Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth ha dichiarato che l’Iran ha cercato di uccidere il presidente Usa
Il capo dell’unità che ha tentato di assassinare il presidente Usa Trump è stato trovato e ucciso. L’Iran ha cercato di uccidere il presidente americano. «E il presidente Trump è stato quello che ha riso per ultimo», ha dichiarato ai giornalisti il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth.
Che cosa si è saputo
Si trattava del leader di un’unità iraniana dietro al complotto per assassinare Donald Trump. «Il capo dell’unità che ha tentato di assassinare il presidente Trump è stato trovato e ucciso. L’Iran ha cercato di uccidere il presidente Trump. E il presidente Trump è stato quello che ha riso per ultimo», le parole precise spiegate ai cronisti.
Non ha fornito il nome della persona Hegseth, ma ha assicurato che l’operazione è avvenuta martedì. L’Iran aveva negato nel gennaio 2025 di aver orchestrato un complotto per assassinare Trump, rifiutando le affermazioni dello stesso Trump e dell’amministrazione statunitense.
Il precedente
Nel novembre 2024, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva incriminato un uomo iraniano in relazione a un presunto piano, che – secondo le autorità – era stato ordinato dalle Guardie Rivoluzionarie islamiche d’élite, con l’obiettivo di assassinare il presidente americano. Le autorità hanno comunicato che le forze dell’ordine hanno sventato il piano prima che potesse avvenire qualsiasi attacco.
Intanto pochi giorni dopo le celebrazioni per il 47° anniversario della Rivoluzione islamica del 1979, l’Iran si ritrova al centro di una crisi senza precedenti. L’operazione militare congiunta condotta da Usa e Israele ha colpito al cuore la leadership della Repubblica islamica, provocando la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, insieme ad altre figure chiave dell’apparato politico e militare.
Cosa cambia a Teheran
L’eliminazione dei vertici del sistema ha aperto un vuoto di potere potenzialmente destabilizzante. Il presidente americano Donald Trump ha lasciato intendere che i raid potrebbero innescare una sollevazione interna, invitando pubblicamente gli iraniani a “riprendere il controllo” del proprio Paese.
Tuttavia, un’analisi pubblicata da Foreign Affairs invita alla cautela: ciò che resta del regime è ancora ben armato, radicato nelle istituzioni e preparato da anni a uno scenario di “decapitazione” della leadership. Dopo decenni di repressione, la società iraniana appare indebolita e scarsamente organizzata per rovesciare il sistema. Lo scenario più probabile, una volta cessate le ostilità, sarebbe la sopravvivenza di una versione “residua” della Repubblica islamica, più traumatizzata e vulnerabile rispetto a qualsiasi momento dal 1979, ma ancora in piedi.
Un regime già indebolito
Già prima degli ultimi attacchi, Teheran mostrava segni evidenti di fragilità. Le reti di alleanze e milizie nel mondo arabo erano state fortemente ridimensionate dopo due anni di scontri indiretti con Israele. Inoltre, i raid congiunti Usa-Israele del giugno scorso avevano preso di mira infrastrutture legate al programma nucleare.
All’inizio del 2026, l’economia era in grave crisi: valuta in caduta libera, carenze idriche ed energetiche diffuse, proteste crescenti. La repressione delle manifestazioni di gennaio, secondo l’Agenzia di stampa degli Attivisti per i Diritti Umani, avrebbe causato almeno 7.000 vittime, segnale di un potere sempre più assediato e determinato a sopravvivere.
Dopo gli ultimi raid
L’attuale operazione militare ha ulteriormente compromesso le capacità offensive e difensive iraniane, colpendo un intero livello di comando civile e militare. I tentativi di rappresaglia, con lanci di missili verso Israele e obiettivi statunitensi nel Golfo, hanno aggravato l’isolamento internazionale della leadership.
Nonostante i colpi subiti, il sistema potrebbe reggere nel breve periodo. La struttura della Repubblica islamica – intreccio di clero, apparati di sicurezza e istituzioni parallele – è stata costruita per garantire continuità anche in condizioni estreme. Dopo gli attacchi dello scorso anno, Khamenei aveva chiesto ai vertici di predisporre una lista di possibili successori in caso di eliminazione della guida suprema.
Ci si preparara al “giorno dopo”
Ma anche qualora sopravvivesse, il regime non potrà evitare una fase di transizione. L’Iran non cambiava guida suprema da 36 anni. Il favorito alla successione, Ebrahim Raisi, è morto nel maggio 2024 in un incidente in elicottero, e la generazione della rivoluzione è ormai in gran parte scomparsa o anziana.
Figure di primo piano come Ali Larijani e Mohammad Bagher Ghalibaf potevano tentare una gestione collegiale per preservare l’impianto post-rivoluzionario, ma avrebbero affrontato divisioni interne, relazioni deteriorate con i Paesi vicini e l’enorme sfida della ricostruzione. I programmi simbolo della Repubblica islamica – nucleare e missilistico – si sono trasformati in un fattore di vulnerabilità più che di forza.
La scelta del figlio dell’Ayatollah ucciso
Rimaneva centrale il nome di Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida Suprema uccisa. Considerato per anni il favorito dopo la morte di Ebrahim Raisi nel 2024, Mojtaba è noto per le sue posizioni in linea con quelle del padre e per i suoi stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione.
Secondo il Foreign Affairs, gli Stati Uniti non possono contare né su un collasso automatico del regime né su una rivolta popolare immediata. La sfida per Washington sarà combinare pressione militare e diplomazia, evitando un accordo che rafforzi l’élite sopravvissuta.
Diplomazia o consolidamento?
Vi sarebbero già segnali di contatti indiretti attraverso mediatori dell’Oman, con esponenti pragmatici dell’establishment iraniano interessati a riaprire il dialogo. Ma un’intesa affrettata rischierebbe di offrire una nuova legittimazione ai resti del sistema rivoluzionario.
Nel frattempo, il conflitto ha avuto ripercussioni dirette anche sulla Turchia. Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso lo spazio aereo turco è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea della Nato schierati nel Mediterraneo orientale. Lo ha annunciato il direttore della comunicazione della Presidenza turca, precisando che il vettore aveva attraversato gli spazi aerei di Iraq e Siria prima di dirigersi verso l’area di Hatay.
Missile iraniano intercettato: interviene la Nato
Secondo il Ministero della Difesa di Ankara, il missile è stato neutralizzato con successo e i frammenti sono caduti nella zona di Dörtyol, nella Provincia meridionale affacciata sul Mediterraneo, senza causare vittime o feriti. Si tratterebbe della prima intercettazione da parte delle forze Nato di un missile iraniano diretto verso lo spazio aereo di un Paese membro dall’inizio dell’escalation.
La Nato ha condannato l’azione iraniana. Una portavoce dell’Alleanza, Allison Hart, ha dichiarato che la postura di deterrenza e difesa resta «forte in tutti i settori, inclusa la difesa aerea e missilistica», ribadendo il sostegno a tutti gli alleati, Turchia compresa.
Nuovo fronte?
Ankara ha sottolineato di essere pronta a difendere il proprio territorio “indipendentemente da chi o da dove provenga la minaccia”, riservandosi il diritto di rispondere a eventuali azioni ostili e invitando tutte le parti a evitare un’ulteriore espansione del conflitto regionale.
Con la guerra ancora in corso, l’Iran si avvia così verso una fase di transizione carica di incognite. Se il regime riuscirà a sopravvivere all’urto militare, dovrà comunque confrontarsi con un equilibrio interno profondamente mutato e con una comunità internazionale determinata a ridefinire le regole del confronto.
George Labrinopoulos
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