Curdi costretti a cedere Raqqa, giacimenti petroliferi e controllo dei campi Isis al Governo di Damasco: tregua di 4 giorni nel nord-est siriano, tra tensioni e timori internazionali
La situazione nel nord-est della Siria, a lungo controllato dai curdi, resta instabile e confusa. Martedì il Governo del presidente Ahmed al Sharaa e i combattenti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno annunciato un nuovo cessate il fuoco di quattro giorni, ma la tregua si è rivelata fragile fin dalle prime ore, con scontri ancora in corso tra le SDF e milizie filogovernative.
Le forze curde hanno denunciato attacchi nei pressi della prigione di al Aqtan a Raqqa, a Zarkan e a Tal Baroud, a sud di Hasakah, lungo la strada per Raqqa. Quest’ultima, ex Capitale del cosiddetto Stato Islamico fino al 2017, ospita strutture detentive con migliaia di jihadisti e loro familiari. La loro gestione è considerata decisiva per la stabilità dell’intera Regione.
La prigione di al Aqtan e altri campi di detenzione sono stati per anni sotto controllo curdo. Un accordo recente con Damasco prevedeva il trasferimento della loro gestione all’esercito siriano. Tuttavia, il Governo ha accusato i curdi di aver abbandonato le strutture senza consegnarle in modo sicuro, sospettando che vogliano sfruttare l’instabilità per ottenere nuove concessioni.
Un accordo difficile per i curdi
L’intesa siglata domenica rappresenta una resa per i curdi, che hanno accettato
di cedere gran parte dei territori controllati da anni, comprese le ricche Province petrolifere di Raqqa e Deir Ezzor. Secondo l’accordo, i combattenti delle SDF saranno integrati come singoli nell’esercito siriano, perdendo la propria autonomia militare. In cambio, il Governo centrale ha promesso alcuni riconoscimenti culturali e civili, come il rilascio dei passaporti, negati per decenni sotto il regime degli Assad.
Con la caduta del regime di Bashar al Assad e l’ascesa di al Sharaa nel dicembre 2024, i curdi hanno perso il sostegno degli Stati Uniti, che per anni avevano garantito protezione e tollerato la loro amministrazione autonoma. L’inviato americano Tom Barrack ha dichiarato che il ruolo delle SDF come principale forza anti-Isis è «scaduto» e che spetta ormai al nuovo Governo siriano consolidare il controllo su tutte le Regioni del Paese.
Una tregua precaria e nuove condizioni
Il 20 gennaio il Governo ha annunciato un nuovo cessate il fuoco di quattro giorni con le SDF, ormai costrette a ritirarsi dalle loro roccaforti nel nordest e abbandonate dagli ex alleati americani. Al Sharaa ha concesso ai curdi quattro giorni per proporre un piano di “integrazione pacifica” della Regione di Al Hasakah, a maggioranza curda, nel nuovo Stato siriano. Durante questo periodo, entrambe le parti si sono impegnate a rispettare la tregua armata.
L’accordo annunciato il 18 gennaio prevedeva la piena integrazione delle istituzioni civili e militari curde nello Stato centrale siriano. Tuttavia, i colloqui tra al Sharaa e Mazloum Abdi, capo delle SDF, sono naufragati. Il funzionario curdo Abdel Karim Omar ha dichiarato all’agenzia AFP che «le differenze restano profonde e le garanzie insufficienti». In risposta, la sera del 19 gennaio le SDF hanno invitato i «giovani curdi, uomini e donne, in Siria e all’estero, a unirsi alla resistenza».
Preoccupazioni internazionali sui centri di detenzione
La comunità internazionale ha espresso forte preoccupazione per la sicurezza delle prigioni e dei campi curdi che ospitano migliaia di membri e familiari dell’Isis. Il campo di Al Hol, il più grande della Regione, ospita circa 24mila persone tra cui 6.300 donne e bambini stranieri di oltre 40 nazionalità. Le SDF hanno annunciato di essere state costrette a ritirarsi dal campo, chiedendo alla coalizione internazionale antijihadista di «assumersi le proprie responsabilità nel garantirne la sicurezza».
Il ministero della Difesa siriano ha promesso di garantire la sicurezza dei centri detentivi precedentemente gestiti dalle SDF. Parallelamente, il presidente Donald Trump ha dichiarato in un’intervista al New York Post: «grazie alla nostra collaborazione con le autorità siriane, tutti i prigionieri in fuga sono stati catturati». Davanti alla stampa ha poi elogiato al Sharaa, definendolo «un uomo forte, dal passato brutale», aggiungendo: «d’altra parte non puoi mettere un chierichetto a fare quel lavoro».
Integrazione delle SDF e giacimenti strategici
Secondo le autorità siriane, le SDF saranno integrate nell’esercito regolare, cedendo al Governo i giacimenti di petrolio e gas naturale, oltre alle aree riconquistate ai jihadisti. La decisione è arrivata dopo giorni di duri combattimenti, culminati nel ritiro delle forze curde da diverse posizioni strategiche del nord e dell’est del Paese. Questo arretramento ha favorito l’avanzata governativa nelle province di Raqqa e Deir ez-Zor, creando le condizioni per la tregua.
Incontri diplomatici e svolta politica
Sul piano diplomatico, il presidente al Sharaa ha ricevuto l’inviato americano Tom Barrack il 18 gennaio 2026 a Damasco, dopo un precedente colloquio tra Barrack e Mazloum Abdi a Erbil, in Iraq. Secondo una nota della presidenza siriana, l’incontro ha riguardato «l’unità della Siria e la piena sovranità dello Stato su tutto il suo territorio», oltre all’avvio di un processo di ricostruzione nazionale inclusiva.
I media statali siriani e quelli statunitensi hanno confermato che è stato raggiunto un cessate il fuoco generale e immediato, con la mediazione americana. Washington ha definito l’intesa «un punto di svolta», sottolineando che «ex rivali hanno scelto la cooperazione invece della discordia».
L’inviato statunitense Barrack ha elogiato il presidente siriano per aver riconosciuto i curdi come parte integrante della Siria. Gli Stati Uniti guardano con favore al processo di integrazione del loro ex alleato nella lotta contro l’Isis, definendolo un passo coerente con la strategia di pace e stabilità per il Medio Oriente promossa dall’amministrazione Trump.
Il contenuto dell’accordo in 14 punti
La presidenza siriana ha reso pubblico il testo completo dell’accordo, articolato in 14 punti principali.
Integrazione delle Forze Democratiche Siriane e delle forze di sicurezza curde nei ministeri della Difesa e dell’Interno.
Trasferimento immediato al Governo siriano delle province di Deir Ezzor e Raqqa, sia sul piano militare che amministrativo.
Consegna allo Stato di tutti i valichi di frontiera.
Passaggio sotto il controllo governativo di tutti i giacimenti di petrolio e gas naturale.
Assistenza statale per la custodia dei jihadisti dell’Isis e delle loro famiglie detenute nei campi curdi.
Espulsione dal Paese di tutti i leader e miliziani non siriani affiliati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Gli altri punti, di natura amministrativa e di sicurezza, definiscono le modalità con cui le istituzioni curde verranno assorbite dal nuovo apparato statale.
«Tutte le questioni in sospeso con le SDF saranno risolte», ha dichiarato il presidente al Sharaa, annunciando un nuovo incontro con Mazloum Abdi nei prossimi giorni per finalizzare gli ultimi dettagli. Nonostante la tregua e i segnali di apertura, la pace nel nord-est siriano resta fragile. Sul terreno continuano attriti, diffidenze e l’incognita su chi riuscirà davvero a garantire stabilità e sicurezza in un’area cruciale per il futuro della Siria.
George Labrinopoulos
Foto © The Times of Israel, L’Espresso, IARI, CBS19 News













