Sessanta opere raccontano la produzione di Van Dyck l’Europeo che visse a Genova e a Londra. Nei suoi ritratti, i volti degli aristocratici e dei potenti del Seicento
Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra è il titolo della mostra inaugurata il 19 marzo a Palazzo Ducale di Genova. Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, rappresenta un’opportunità eccezionale per conoscere l’artista fiammingo attraverso sessanta opere – tutte di grande pregio – provenienti da grandi musei d’Europa, dal Louvre alla National Gallery di Londra, dal Prado agli Uffizi. Frutto di tre anni di lavoro con il coinvolgimento di un team di studiosi, questa mostra racchiude anche le ultime novità scientifiche su Van Dyck. È stata prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e dal Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria.
L’approccio scelto non è quello di un racconto cronologico, ma punta sui temi che hanno segnato l’attività dell’artista. C’è naturalmente Anton Van Dyck ritrattista di aristocratici e potenti del Seicento, ma c’è anche la sua relazione con il suo maestro Rubens, il tema della guerra e della patria, il ruolo della famiglia e il suo rapporto con il sacro, cruciale per lui che era di fede cattolica.
Un talento precoce
La mostra si apre con il primo autoritratto noto del pittore. Anton Van Dyck, nato ad Anversa nel 1599, in questo quadro circa ha solo 15 anni. È apprendista nella bottega di Anton van Balen. La genialità del ragazzino già traspare: lo sguardo, i capelli, la resa della pelle denotano già un talento che lo porterà in futuro a eccellere nella ritrattistica. Nel 1617, a 18 anni, viene accettato come maestro indipendente presso la corporazione dei pittori. E incominciano ad arrivare, anche attraverso il suo nuovo maestro, Rubens, le prime commissioni importanti di lavoro.
Un ritrattista eccezionale
Van Dyck l’Europeo illustra lo stretto rapporto fra l’artista fiammingo e tre Città importanti nella sua vita: la natia Anversa, Genova, Londra. Nella Capitale inglese si reca per la prima volta nel 1620, ma ci tornerà per restarci per due anni nel 1632 e poi nel 1641, l’anno della sua morte prematura, a soli 42 anni.
Fra le tante opere del periodo inglese, magnifico è il Ritratto di Lord John Belasyse, poi I barone di Worlaby. Van Dyck sembra saper cogliere l’intima essenza del personaggio. Dalla figura di questo nobiluomo, traspaiono la sua forza, l’eleganza insita negli abiti e negli accessori. Malgrado lo stile sontuoso, che si addice all’aristocrazia che è la sua committenza, il pittore fiammingo riesce a infondere una vena di malinconia, a trasmettere la vulnerabilità e l’inquietudine di fronte a un’epoca turbolenta, come ha sottolineato la curatrice Van der Stighelen.
Il soggiorno italiano
Nei suoi giri per l’Europa, non poteva mancare l’Italia, che per ogni artista dell’epoca era anche una meta propedeutica per apprendere dai tesori dell’antichità e dai grandi del Rinascimento. Anton Van Dyck si propone di andare a Roma, ma poi visita anche Firenze, Milano, Parma, Mantova e Torino. Infine, approda a Genova nel 1623 dove resta fino al 1627, allontanandosi per brevi periodi in altre Città italiane.
«Genova rivestì un ruolo di primaria importanza per la carriera europea di Van Dyck», scrive lo storico Hans Cools in un saggio incluso nel catalogo della mostra, edito da Allemandi. «Genova era divenuta il principale baluardo del potere asburgico nella Penisola italiana». Come ci era riuscita? Le famiglie patrizie, che avevano accumulato ricchezze con il commercio, erano i banchieri della Corona spagnola. I proventi della loro attività finanziaria erano investiti nelle lussuose residenze lungo la Strada Nuova, oggi via Garibaldi.
L’attenzione per gli abiti
I quadri genovesi della mostra Van Dyck l’Europeo raffigurano dame e gentiluomini, vedove distinte nei loro abiti neri e guerrieri fieri nelle loro armature. Fra le varie opere, merita un’attenta osservazione il Ritratto di una dama genovese, forse Maria Chiavari Durazzo, della collezione Odescalchi di Roma. La dama si presenta con un ricco vestito blu e oro con gorgiera e con l’immancabile collana di perle. La cura che Anton Van Dyck infonde nella resa degli abiti dei personaggi ritratti è incredibile. Probabilmente, si ricollega a una sua sensibilità per i tessuti di pregio. La sua famiglia era infatti attiva nel commercio della seta.
Il pittore di Santa Rosalia
Del periodo che Van Dyck trascorre in Sicilia, tra il 1624 e il 1625, spicca un olio su tela intitolato Santa Rosalia intercede per la fine della peste a Palermo. L’artista giunge nella città siciliana quasi contemporaneamente all’insorgere dell’epidemia. Il ritrovamento delle ossa dell’eremita Rosalia del XII secolo suscita scalpore. Viene proclamata santa patrona di Palermo e a lei il popolo si rivolge per chiedere la fine della peste. L’immagine creata da Van Dyck, che idea una fanciulla dallo sguardo ispirato e dai capelli rossi, ottiene grande successo e vengono create varie versioni dal pittore.
La pala nella Cappella del Doge
Sorprendente, alla fine del percorso, è la grande pala esposta nella Cappella del Doge, che rappresenta Cristo crocifisso con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero (1626), unica pala realizzata nel periodo genovese e una delle sue due sole pale d’altare dipinte negli anni trascorsi in Italia. I toni scuri dell’opera contrastano con la magnificenza degli affreschi della Cappella che ritraggono gli eroi di Genova e la Vergine con Bambino in trono, circondata dagli angeli, sulla volta.
Van Dyck nei palazzi di Genova
La mostra Van Dyck l’Europeo non si chiude a Palazzo Ducale, ma invita i visitatori a scoprire gli altri luoghi della città dove sono conservati quadri di Van Dyck. Sono Palazzo Reale e Palazzo Spinola ma anche Palazzo Rosso che ne custodisce cinque e Palazzo Bianco, lungo via Garibaldi. Una curiosità: come si pronuncia il cognome dell’artista? L’abbiamo chiesto alla curatrice Katlijne Van der Stighelen, che è belga e fiamminga. «In ogni Paese in cui Anton Van Dyck è stato, le persone hanno pronunciato in maniera diversa il suo cognome. In Italia la y si legge “i”, in Inghilterra diventa Van “Daick”. In fiammingo, la pronuncia corretta suona “Van Deick”».
Maria Tatsos
Foto © Studio ESSECI Comunicazione













