziano inviava un telegramma al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per informare che, nel giro di poche ore, le forze militari del suo Paese sarebbero penetrate in Palestina.
Il neonato Stato di Israele si preparava così ad affrontare una vera e propria guerra d’indipendenza, scatenata dall’invasione di una coalizione araba guidata dall’Egitto. Non sorprende, dunque, che Ben Gurion, pur nel clima di festa generale, annotasse sul suo diario: «Ore quattro. Dichiarazione d’Indipendenza. Tutti sono molto contenti. E io sono molto preoccupato». Le forze israeliane combatterono strenuamente, riuscendo a respingere l’accerchiamento di cinque eserciti arabi e, circa un anno dopo, vennero firmati degli armistizi separati con ognuno dei Paesi sconfitti. Israele, tuttavia, avrebbe continuato ad essere circondato da Stati ostili che non ne riconoscevano il diritto a esistere. Proprio questa consapevolezza spinse Ben Gurion ad accelerare il processo di dotazione di nuclear capacity di Tel Aviv, già da tempo sulla scrivania del neo primo ministro.
I primi progressi del programma
Nel 1949, perciò, fondò l’Hemed Gimmel, divisone di ricerca dell’esercito israeliano (Idf, Israel Defence Forces), e ne affidò la supervisione tecnica a un brillante fisico di nome Ernst David Bergmann. Tale divisone svolse l’incaricodi ricercare giacimenti di uranio nel deserto del Negev, ma, i lavori, svolti sotto una copertura fittizia tra il ’49 e il ’51, non produssero alcun risultato. Da quel momento in poi, il processo subì una forte accelerazione. Nel 1952, infatti, dopo la scoperta di discrete quantità di uranio in un sito minerario nel sud di Israele, i tecnici di Tel Aviv riuscirono a elaborarne un metodo di estrazione (in quello stesso anno, inoltre, nasceva la Ciea, Commissione israeliana dell’energia atomica).
L’aiuto dell’alleato francese
Per il primo ministro, venne allora il momento di trovare un responsabile politico per l’intero programma, che coordinasse le varie fasi del progetto e ne ampliasse il raggio d’azione sul piano internazionale. Shimon Peres, all’epoca alto funzionario del ministero della difesa, conquistò la fiducia di Ben Gurion. Per Peres, solo agganciando l’interesse strategico di Israele a quello di un’ altra potenza alleata con un programma nucleare in via di sviluppo, sarebbe stato possibile dare una sostanziale accelerata alla propria nuclear capacity. La Francia rispondeva a entrambi i requisiti. Da un lato, proprio da Parigi erano pervenute le principali forniture di asset bellici, facendo di quest’ultima il primo partner militare dello Stato ebraico fino ad allora. Dall’altro, i due Paesi erano approssimativamente sullo stesso piano di conoscenza scientifica nel campo di interesse.
Non sorprende, perciò, che lungo il corso degli anni ’50, le rispettive ricerche nucleari abbiano proceduto quasi in simbiosi. Nel 1955 gli scienziati israeliani furono addirittura coinvolti nella costruzione del primo reattore nucleare francese, mentre, nel 1956, poco prima della crisi di Suez, venne raggiunto il momento apicale della collaborazione franco-israeliana con la firma segreta del Protocollo di Sevres. Il patto prevedeva che, in cambio di un’operazione congiunta anglo-franco-israeliana sul suolo egiziano, Israele avrebbe ottenuto l’impegno da parte francese a sviluppare il proprio primo reattore. Nonostante il fallimento dell’operazione, nel 1958, i tecnici di entrambi cominciarono i lavori nei pressi della città di Dimona, nel deserto del Negev.
Le tensioni e lo sviluppo
Le cose si complicarono verso la fine di quell’anno, quando gli Stati Uniti, già da tempo sulle tracce del programma israeliano, vennero a conoscenza di quella che ipotizzarono fosse un’istallazione nucleare segreta, grazie a delle fotografie riprese dagli aerei spia U-2. Due anni più tardi, un documento classificato del dipartimento di Stato toglieva qualsiasi dubbio sulla questione. All’epoca, le relazioni fra i due Paesi non erano come quelle che conosciamo oggi. Per questa ragione, Ben Gurion, messo alle strette, anche dopo che il Nyt aveva riportato la notizia, ammise che si trattava di un piano nucleare, ma per scopi pacifici.
Negli anni successivi, le tensioni sia con gli Usa che con lo storico partner francese continuarono a intensificarsi. L’amministrazione Kennedy riuscì a imporre con forti pressioni delle ispezioni scadenzate. Esse durarono tra il ’62 e il ’69, ma si rivelarono inutili, in quanto i tecnici israeliani avevano ristretto l’accesso ad alcune aree sotterranee dell’impianto. Come testimoniato da una serie di report della Cia, è in realtà certo che il presidente avesse a disposizione delle informazioni molto più dettagliate di quanto sembrasse e che decise scientemente di lasciar correre per non alterare il già fragile equilibrio in piena crisi di Cuba.
Dal lato francese, invece, De Gaulle sospese la collaborazione, perché da sempre contrario alla proliferazione nucleare. Il programma israeliano subì comunque solo lievi rallentamenti: si stima che nel 1962 il reattore divenne critico, mentre tra la Guerra del sei giorni e quella del Kippur il numero di ordigni nucleari fosse giunto a dieci.
L’incidente Vela
Le relazioni con gli Usa si stabilizzarono nel 1969 quando, in concomitanza con la fine delle ispezioni, l’amministrazione riconobbe tacitamente che Israele fosse in possesso dell’atomica e smise di far pressioni affinché firmasse il Tnp (Trattato di non proliferazione). Circa dieci anni dopo, il noto incidente Vela rimise nuovamente al centro dell’attenzione della stampa e delle cancellerie internazionali la questione del nucleare israeliano. In quest’arco di tempo, infatti, la tecnica nucleare israeliana era progredita a tal punto da premettere lo sviluppo di nuovi modelli di bomba. Tuttavia, l’entrata in vigore nel 1963 del Partial Test Ban Treaty (che bandiva i test nucleari in atmosfera, nello spazio e sott’acqua) e le tese relazioni con Parigi, che impedivano l’accesso facilitato ai dati dei test francesi, spinsero il Governo israeliano ad agire al di sopra del diritto internazionale.
Il 22 settembre 1979 un satellite americano Vela rilevò un’esplosione “doppio lampo”, tipica delle detonazioni atomiche, al largo delle coste del Sudafrica; e, dopo dei colloqui riservati con l’amministrazione, i tecnici statunitensi, che avevano lavorato al programma Vela, espressero assoluta convinzione sulla veridicità delle informazioni trasmesse dal satellite. I sospetti dell’amministrazione Usa ricaddero immediatamente su Tel Aviv anche per un’altra ragione. All’epoca, assieme a Sudafrica, Pakistan e India, Israele era l’unico Stato alle prese con lo sviluppo di un programma atomico segreto; tuttavia, l’avanzamento del progetto di Pretoria, Islamabad e Nuova Delhi non era a tal punto progredito da permettere un test.
Il presidente Carter optò comunque per insabbiare tutto, attribuendo l’accaduto a un non precisato evento atmosferico. Una decisione in senso opposto non solo avrebbe comportato la messa in atto di sanzioni immediate verso Tel Aviv, in considerazione degli obblighi derivanti dal Tnp e dal Ptbt, ma, palesata l’esistenza del nucleare israeliano, avrebbe creato un’atmosfera favorevole alla proliferazione per qualsiasi Stato, alleato e non.
Le attuali stime sulla consistenza dell’arsenale nucleare israeliano
Rientrato l’incidente, nei decenni successivi, Israele ebbe la possibilità di lavorare del tutto indisturbato e di potenziare ulteriormente il proprio arsenale nucleare. Ad oggi, non c’è precisa consapevolezza sulla consistenza; tuttavia, la comunità scientifica e militare internazionale sostiene che il numero vada dal centinaio alle 400 testate. È certamente noto, invece, che le stime susseguitesi dai vari scienziati e tecnici nel corso del tempo debbano tanto alle rivelazioni dell’ex fisico israeliano Mordecai Vanunu. Nel 1986, un anno dopo essersi licenziato dalla centrale di Dimona, consegnò al Sunday Times diverse foto scattate all’interno del complesso e rilasciò un’intervista dettagliata sul programma nucleare del proprio Paese.
Fabio Sinisi


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