Alla Camera la premier difende l’esecutivo, chiede una risposta Ue alla crisi in Medio Oriente, annuncia tagli sui carburanti, nuovo Piano casa e misure contro i salari bassi
Giorgia Meloni ha scelto la Camera per tracciare la rotta dell’ultimo anno di legislatura, rivendicare la tenuta del suo esecutivo e delineare la risposta italiana alla crisi in Medio Oriente e alle sue ricadute economiche, a partire da energia e carburanti. Un intervento che intreccia politica estera, finanza pubblica, lotta al caro‑vita, piano casa e contrasto al lavoro povero, e che ha suscitato la dura replica della segretaria del Pd Elly Schlein, che ha parlato di «discorso di autoconvincimento» e di un Governo già sconfitto dal voto referendario del 22‑23 marzo.
Crisi in Medio Oriente ed effetti sull’energia
Al centro della relazione del premier c’è la crisi in Medio Oriente, con il rischio di una nuova recrudescenza del conflitto che coinvolge l’Iran e l’intero quadrante regionale, con effetti immediati sulla sicurezza energetica europea. Meloni ha avvertito che, se la situazione dovesse aggravarsi, l’Unione europea dovrà «porsi seriamente il tema di una risposta non dissimile per approccio e strumenti da quella messa in campo per la pandemia», evocando misure straordinarie sul modello di Next Generation EU.
In quest’ottica, il presidente del Consiglio ha aperto alla «possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita», chiarendo che non si tratterebbe di una deroga per singoli Stati, ma di un provvedimento «generalizzato» per permettere a tutti i Governi di fronteggiare l’emergenza economica legata alla crisi energetica. Un passaggio che guarda al prossimo Consiglio europeo e segnala la volontà italiana di spingere per una risposta coordinata dell’Ue, sia sul terreno finanziario sia su quello della politica energetica.
Lo Stretto di Hormuz e la libertà di navigazione
Una parte significativa dell’intervento è stata dedicata allo Stretto di Hormuz, divenuto uno dei punti più critici nella fase di attuazione degli accordi internazionali con Teheran. Meloni ha ribadito la necessità del «pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto», sottolineando che non può essere «soggetta a nessuna forma di restrizione come invece sembra accaduto nelle ultime ore».
L’ipotesi che l’Iran possa ottenere la facoltà di applicare extradazi o oneri aggiuntivi ai transiti è descritta come un fattore in grado di produrre «conseguenze economiche imponderabili», in un contesto in cui oltre un quinto del petrolio e del gas mondiale passa da quel corridoio marittimo. Per questo l’Italia sostiene iniziative multilaterali per garantire la libertà di navigazione e scongiurare ulteriori shock sui prezzi energetici, escludendo però che si possa parlare di «missioni di guerra» o di un coinvolgimento militare diretto per forzare il blocco.
Misure anti‑speculazione e caro‑carburanti
Sul fronte interno, il Governo rivendica di aver già messo in campo misure per contenere i rincari di benzina e diesel. «L’Italia è pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche», ha affermato Meloni, richiamando anche gli strumenti già utilizzati in passato e lasciando aperta la strada a nuovi interventi mirati.
Il premier ha ricordato che l’esecutivo è intervenuto sul costo dei carburanti con un primo decreto che ha tagliato di 25 centesimi al litro il prezzo di benzina e diesel, accompagnato da un meccanismo di controllo anti‑speculazione ritenuto «funzionante». La misura, pensata inizialmente per 20 giorni in attesa degli sviluppi della crisi, è stata poi rifinanziata e prorogata fino al 1° maggio e verrà «modulata man mano che i negoziati di pace andranno avanti» e offriranno una prospettiva più chiara sulla durata e l’intensità degli interventi necessari.
Fisco, conti pubblici e lotta all’evasione
Nel passaggio dedicato alla politica economica, Meloni ha rivendicato i risultati conseguiti sul fronte della lotta all’evasione fiscale, indicata come uno dei pilastri che hanno permesso di finanziare le misure a sostegno di famiglie e imprese senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. «In tre anni abbiamo raccolto oltre 300 miliardi di euro» dal contrasto all’evasione, ha affermato, definendo queste risorse «preziosissime» per tenere i conti in ordine e sostenere gli interventi programmati.
Il premier ha ribadito l’impegno dell’esecutivo a proseguire sulla strada della riduzione del carico fiscale su cittadini, famiglie e imprese, «compatibilmente con il quadro della finanza pubblica» e «anche con la prossima legge di bilancio». Una linea che il Governo lega alla credibilità europea dell’Italia e alla necessità di preservare il potere d’acquisto in una fase di inflazione elevata e di progressiva rimodulazione dei sostegni contro il caro‑energia.
Distanza da Trump e da Israele
Sul piano della politica estera, Meloni ha marcato negli ultimi giorni una maggiore distanza dalle minacce del presidente americano Donald Trump all’Iran e dalla scelta di Israele di proseguire gli attacchi in Libano, condannando anche le «azioni irresponsabili» che hanno coinvolto un convoglio Unifil italiano. In Aula, la premier ha respinto le accuse di subalternità rispetto a Washington, ricordando che «la collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo Governo, ma è la stessa da circa 80 anni».
«Lo dico per rispondere in anticipo all’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o al più scontato ancora “la Meloni scelga tra Trump e l’Europa”», ha sottolineato, rivendicando le scelte compiute in seno a Nato, Ue e G7. Il messaggio, rivolto tanto alle opposizioni quanto ai partner europei, è quello di un’Italia che punta a giocare un ruolo autonomo nei dossier più delicati, dalla crisi mediorientale al controllo dei flussi migratori, pur mantenendo un saldo ancoraggio atlantico.
Stabilità dell’esecutivo e rifiuto del rimpasto
Meloni ha colto l’occasione per chiudere con decisione ogni ipotesi di crisi di Governo, rimpasto o dimissioni anticipate, all’indomani del referendum costituzionale del 22‑23 marzo che ha visto la sconfitta della maggioranza. «Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il Governo non si è mai fermato. E non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre sono da sempre scritte nel programma di Governo», ha scandito, escludendo la necessità di «nuove linee» politiche.
«Quanto alle dimissioni, invocare le elezioni sarebbe convenuto dal punto di vista tattico», ha aggiunto, ma «il Governo c’è, nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all’ultimo giorno del suo mandato». La premier ha ribadito che «non ci sarà alcun rimpasto», pur riconoscendo di aver chiesto «un passo indietro» ad alcuni esponenti dell’esecutivo che avevano «lavorato bene», decisioni definite «non semplici né indolori» ma motivate dall’esigenza di anteporre «l’interesse della Nazione» a quello dei partiti.
Vicepremier, squadra di Governo e polemiche
Difendendo la squadra di Governo, Meloni si è detta «orgogliosa» dei vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, rivendicando la compattezza della maggioranza e il metodo adottato per le sostituzioni nelle caselle chiave dell’esecutivo. Ha quindi invitato le opposizioni a «sgomberare il campo» dalle polemiche «infinite e pretestuose» per concentrarsi su un confronto nel merito, lanciando una sfida esplicita sulla «vera politica», quella delle «soluzioni necessarie per i cittadini».
Meloni ha respinto anche l’idea che la responsabilità delle tensioni internazionali o dell’aumento del costo mondiale del petrolio possa essere addossata al Governo italiano, ricordando come lo scenario globale non permetta più a nessuno di cavarsela «dicendo che è tutta colpa della Meloni». Una linea comunicativa che mira a isolare le critiche interne sul piano del «palazzo», contrapposte alla narrazione di un esecutivo al lavoro «a 360 gradi» sul versante internazionale e su quello nazionale.
Nuove misure contro il lavoro povero
Guardando alle politiche sociali, la presidente del Consiglio ha annunciato per il Consiglio dei ministri in vista del 1° maggio un nuovo decreto orientato a combattere il lavoro povero, in continuità con la scelta di varare provvedimenti sul lavoro proprio alla vigilia della Festa dei lavoratori. «Molto ci siamo occupati dei salari in questi anni, ma è evidente che esistono ancora sacche di lavoro povero», ha riconosciuto, preannunciando «ulteriori regole» per rafforzare i diritti dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva.
La strategia rivendicata dal Governo punta a combinare taglio del cuneo fiscale, incentivi all’occupazione e interventi selettivi sui contratti più fragili, ma resta nel mirino delle opposizioni che chiedono l’introduzione di un salario minimo legale. Proprio Schlein ha più volte accusato l’esecutivo di aver affossato la proposta sul salario minimo, mentre i dati su working poor e stagnazione delle retribuzioni reali alimentano il dibattito pubblico.
Piano casa: 100mila alloggi in dieci anni
Sempre in vista del 1° maggio, Meloni ha annunciato che il Consiglio dei ministri approverà i provvedimenti per avviare un «vasto Piano casa» su cui il Governo dichiara di lavorare da tempo. L’obiettivo è rendere disponibili, nei prossimi dieci anni, «oltre 100mila case» tra alloggi popolari e abitazioni a prezzi calmierati, attraverso una combinazione di nuove costruzioni, riqualificazione del patrimonio esistente e valorizzazione degli immobili pubblici.
Il dossier abitativo è uno dei terreni di maggiore scontro con le opposizioni e con la stessa Schlein, che contesta al Governo di annunciare nuovi alloggi senza intervenire con decisione sul recupero dei circa 100mila alloggi pubblici sfitti, bloccati da anni per mancanza di manutenzione e investimenti. Meloni punta invece a presentare il Piano casa come uno dei capisaldi dell’azione dell’ultimo anno di legislatura, insieme al contrasto al lavoro povero e al rafforzamento degli strumenti di welfare territoriale.
Antimafia e infiltrazioni nei partiti
Un passaggio inedito dell’intervento ha riguardato il tema della criminalità organizzata e del rapporto tra politica e mafie, con Meloni che ha sollecitato direttamente la Commissione parlamentare antimafia a occuparsi dei tentativi di infiltrazione nei partiti, «compreso Fratelli d’Italia». «Mentre alcuni usano il tema per propaganda, a me interessa costruire gli anticorpi su un tema che ci riguarda tutti», ha affermato, rivendicando un impegno personale iniziato «dal 19 luglio 1992» e rifiutando «lezioni» su questo terreno.
La richiesta, rivolta anche alle opposizioni, punta a spostare il baricentro del dibattito dalle accuse incrociate alla verifica degli strumenti di prevenzione e controllo, soprattutto a livello locale. Meloni ha collegato questa battaglia alla necessità di preservare la credibilità delle istituzioni, in un momento in cui gli scandali che hanno coinvolto alcuni esponenti del Governo sono al centro dell’attacco politico dei partiti di minoranza.
La contro‑narrazione di Elly Schlein
Dal banco dell’opposizione, la segretaria del Pd Elly Schlein ha liquidato l’intervento del premier come un «discorso di autoconvincimento», sostenendo che la maggioranza sia già stata «battuta dal popolo sovrano» con la bocciatura della riforma costituzionale. «Lei ci sfida, ma le do una notizia: avete già perso quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e il popolo vi ha battuto nelle urne», ha dichiarato, promettendo che il centrosinistra «accontenterà» Meloni nella sua «voglia di tornare all’opposizione».
Schlein ha accusato il Governo di essere troppo impegnato «con gli scandali dei suoi ministri» per occuparsi del «Paese reale», richiamando il calo degli stipendi reali di circa nove punti percentuali negli ultimi quattro anni e l’aumento dei lavoratori poveri. Una «cartolina» dall’Italia quotidiana che mette in discussione la narrazione di un esecutivo capace di ridurre la pressione fiscale e difendere il potere d’acquisto delle famiglie.
Nel confronto sviluppato in Aula emergono così due letture contrapposte della stessa fase politica: da un lato il Governo, che rivendica stabilità, risultati sul piano economico e un protagonismo internazionale nella gestione della crisi mediorientale; dall’altro le opposizioni, che denunciano l’aumento delle disuguaglianze, la fragilità salariale e l’assenza di un vero cambio di passo sulle riforme strutturali. È lungo questo crinale, tra tensioni geopolitiche ed emergenze sociali interne, che l’Italia si prepara a vivere l’ultimo anno di legislatura guidata da Giorgia Meloni.
Ginevra Larosa
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