Si è da poco concluso il meeting di Stato tra Xi e Trump in cui sono stati affrontati svariati dossieri tra cui dazi, Iran, Taiwan, relazioni commerciali
La guerra in Iran come leva per ottenere un accordo vantaggioso con Pechino. Se questo era il piano del commander in chief americano, non ha raccolto i suoi frutti. Da poco si è concluso in Cina il breve vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, svoltosi tra il 14 e il 15 maggio. Vari i dossier sul tavolo, dai dazi alle terre rare, passando per i conflitti presenti – Iran – e futuri – Taiwan. Tuttavia, le vittorie che il capo della Casa Bianca potrà sbandierare di ritorno a Washington sono esigue. A partire dal conflitto in Medio Oriente – che sperava potesse rappresentare un asso nella manica nei confronti della diplomazia cinese.
La guerra in Iran: un inaspetatto vantaggio per Pechino
Come noto, Pechino esporta oltre l’80% dei flussi di greggio in uscita dai porti di Teheran. Un quantitativo di petrolio corrispondente al 15% dell’intero fabbisogno energetico cinese. Più volte Xi e alti funzionari della Rpc (Repubblica popolare cinese) hanno dimostrato pubblicamente la loro insofferenza nei confronti dell’operazione israelo-statunitense. Report internazionali hanno rivelato che il Governo di Cina abbia messo a disposizione delle IRGC (Guardie rivoluzionarie iraniane) dati intelligence e componenti missilistiche per colpire le basi Usa. Sia pure in maniera defilata e fuori dai riflettori per evitare un’escalation diretta con gli Stati Uniti.
Ma il tempo ha comunque giocato dalla parte dei cinesi e degli iraniani. L’inaspettata capacità di Teheran di saper sfruttare a proprio vantaggio l’asimmetria del conflitto ha messo Washington in difficoltà. Ribaltando le parti e costringendo la diplomazia americana ad affrettarsi pur di trovare un accordo – oggi ancora lontano nonostante la mediazione di Islamabad e Pechino.
La stessa intelligence americana – su rivelazione del Washington Post – ha confermato che la Cina starebbe traendo vantaggio su più fronti dalla guerra in Iran. Secondo il rapporto, non solo avrebbe arginato la riduzione dei flussi di greggio (grazie alle vaste riserve petrolifere e all’enormità del settore rinnovabili), ma anche confermato il proprio ruolo di leadership globale. Superiore moralmente e più affidabile rispetto alle politiche schizofreniche e belligeranti della Casa Bianca.
Medio Oriente e dazi
Dall’inizio delle ostilità, Pechino avrebbe fornito sostegno energetico e venduto armi ad alleati Usa nel Golfo Persico presi di mira da Teheran. Ampliando il proprio ruolo diplomatico/fiduciario in Medio Oriente. Inoltre, una serie di Paesi – tra cui Thailandia, Australia, Filippine – avrebbero contattato il Governo cinese per impostare affari e accedere alle avanzatissime tecnologie green – ormai potenziale meta di transizione energetica.
Per tali ragioni, il dossier concernente la guerra in Iran è rimasto pressoché invariato, nonostante il vertice tra i due capi di Stato. Né Xi né Teheran hanno fretta, mentre a Washington le preoccupazioni crescono. Trump ha affermato che il presidente cinese è allineato sul dossier mediorientale, ma la smentita è arrivata netta tramite le parole del ministero degli esteri della Rpc: «Questo conflitto, che non sarebbe mai dovuto accadere, non ha motivo di continuare».
La sconfitta per Washington riguarda anche i dossier commerciali. Sebbene lo scorso ottobre i leader abbiano raggiunto una tregua – in base alla quale Washington riduce i dazi (oggi al 25%, come nel 2018) in cambio della riapertura dei flussi di terre rare – le nuove restrizioni imposte da Pechino, a due settimane dal vertice, potrebbero aver riportato gli Usa alla casella di partenza.
Tali misure (dette di extraterritorialità e che prevedono la necessità dell’autorizzazione cinese in caso di esportazione) se applicate rigidamente, potrebbero portare l’industria statunitense al collasso. Ricordiamo che Washington importa il 70% del proprio fabbisogno dalla Cina che, a sua volta, domina il settore con l’80% della produzione globale. Si è comunque annunciata la volontà formale di estendere l’accordo in scadenza a ottobre tramite l’istituzione di un Board of Trade.
I dossier commerciali e Taiwan
Sul fronte agricolo, invece, Trump pare aver ricevuto la conferma dell’impegno di Pechino. Gli Stati Uniti si aspettano che la Cina firmerà accordi per l’acquisto di prodotti statunitensi per un valore di “decine di miliardi“. In continuità con la piattaforma precedentemente raggiunta e che oggi si mira a estendere.
La Cina dovrebbe acquistare anche 200 Boeing che, tuttavia, rispetto alle previsioni iniziali (500 unità), paiono deludere le aspettative. Nonostante le affermazioni di più funzionari americani in tal senso, tutte le questioni commerciali sopra citate rimangono aperte e condizionate a sviluppi futuri. Inoltre non si sono intravisti segnali di svolta per la vendita dei chip Nvidia in Cina – mercato fondamentale per l’azienda americana, ma sottoposto a divieti di export da parte di Washington per ragioni di sicurezza strategica.
In ultimo, il dossier più spinoso e sensibile ha riguardato Taiwan. Al centro del confronto – su cui non risultano cronache dettagliate – la vendita di armi statunitensi a Taipei, ancora incerta per tempistiche e modi. Ma anche la consapevolezza da parte americana che le nuove tensioni in Medio Oriente stanno alimentando il vantaggio cinese. Washington sta svuotando le proprie riserve di munizioni e ricettori, mentre Pechino osserva e prende nota sulle tattiche utilizzate dagli Usa.
Fabio Sinisi
Foto© NY Times, Limes, GizChina, IARI













