Le nuove relazioni transatlantiche: il punto di Nathalie Tocci

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Relazioni transatlantiche Nathalie Tocci

Da Trump in poi le relazioni tra Washington e i Paesi europei hanno subito un radicale cambiamento: minacce, tagli di fondi strategici e il ritiro di truppe dal Vecchio Continente

Perno della politica estera americana dal 1949, l’euroatlantismo rischia oggi di sfrangiarsi fra crepe interne e pretese separatiste. L’uscita degli Usa dalla Nato, un tempo aspirazione inverosimile di pochi, appare da Trump in avanti solo come una questione di tempo

Tra dicembre 2025 e aprile 2026, svariate testate (tra cui Telegraph e Reuters) hanno riportato sorprendenti indiscrezioni su di una Casa Bianca intenzionata ad abbandonare l’Alleanza atlantica. Sebbene le implicazioni sul piano giuridico rendano un’operazione di tale portata poco plausibile nel prossimo futuro, statements e iniziative politiche di Donald Trump sembrano da tempo perseguire una chiara direttrice: svuotare l’organizzazione dall’interno, rendendone il ritiro una mera questione formale.

I riferimenti alla Nato come “una tigre di carta” e i moniti sul ritiro di truppe Usa dalle basi europee sono solo tra gli ultimi elementi che concorrono ad attestare il disimpegno americano dal Vecchio Continente e la volontà di aprire uno squarcio epocale fra le pagine di storia delle relazioni euro-atlantiche. Fin da novembre 2024, l’amministrazione Trump ha dato prova di voler rivoluzionare i rapporti di forza con gli alleati europei. 

La discontinuità nel sostegno a Kiev, il reiterato taglio di fondi a programmi di difesa comune – come il Bsi (Baltic Security Initiative) – e il ritiro di truppe da est Europa e da Germania tracciano un fil rouge spesso ignorato dai leader di Europa. Oggi costretti a pagarne le conseguenze. Nel NSS (National Security Strategy) del novembre 2025, il dossier sull’Ue conta poco meno di due pagine – non propriamente lusinghiere. Dipinta come terra di mezzo, l’Europa è agli occhi di Washington in una situazione di stallo e declino cronico, in cui mancanza di “national identity”, “economic stagnation” e “debts” abbondano.  

Si aprono dunque una serie di difficili interrogativi e prospettive sul futuro dell’Alleanza Atlantica e della tenuta di un’Unione europea estremamente frammentata. Ne abbiamo parlato con Nathalie Tocci, politologa, professoressa presso la John Hopkins University SAIS e storica ex direttrice dell’IAI.

Con quanta probabilità gli Stati Uniti abbandoneranno la Nato?

«Direi poche. Sussistono due motivi sostanziali per cui credo che le minacce di Trump in questa direzione vadano ignorate. Il primo è di carattere giuridicoformale e tange il cuore pulsante del sistema di check and balances americano. Vale a dire il Congresso».

«Nel 2023, l’Assemblea statunitense ha approvato una disposizione ad hoc – interna al National Defense Authorization Act – che proibisce al presidente di sospendere il Trattato del Nord Atlantico senza il via libera del Senato (parliamo di un sistema a maggioranza qualificata). In più, l’articolo 13 del Trattato stesso dispone un preavviso necessario minimo di un anno. In poche parole: difficilmente Trump potrà uscire dall’oggi al domani dalla Nato».

«C’è poi un motivo più sostanziale. Oggi assistiamo al riemergere di una narrazione – vecchia ormai di decenni – per cui l’Europa viene descritta come un Continente di parassiti. Non intendo negare il debito commerciale europeo nei confronti di Washington, ma un simile modo di leggere le cose è, a mio avviso, fuorvianteCome possiamo far finta di non vedere tutta una serie di vantaggi che gli americani hanno tratto in quanto membri della Nato? Dall’accesso all’industria di difesa europea alla proiezione nel sud Europa e in Medio Oriente tramite l’utilizzo delle nostre basi: l’egemonia statunitense globale, va detto, è passata in una buona parte anche per l’Alleanza Atlantica».

Dopo Trump le cose cambieranno?

«Di certo ci sarà un momento di riconciliazione. Ma, come in una relazione personale, le ferite e gli attriti rimarranno. I rapporti transatlantici, nella migliore delle ipotesi, saranno diversi, meno fiduciari. E, per parte europea, passeranno per due elementi di garanzia fondamentali: autonomia strategica e diversificazione dei partner».

L’Ue dovrebbe seguire il modello canadese e riavvicinarsi a Pechino? 

«L’Unione si sta muovendo da tempo in questa direzione. Si pensi al Mercosur, all’Indonesia o all’Australia. Dubito che senza le continue vessazioni di Trump ciò sarebbe successo. Ma la Cina, a mio avviso, dovrebbe rimanere l’ultima tra le fermate a cui aspirare».

Readiness 2030 rischia di diventare un processo di riarmo dei singoli?

«Se ci atteniamo agli odierni tentativi di attuazione, decisamente sì. E Si tratta di un rischio strutturale. Dal momento in cui difesa e politica estera sono costituzionalmente una competenza nazionale, una deriva del genere è inevitabile».

«In più, noto il riaffiorare della questione tedesca. Entro il 2030 Berlino spenderà in armi più di quanto non facciano Parigi e Londra assieme. Se ne parla poco, ma ciò creerebbe inevitabilmente un’Europa sbilanciata verso la Germania – futura terza potenza militare al mondo dopo Usa e Cina».

L’Ue ha fatto poco per la pace in Ucraina?

«Su questo sono molto scettica. È sotto gli occhi di tutti che la Russia non voglia finire di combattere. Non perchè stia vincendo, ma per via del fatto che la prosecuzione della guerra è diventata essenziale per la sopravvivenza del regime e della sua economia. Si può dare vita a tentativi di dialogo, certo, ma a che pro se l’altra parte non vuole parlare? Il modo in cui Trump ci ha provato è esemplificativo».

Che ne pensa dell’opzione boots on the ground in Ucraina?

«È un’opzione che sostengo limitatamente all’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Senza una forza di sicurezza europea credo non vi sarebbe alcuna garanzia per Kiev. La vera domanda, però, è se si dovesse arrivare a uno scenario in cui non c’è la cosiddetta guerra guerreggiata, ma, nel mentre, i combattimenti si abbassano di intensità».

«In mancanza di un pezzo di carta formale dichiari valido il cessato il fuoco, boots on the ground diverrebbe una decisione più delicata da prendere per i Governi europei».

L’Ue applica doppi standard nei confronti di Israele? 

«Assolutamente si. Se abbiamo un’identità nel Mondo, basata su determinati principi come libertà, democrazia e rispetto dei diritti, la stiamo tradendo. Sussiste un divario gigantesco tra i valori che l’Europa dice di professare e l’azione svolta concretamente nei confronti di Israele. È un problema antico che è andato via via peggiorando nel corso degli anni. Oggi siamo all’apice. Non soltanto continuiamo a commerciare con uno Stato che ha commesso un genocidio, ma gli concediamo addirittura dei trattamenti preferenziali».

«Neanche ci ha sfiorato l’idea di sanzionare Tel Aviv. Siamo davanti a una vergogna e, soprattutto, a una palese negazione di chi diciamo di essere».

 

Fabio Sinisi

Foto© IEP, BBC, Maremagnum, RSI

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