Il tarlo insidioso dell’illegalità

0
31
Confcommercio illegalità

Indagine Confcommercio: abusivismo, furti e contraffazione pesano su imprese e lavoro, cresce l’allarme sicurezza nelle Città italiane

Nel 2025 l’illegalità è costata alle imprese del commercio e dei pubblici esercizi oltre 41 miliardi di euro e ha messo a rischio 284 mila posti di lavoro regolari. È quanto emerge dalla indagine svolta da Confcommercio e presentata nella storica sede di Piazza Belli a Roma dal presidente Carlo Sangalli, in occasione della giornata “Legalità ci piace”, giunta alla XIII edizione.

Alla tavola rotonda hanno partecipato: Carlo Pecci, comandante provinciale dei Carabinieri di Roma; Stefano Locatelli, già sindaco di un Comune della Bergamasca, ora vicepresidente dell’Anci; Patrizia Di Dio, vicepresidente di Confcommercio con incarico per legalità e sicurezza; e il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. È intervenuto anche il ministro Piantedosi.

Tra i problemi che assillano oggi il commercio, fa notare il presidente Sangalli, vi sono l’abusivismo commerciale, che costa 10,5 miliardi di euro; l’abusivismo nella ristorazione, che pesa per 8,5 miliardi; la contraffazione, per 5 miliardi; e la piaga del taccheggio – ovvero la sottrazione di beni dagli scaffali – per ben 5,4 miliardi di euro. Un altro crimine che si sta affacciando prepotentemente alla ribalta è la cyber criminalità. Dietro queste azioni delittuose ci sono imprese, spesso familiari, penalizzate, investimenti frenati, quartieri che si impoveriscono di botteghe e città meno vivibili.

«L’illegalità» – afferma Sangalli – «lavora come un tarlo silenzioso, in maniera insidiosa, che consuma dall’interno la fiducia, la concorrenza leale e la qualità economica del nostro Paese».

Dalla relazione emerge con forza il tema della sicurezza urbana, che è sia presidio dell’ordine pubblico che presidio sociale. Una città insicura scoraggia i consumi, riduce gli investimenti, allontana le persone, svuota i centri urbani e accelera la desertificazione commerciale. La percezione dell’insicurezza modifica anche i comportamenti delle persone. Il 29% delle imprese del terziario percepisce un peggioramento dei livelli di sicurezza nel 2025.

Impatto dei crimini

I furti sono in costante aumento (26%) ed è il fenomeno più temuto dagli imprenditori, seguiti dalle spaccate di vetrine (24%), dalle aggressioni e violenze subite da commercianti e loro dipendenti, nonché dalle rapine (24%). Tre imprenditori su dieci temono che la propria impresa possa essere esposta a crimini come furti e truffe, ma anche frodi informatiche, atti vandalici, rapine e aggressioni sono tra le principali preoccupazioni (32%).

Quasi il 23% delle imprese, da qualche tempo, segnala episodi criminali da parte di baby gang e quasi il 50% delle imprese è preoccupata per la conduzione delle attività. Un’impresa su tre teme la mala movida, che comporta il degrado urbano di alcune zone delle città, alla quale seguono spesso vandalismi e danneggiamenti.

La piaga del taccheggio

Oltre 6 imprese su dieci subiscono la sottrazione di beni; 1 su 5 ne è colpita più volte a settimana, taluni quotidianamente. Tra i prodotti più appetibili si segnalano i profumi, cosmetici, prodotti per l’igiene personale, abbigliamento, calzature, accessori per la moda, piccola elettronica, accessori tecnologici. Nel settore alimentare, i confezionati «vanno a ruba», come tonno, carne in scatola, pasta, farine e caffè, oltre agli alcolici.

Le misure di protezione messe in atto dai commercianti

Il sistema antitaccheggio (74,5%) è al primo posto; quindi la videosorveglianza (73%). Sono i sistemi di protezione più usati per contrastare il fenomeno. Una impresa del commercio su tre vede la sottrazione di beni incidere in maniera significativa sui ricavi, con perdite che nella maggioranza dei casi raggiungono il 2%. Una parte del fatturato viene quindi investita in misure di sicurezza.

La sicurezza, sostiene infine Sangalli ai numerosi appartenenti alle forze di polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri presenti in sala, «rimane una responsabilità pubblica e Confcommercio illegalitàdeve essere costruita con la collaborazione e la costante presenza delle Forze dell’Ordine, anche locali. Un negozio aperto non è solamente un luogo di vendita, ma è una luce accesa, presenza, relazione, controllo del territorio; una saracinesca abbassata è un punto di vita della città che si spegne e contribuisce al degrado e alla criminalità. La lotta alla desertificazione commerciale è una politica per la sicurezza delle città. Rafforzare i presidi delle forze dell’ordine e delle associazioni di categoria, intervenire nelle zone di mala movida».

Sangalli, nell’occasione, ha chiesto agevolazioni sui tributi locali e incentivi per chi investe in sicurezza, sostegni per la riqualificazione delle vetrine e dell’illuminazione, favorire nuove aperture e il recupero dei locali sfitti «perché» – ha concluso – «la rigenerazione urbana, il commercio di prossimità e la sicurezza devono camminare insieme. La legalità, più che un costo, è un investimento nella cultura della responsabilità».

Un problema anche sociale

A proposito delle baby gang, occorre intercettare il disagio giovanile che attraversa i nostri tempi. Mancano centri di aggregazione: una volta erano svolti dalle parrocchie, ora non c’è più nessuno, a livello dei comuni, che se ne occupi. Il giovane che in un negozio rapina l’esercente o il povero anziano non ha contezza, dal punto di vista mentale, della sua bravata, e ciò dipende anche, purtroppo, dall’assenza di controllo dei genitori e dallo sbando di molte famiglie in cui crescono.

Al termine della tavola rotonda, il presidente Sangalli e la vicepresidente Patrizia Di Dio hanno assegnato il Premio della Legalità di Confcommercio al Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia, tra gli applausi dei presenti.

Chi è il Procuratore Maurizio De Lucia

Triestino di nascita ma campano di adozione, è stato a lungo pubblico ministero a Palermo, poi è passato alla direzione nazionale antimafia e quindi alla Procura di Messina. Quando era nella Procura del capoluogo siciliano ha assistito alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, nelle quali morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le sue indagini sulla pubblica amministrazione hanno portato alla luce molti infiltrati mafiosi. È proprio De Lucia che, insieme al procuratore aggiunto Paolo Guido, è riuscito a mettere fine alla latitanza di 30 anni del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Un riconoscimento a De Lucia ben meritato.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco, AI

Articolo precedenteDiritti umani negati: l’anno nero del patibolo
Giancarlo Cocco
Laureato in Scienze Sociali ad indirizzo psicologico opera da oltre trenta anni come operatore della comunicazione. Ha iniziato la sua attività giornalistica presso l’area Comunicazione di Telecom Italia monitorando i summit europei, vanta collaborazioni con articoli sul mensile di Esperienza organo dell’associazione Seniores d’Azienda, è inserito nella redazione di News Continuare insieme dei Seniores di Telecom Italia ed è titolare della rubrica “Europa”, collabora con il mensile 50ePiù ed è accreditato per conto di questa rivista presso la Sala stampa Vaticana, l’ufficio stampa del Parlamento europeo e l’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2010 è corrispondente da Roma del quotidiano on-line delle Marche Picusonline.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui