Voto anticipato con la Groenlandia sullo sfondo e fine della grande coalizione: Copenhagen sceglie per il proprio futuro
Il 24 marzo 2026 quasi 4,3 milioni di elettori danesi sono stati chiamati a rinnovare il Folketing, il parlamento unicamerale del Paese. Si tratta di elezioni anticipate, convocate dalla prima ministra Mette Frederiksen sette mesi prima della scadenza naturale della legislatura, con l’obiettivo dichiarato di capitalizzare il consenso guadagnato durante la crisi con gli Stati Uniti sulla Groenlandia. Una scommessa che non ha pagato: le elezioni in Danimarca del 2026 hanno consegnato un Parlamento senza maggioranza, il più frammentato nella storia recente della Nazione.
Il sistema elettorale danese
Il Folketing è composto da 179 seggi: 175 eletti nella Danimarca continentale e insulare, 2 nelle Isole Fær Øer e 2 in Groenlandia. Il sistema elettorale è proporzionale con una soglia di sbarramento del 2%, il che favorisce un panorama multipartitico estremamente frammentato. Nessun partito ha mai ottenuto la maggioranza assoluta dal 1901 e i Governi si formano tradizionalmente attraverso coalizioni e accordi di sostegno esterno.
La politica danese si organizza storicamente in due schieramenti: il “blocco rosso” (centrosinistra e sinistra) e il “blocco blu” (centrodestra e destra). L’attuale legislatura rappresenta un’eccezione storica: per la prima volta dopo il dopoguerra, la Danimarca è stata governata da una grande coalizione centrista formata dai socialdemocratici di Frederiksen, i Moderati dell’ex primo ministro e attuale ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen e dai liberal–conservatori di Venstre, guidati da Troels Lund Poulsen.
Perché si vota in anticipo: la scommessa di Frederiksen
Le ultime elezioni generali si sono tenute il 1º novembre 2022 e la legislatura sarebbe scaduta naturalmente il 31 ottobre 2026. Il voto, dunque, era previsto entro l’anno. La decisione di anticiparlo di sette mesi è una mossa politica calcolata da parte di Frederisken, annunciata il 26 febbraio con una richiesta formale a re Federico X.
Solo tre mesi prima, i Socialdemocratici subiscono una disfatta storica alle elezioni comunali di novembre 2025, perdendo consensi in 87 dei 98 comuni al voto e cedendo il Governo di Copenaghen per la prima volta dal 1903. L’insoddisfazione pubblica alimentata dall’aumento del costo della vita, dalle critiche al sistema di welfare e dalla controversa svolta a destra impressa al partito sulla questione immigrazione si è ritorsa contro la Frederiksen.
Poi è arrivata la crisi groenlandese. La fermezza mostrata da Frederiksen di fronte alle pressioni di Trump ha ribaltato i sondaggi: i socialdemocratici sono passati dai minimi post-comunali a un 21% circa, consolidando il primato nazionale. La premier danese ha scelto di andare alle urne nel momento di massima popolarità, prima che l’effetto della crisi potesse svanire in temi interni – prezzi, sanità, agricoltura – tornassero a erodere il consenso.
La crisi in Groenlandia e il vertice di Oslo
Frederiksen ha puntato tutto sulla questione groenlandese. Fin dal suo insediamento, nel gennaio 2025, il presidente Donald J. Trump ha dichiarato l’intenzione di voler acquisire il controllo della Groenlandia, territorio autonomo sotto la corona danese, arrivando a non escludere l’uso della forza militare. La risposta della Danimarca è stata netta. Frederiksen ha definito inaccettabile qualsiasi ipotesi di cessione, ottenendo il sostegno di Francia, Germania, Svezia e Norvegia.
Un’inchiesta della tv pubblica danese DR, pubblicata il 19 marzo, ha rivelato che nel gennaio 2026 Copenaghen ha predisposto un piano di difesa segreto: truppe danesi ed europee sono state dispiegate in Groenlandia con esplosivi e sacche di sangue, pronte a sabotare le piste di atterraggio di Nuuk e Kangerlussuaq per impedire uno sbarco americano. Una comandante militare danese ha dichiarato: non si vedeva una situazione simile «dall’aprile del 1940», in riferimento all’occupazione nazista.

La crisi groenlandese ha prodotto un effetto collaterale di portata storica. A una settimana dal voto, Frederisken ha dichiarato insieme ai premier di Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda e al premier canadese Mark Carney: «Il vecchio ordine mondiale è finito e probabilmente non tornerà. Dobbiamo costruire qualcosa di nuovo, e deve essere un ordine mondiale basato sui valori che rappresentiamo». I sei Paesi hanno firmato un impegno per rafforzare la cooperazione artica su difesa e industria militare, al di fuori dell’ombrello a guida americana.
I temi della campagna: difesa, welfare e transizione ecologica
Oltre alla questione groenlandese, la campagna elettorale si è concentrata su tre assi principali.
Il primo è la spesa per la difesa. La Danimarca ha istituito un fondo di accelerazione da 50 miliardi di corone (6,69 miliardi di euro), portando il bilancio militare al 2,65% del Pil, ben oltre l’obiettivo Nato del 2%. Il ministro della difesa Poulsen si è detto aperto a discutere persino l’ospitalità di armi nucleari dell’Alleanza atlantica sul suolo danese, in linea con il piano ReArm Europe da 800 miliardi di euro lanciato dalla Commissione europea nel marzo 2025.
Il secondo asse è il welfare. I socialdemocratici hanno proposto una tassa sui grandi patrimoni per finanziare i servizi pubblici quali sanità e scuola, incontrando l’opposizione dei partiti liberali e del mondo imprenditoriale. Il costo della vita e la pressione sul sistema sanitario restano tra le preoccupazioni principali degli elettori.
Il terzo tema è quello dell’ambiente. L’allevamento intensivo dei suini, pilastro dell’economia agraria danese, è al centro di un acceso dibattito tra i partiti ecologisti – in particolare il Partito Popolare Socialista e l’Alleanza Rosso-Verde – e le forze più vicine al settore agricolo.
I risultati: nessuna maggioranza, tutti in Parlamento
Lo spoglio ha confermato il quadro più frammentato nella storia recente della Danimarca. I Socialdemocratici restano il primo partito con il 21,9% e 38 seggi, ma perdono 12 seggi rispetto al 2022, registrando un arretramento in tutte le circoscrizioni: è il peggiore risultato del partito in 120 anni. Anche Venstre segna il peggior risultato nei suoi 156 anni di storia, fermandosi al 10,1% con 18 seggi.
Il blocco rosso si ferma dunque a 84 seggi, il blocco blu a 77. Nessuno dei due raggiunge la soglia dei 90 necessari per governare. Nel frattempo, i Moderati di Lars Løkke Rasmussen, con 14 seggi, si confermano l’ago della bilancia.
Crescono invece il Partito Popolare Danese (dal 2,6% al 9%, con 16 seggi), il Partito Popolare Socialista SF e l’Alleanza Rosso–Verde. Per la prima volta dal 1953, tutti e 12 i partiti in lizza entrano nel Folketing: un record che fotografa una politica danese sempre più polarizzata e divisa.
Gli esiti di queste elezioni mostrano che i temi che hanno veramente orientato il voto non sono stati la Groenlandia – su cui esiste un consenso trasversale – ma le questioni interne legate al costo della vita, ai servizi pubblici, alle pensioni e all’agricoltura.
Ora tocca al Re
Senza una maggioranza chiara, si apre il Kongerunde – il “giro del Re“. Questa mattina, Mette Frederiksen si è recata ad Amalienborg, il palazzo reale, per presentare le dimissioni del Governo a re Federico X e avviare la procedura: ogni partito dovrà inviare il proprio rappresentante al sovrano per indicare chi debba assumere il ruolo di investigatore reale (kongelig undersøger), che ha il compito di trovare le combinazioni possibili per formare un Governo secondo il principio del parlamentarismo negativo danese.
I numeri rendono l’impresa particolarmente ardua. Frederiksen, che sperava di poter ottenere una maggioranza cavalcando l’onda del consenso, non può governare con il blocco rosso (84 seggi) e avrebbe bisogno di nuovo dei Moderati, che però rifiutano un esecutivo dipendente dall’Alleanza Rosso-Verde. Il blocco blu, con soli 77 seggi, è ancora più lontano dalla maggioranza e difficilmente si vorrà coalizzare con i partiti della sinistra radicale (e viceversa).
I possibili scenari futuri: solo governi improbabili
Gli analisti danesi concordano su un punto: non esistono soluzioni semplici. Lo scenario ritenuto più probabile è quello di un Governo formato dai Socialdemocratici di Frederiksen, SF (Partito Socialista), i Moderati di Lars e Radikale Venstre (Sinistra Radicale), con l’appoggio esterno dell’Alleanza Rosso–Verde e di Alternativet. In questo scenario, Lars Løkke Rasmussen sarebbe costretto a “ingoiare il rospo” e formare un Governo con l’estrema sinistra.

L’alternativa sarebbe quella di un Governo del blocco blu guidato da Poulsen di Venstre, il che è ancora più difficile con 77 seggi. Servirebbe l’appoggio dei Moderati, ma il Partito Popolare Danese ha già posto due condizioni: l’esclusione di Rasmussen dall’esecutivo e l’impegno di un’emigrazione netta dai Paesi islamici. Vincoli che rendono il centrodestra un campo minato fatto di veti incrociati.
Lars Løkke Rasmussen ha già lanciato il suo appello la sera del voto: «Basta con i confini tra i blocchi. Venite al centro, è lì che si gioca». Con dodici partiti in Parlamento e nessuna combinazione evidente, le trattative potrebbero durare settimane e forse anche più di una Kongerunde.
Ammir El-Mehrat
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