Qom, cuore religioso e simbolo del potere iraniano

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Tregua all’orizzonte: capire la metropoli aiuta a comprendere la resilienza di un popolo millenario come quello iraniano

«Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile». Donald J. Trump.

Così, il presidente degli Stati Uniti ha “Truthato” sul suo social network, il 7 aprile 2026. Il Mondo segue con attenzione i notiziari mentre l’ora della deadline (8 pm east coast, le due del mattino in Italia) si avvicina. Il giorno seguente arriva la notizia: c’è laccordo verbale, tregua di due settimane. Venerdì le trattative.

Washington assicura «L’accordo è buono, ma se non funziona torniamo in guerra».

Nessuna civiltà è stata distrutta. Ma a quale faceva riferimento il presidente Usa?
A quella iraniana. Una delle più antiche del Pianeta. «Gli iraniani esistono al Mondo da 27 secoli» sovente ripete l’analista geopolitico e direttore di Domino, Dario Fabbri. Una di quelle che non ha mai smesso di esistere, conquistata solo da Alessandro il Grande.

Cancellabile o meno, occorre di fermarsi sul ruolo di una città in particolare che ne incarna lo spirito: Qom. Culla sacra dell’islam sciita, nonché della Repubblica islamica, ha un peso paragonabile a quello che La Mecca ha per il mondo sunnita. O Roma, per il cattolicesimo. Prima di arrivarci, però, bisogna percorrere un cammino lungo tremila anni.

Achemenidi e Parti

L’Iran non nasce con Khomeini. Né con i Sasanidi. Le prime tracce di insediamenti nell’altopiano iranico risalgono al IV millennio avanti Cristo. Ma è con gli Achemenidi, nel VI secolo a.C., che la Persia diventa un’idea politica globale.

Ciro il Grande fonda il primo impero multiculturale della storia, capace di incorporare i popoli conquistati rispettandone le differenze. La Bibbia lo chiama liberatore, perché fu lui a permettere agli ebrei deportati a Babilonia di tornare in patria. Il Cilindro di Ciro, ritrovato nel 1879 e oggi custodito al British Museum, è considerato da molti studiosi il primo documento di diritti umani della storia.

Dopo gli Achemenidi vengono i Parti, cavalieri delle steppe che si trasformarono nell’incubo orientale dell’Impero romano. Ne seppe qualcosa Crasso, che a Carre vide le sue legioni annientate finendo, così narra il mito, con l’oro fuso colato in gola come estremo scherno alla sua avidità.

Ma i Parti non furono solo una barriera militare; agendo come guardiani della Via della Seta, fecero dell’Iran il ponte d’oro tra la Cina e il Mediterraneo, preservando l’identità persiana prima di cedere il passo ai Sasanidi.

Sasanidi

Questi ultimi portarono lo scontro con Roma a un livello di ferocia e orgoglio senza precedenti: fu il re Shapur I a catturare vivo l’imperatore Valeriano, riducendolo a un poggiapiedi umano per salire a cavallo e facendolo infine scuoiare per esporne la pelle tinta di rosso nei templi.

Sotto questa dinastia, tra il III e il VII secolo d.C., la civiltà persiana raggiunge uno dei suoi vertici: la lingua pahlavī produce i testi fondamentali dello zoroastrismo, la religione che ha dominato l’Iran per secoli, fondata sul dualismo tra bene e male, sul fuoco sacro, sul profeta Zarathustra.

Nonostante l’islamizzazione, la matrice zoroastriana rimane il fulcro di un’identità culturale sotterranea. Questa eredità caratterizza la spiritualità persiana mantenendo vivo un concetto della vita inteso come cammino verso la purezza e la luce. Cammino capace di resistere a ogni mutamento politico.

Quando nel 636 d.C. gli eserciti arabi sconfiggono i Sasanidi nella battaglia di al-Qadisiyya, l’Iran si islamizza. Eppure, la lingua persiana sopravvive all’arabo. Il farsi medievale produce i più grandi poeti del mondo islamico: Rumi, Hafez, Firdausi, Omar Khayyam. Baghdad, fulcro del califfato abbaside per mezzo millennio, conservò un’autentica matrice persiana nella sua architettura istituzional-burocratica e nel tessuto intellettuale.

Si ripropose il paradigma classico del rapporto tra Grecia e Roma: sebbene sottomesso militarmente dagli Arabi, l’Iran esercitò una sorta di cattività culturale, plasmando le strutture cognitive e amministrative del mondo islamico nascente.

Safavidi

Un passaggio decisivo arriva tra il Cinquecento e il Settecento, con i Safavidi. Questa dinastia impone lo sciismo duodecimano come religione di Stato, in parte per convinzione, in parte per necessità strategica: differenziarsi dagli Ottomani sunniti significava avere identità politica autonoma.

Da quel momento lo sciismo diventa identità nazionale dell’Iran, e Qom, già allora sede di importanti scuole religiose, comincia a costruire il suo primato intellettuale.

XIX secolo e petrolio

L’ingresso dell’Iran moderno nel Novecento avviene all’insegna di una profonda frammentazione interna e di una crescente pressione esterna. Già nel 1907, la Convenzione anglorussa sancì una spartizione informale del territorio in zone d’influenza, riducendo la sovranità persiana a un dividendo tra l’Impero zarista e quello britannico.

Determinante per la traiettoria storica del Paese fu la scoperta, nel 1908, dei primi giacimenti petroliferi nel Khuzestan. Questo evento mutò lo status geopolitico dell’area. Attraverso la Anglo-Persian Oil Company, l’attuale BP, Londra esercitò per decenni un controllo ai limiti del monopolistico sulle risorse strategiche nazionali.

Il modello estrattivo coloniale garantì enormi flussi di capitale verso le metropoli occidentali, riservando all’economia locale soltanto i margini periferici di una ricchezza che, pur appartenendo al sottosuolo iraniano, alimentava altrove la propria rivoluzione industriale e militare.

Il 1951 segna uno spartiacque fondamentale per la sovranità mediorientale: Mohammad Mossadegh, sostenuto da un ampio consenso democratico, ratificò la nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana. La mossa mirava a scardinare il monopolio della Anglo-Iranian Oil Company, rivendicando il controllo nazionale sulle risorse energetiche.

La reazione delle potenze angloamericane non tardò a manifestarsi. Attraverso l’Operazione Ajax, azione sotto copertura orchestrata congiuntamente dalla Cia e dall’MI6 britannico, il Governo Mossadegh fu destituito forzatamente nel 1953. Il colpo di Stato restaurò il potere assoluto dello Shah Mohammad Reza Pahlavi sul “Trono del Pavone”, inaugurando un’autocrazia filo-occidentale.

L’era pahlavi e la genesi della rivoluzione islamica

Il lungo regno dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, protrattosi per oltre un quarto di secolo, fu caratterizzato da una modernizzazione percepita come forzata e verticistica. Attraverso la cosiddetta “Rivoluzione Bianca” degli anni Sessanta, la monarchia promosse riforme strutturali. Dall’emancipazione giuridica femminile alla redistribuzione agraria, fino all’espansione del sistema d’istruzione, nel tentativo di allineare l’Iran agli standard occidentali.

Ciò che le analisi del tempo omisero di prevedere fu la complessa rete di esternalità negative generate da un sistema che coniugava accentramento del potere a una distribuzione della ricchezza polarizzata. La stabilità del regime poggiava sull’efficacia coercitiva della Savak: un apparato di sicurezza interna, addestrato con il supporto tecnico di Cia e Mossad, che si impose come uno degli strumenti di controllo e repressione più capillari e sistematici del XX secolo.

Sotto il profilo economico, la gestione della rendita petrolifera alimentò asimmetrie strutturali, consolidando i privilegi di un’élite ristretta, ma soprattutto secolarizzata. Quanto detto finì per declassare le tradizioni religiose millenarie a meri retaggi anacronistici, percepite dall’apparato statale come ostacoli ideologici allo sviluppo.

Conseguenza inevitabile: la marginalizzazione di vaste fasce della popolazione, seguita dalla trasformazione del sentimento religioso in un vettore di resistenza politico-identitaria. Ed è qui che il clero sciita seppe agire come catalizzatore del dissenso,.

1979: collisione delle identità

L’esplosione rivoluzionaria del 1979 deve essere interpretata come il punto di rottura definitivo di decenni di identità represse e asimmetrie socio-economiche strutturali. Nella sua fase embrionale, il fronte antimonarchico si presentò come eterogeneo, unendo pezzi della società civile distanti: dagli studenti di estrazione laica agli intellettuali di ispirazione marxista, dai movimenti nazionalisti alle correnti religiose più radicali.

Posizioni oggi parzialmente ereditate da chi sostiene l’autodeterminazione del Regime attuale, nei confronti delle operazioni in Medio oriente da parte del fronte Israelo-americano.

Nel vuoto di potere istituzionale seguito all’esilio dello Shah, la capacità organizzativa dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini e della gerarchia ecclesiastica sciita permise loro di esercitare una rapida egemonia sulle componenti secolari della rivolta. Questa transizione condusse alla sistematica marginalizzazione delle ali moderate e sinistrorse, culminando nella proclamazione della Repubblica Islamica. Ed è qui che una città emerge.

Qom

La Roma dello sciismo

Sorgendo a 130 km a sud di Teheran, nell’arida pianura dell’altopiano centrale, Qom appare come austera metropoli religiosa. Il suo tessuto urbano è denso, solcato incessantemente da pellegrini e tullāb, studenti di teologia, in un’atmosfera di perenne ascesi.

Il cuore pulsante della città è il Santuario di Fatima Masoumeh, sorella dell’ottavo Imam Ali al-Ridha, deceduta qui nell’816 d.C. Questo sepolcro ha trasformato Qom, nel corso dei secoli, nel secondo polo di pellegrinaggio dell’Iran dopo Mashhad, elevandola a Capitale spirituale e dottrinale.

La città è un centro di potere che contende storicamente a Najaf, in Iraq, il primato intellettuale sullo sciismo mondiale.

Hawza e autonomia

L’importanza geopolitica di Qom risiede nella Hawza, il più importante sistema di istruzione religiosa sciita del Pianeta. Migliaia di studenti provenienti da Libano, Iraq, Afghanistan, Pakistan e India si immergono in un percorso di studi che può durare persino trent’anni. Obiettivo? Formare il potenziale nuovo Ayatollah. La Hawza opera come un’istituzione ibrida: è simultaneamente università, monastero e centrale di coordinamento politico.

Elemento cardine della sua resilienza è l’autonomia finanziaria garantita dal Khums, una tassa religiosa del 20% sui profitti eccedenti versata dai fedeli sciiti di tutto il Mondo. Questo flusso di capitale transnazionale rende l’istituzione teologica di Qom finanziariamente indipendente dalle fluttuazioni del bilancio statale di Teheran. Ciò conferisce alla metropoli una capacità di resistenza che scavalca i destini dei singoli Governi.

Il Wilāyat al-faqīh

Il rapporto tra Qom e la Rivoluzione del 1979 è genetico. Fu in queste aule che l’Ayatollah Khomeini insegnò per decenni e formulò la teoria del wilāyat al-faqīh, la “tutela del giurista“. Secondo tale principio, in attesa del ritorno del dodicesimo Imam occultato, le funzioni di guida della comunità spettano al giureconsulto islamico più dotto.

Questa dottrina ha reso Qom baricentro ideologico della Repubblica Islamica, dove convivono anche correnti di pensiero alternative, che auspicano una separazione tra l’autorità religiosa e l’apparato coercitivo dello Stato.

Logistica

Qom nasconde un’importanza strategica vitale legata alla sua funzione di “tornello” logistico tra il Mar Caspio e il Golfo Persico. La città connette le rotte commerciali dell’Oceano Indiano con il cuore del Continente eurasiatico.

Il baricentro dell’Instc

Qom occupa una posizione geografica chiave lungo l’Instc (International North-South Transport Corridor), il progetto multimodale di 7.200 km concepito per collegare l’India alla Russia via Iran. La città funge da scalo di smistamento primario, in quanto situata all’apice del triangolo strategico tra Teheran e i distretti industriali del centro.

Qui, le merci che risalgono dai porti di Bandar Abbas e Chabahar vengono smistate verso il Caucaso e l’Europa, riducendo i costi di spedizione del 30% e i tempi di percorrenza del 40% rispetto alla rotta marittima tradizionale del Canale di Suez.

La connessione cinese e l’alta velocità (HSR)

Nell’ambito della Belt and Road Initiative, Pechino identifica in Qom l’anello di congiunzione per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti terrestri. Data la sua importanza, la città è fulcro del primo progetto ferroviario ad alta velocità iraniana. Esso, collegherà Teheran a Isfahan.

Finanziata da istituti di credito cinesi e realizzata con tecnologie d’avanguardia, questa infrastruttura integra il trasporto rapido con le Zone economiche speciali in fase di sviluppo nelle aree desertiche circostanti, trasformando il territorio in un hub manifatturiero e logistico interconnesso con la Cina.

Logistica del pellegrinaggio

Convertire la rendita religiosa in rendita di transito è possibile. Lungo l’asse che collega Qom ai santuari iracheni di Najaf e Karbala, l’Iran ha standardizzato una rete di trasporti capace di muovere oltre 20 milioni di persone durante l’Arba’een (il più grande pellegrinaggio annuale del Mondo).

Questa infrastruttura ha un uso duale: nei periodi di bassa affluenza, i corridoi protetti e le linee ferroviarie potenziate servono al commercio di beni strategici e rifornimenti, permettendo a Teheran di proiettare la propria influenza economica lungo tutto l’arco sciita fino al Mediterraneo.

Porto Secco

Grazie alla sua vicinanza alla Capitale, Qom sta evolvendo verso il modello di “Porto Secco“, ospitando terminal intermodali dove le merci vengono sdoganate e caricate su ferro. La gestione di molti di questi hub è spesso legata a fondazioni religiose, strutture che rendono estremamente complesso per l’intelligence finanziaria internazionale tracciare l’origine e la destinazione finale dei carichi.

La città diventa così un polmone economico vitale per la sopravvivenza del Paese.

Qom nel Conflitto del 2026

Università Al-Mustafa

La proiezione internazionale di Qom rende la città motore ideologico del “soft power” iraniano. Sfidando l’egemonia sunnita saudita e la presenza occidentale in Medio Oriente.

Al centro della strategia di influenza iraniana si staglia l’Università internazionale Al-Mustafa, un’istituzione che, grazie alle oltre sessanta filiali, funge da vero e proprio vivaio per l’élite intellettuale e politica di quello che è stato definito l’Asse della resistenza.

Essa rappresenta il punto di incontro tra accademia e geopolitica: il Dipartimento di Stato americano ha infatti più volte indicato l’ateneo come un bacino di reclutamento privilegiato per la Forza Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc).

In seguito agli eventi bellici, l’ateneo ha subito una militarizzazione. Con il rientro di numerosi quadri operativi dai fronti regionali, l’istituzione è stata integrata nelle strutture di comando dell’Irgc. Oggi l’ateneo ha smesso i panni del centro accademico per diventare una centrale della guerra asimmetrica, dove la dottrina della tradizione persiana si fonde con le necessità operative della difesa cyber.

I Tecno-chierici

Le cupole dorate di Qom riflettono la resilienza di un sistema che ha fatto della propria identità religiosa l’ultimo scudo contro il mutamento dei tempi. Eppure, dal 2026 proprio questo scudo è stato sottoposto a pressioni senza precedenti. La città santa è passata da santuario immobile a teatro di metamorfosi.

I corridoi della Hawza hanno visto protagonista un’ala influente e radicale del clero, composta dai cosiddetti “TecnoChierici” e dagli ideologi del circolo di Haqqani. Questa fazione, legata alla visione messianica del pensiero di Mesbah Yazdi, sta spingendo per una revisione della storica fatwa contro le armi nucleari.

Invocando il principio giuridico del Maslahat, l’interesse supremo del sistema, e il concetto di Wajib al-Difa, l’obbligo sacro della difesa, sostengono che la protezione dellaTerra dell’Islam” costituisca un obbligo superiore a ogni interpretazione precedente. La distinzione introdotta è cruciale: elevando il possesso dell’atomo a dovere dottrinale, questa fazione punta a “terrorizzare il nemico di Dio”, trasformando de facto il programma di Fordow in una “Difesa Passiva Sacra”.

Sciopero silenzioso

Parallelamente, la città ha visto incrinarsi il monolite del consenso interno. Lo “sciopero silenzioso” che ha coinvolto settori del bazar e giovani studenti di teologia riflette il malcontento per l’interruzione dei flussi commerciali lungo i corridoi logistici dell’Instc, soffocati dalle nuove sanzioni.

Questo “scisma bianco” tra i giovani studenti e la vecchia guardia marca una frattura identitaria profonda: la richiesta di una Hawza che torni a difendere il popolo dall’isolamento economico mette in discussione la tenuta del regime proprio lì dove è nato.

Qom rimane il simbolo di un Paese che sfida ogni tentativo di semplificazione occidentale. La Repubblica islamica dimostra una resilienza che affonda le radici in una capacità millenaria di assorbire i colpi e trasformarli in narrazione, possibilmente sacra. Se la tregua di aprile 2026 dovesse rivelarsi solo un fragile intermezzo prima della tempesta, Qom ricorderà al Mondo che la resilienza persiana, enigma teologico e geopolitico che ha sempre trovato il modo di sopravvivere ai propri funerali.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Britannica, World History Maps, Britannica, The Conversation, Geopolitical Monitor, The Atlantic

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