Draghi avverte l’Ue: «Siamo soli nel nuovo ordine globale»

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Draghi avverte l'Ue

Ad Aquisgrana l’ex premier invita a rafforzare autonomia strategica, difesa comune e mercato interno davanti a un contesto sempre più instabile

Nel cuore di Aquisgrana, durante la cerimonia di conferimento del Premio Carlo Magno, Mario Draghi lancia un monito netto all’Europa. Il contesto internazionale, secondo l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea (Bce), è profondamente cambiato e impone una revisione radicale delle certezze che hanno sostenuto il Continente negli ultimi decenni.

«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme», afferma Draghi, sintetizzando una condizione geopolitica inedita per l’Unione europea. Il riferimento è a un mondo che «è diventato più duro, più frammentato e più mercantilista», in cui le dinamiche globali non garantiscono più stabilità né crescita come in passato.

Fine delle certezze globali

Nel suo intervento, Draghi evidenzia come l’Europa non possa più contare sull’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra. «Il Mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più», sottolinea, mettendo in luce una trasformazione strutturale degli equilibri globali. Particolarmente significativo il passaggio sui rapporti transatlantici. «Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo», avverte, evidenziando come decisioni cruciali per l’economia europea vengano oggi prese «sempre più unilateralmente».

Un cambiamento che, secondo Draghi, segna una discontinuità storica e obbliga l’Europa a ripensare il proprio ruolo nello scenario globale.

Un nuovo scenario

Il tema della sicurezza occupa una parte centrale del discorso. Draghi richiama l’attenzione su una prospettiva finora impensabile: «Per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che davamo per scontate».

In questo contesto, nemmeno la Cina rappresenta un’alternativa strategica. L’ex premier accusa Pechino di generare «surplus industriali su una scala che il Mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva» e di sostenere «direttamente il nostro avversario, la Russia».

Il risultato è un sistema internazionale caratterizzato da alleanze fluide e da una crescente incertezza. «In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata», ribadisce.

Draghi insiste sulla necessità di un impegno europeo più vincolante. «Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio». L’obiettivo è trasformare l’attuale cooperazione in un sistema di obblighi concreti. «Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti». Alla base, sottolinea, vi è il principio della responsabilità reciproca: «Ogni comunità politica è plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco».

Le fragilità interne

Oltre ai fattori esterni, Draghi individua nelle debolezze strutturali dell’Unione europea una delle principali cause della sua vulnerabilità. «L’Europa si è aperta al Mondo senza completare il mercato al suo interno», osserva. Secondo l’ex presidente della Bce, il Continente è «troppo dipendente dalla domanda estera», oltre che da capacità produttive e tecnologiche «controllate altrove». A questo si aggiunge una forte frammentazione interna che limita la capacità di azione comune.

Draghi cita in particolare:

  • la frammentazione dei mercati dei capitali

  • sistemi energetici non sufficientemente integrati

  • un eccesso di regolamentazione

«La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è semplicemente una sfortuna», chiarisce, «ma il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo».

Crisi come rivelazione

Nonostante il quadro critico, Draghi invita a leggere il momento attuale anche come un’opportunità. «Questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione», afferma. Le crisi degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina fino alle tensioni in Medio Oriente – stanno infatti spingendo gli europei a riscoprire ciò che li unisce. «Gli europei stanno riconoscendo, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme».

Una consapevolezza che, secondo Draghi, dovrebbe tradursi in maggiore determinazione politica e capacità di azione.

Verso una maggiore assertività

Nel delineare le prospettive future, Draghi sottolinea la necessità di riequilibrare il rapporto con Washington. «Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque». L’approccio basato su negoziazione e compromesso, osserva, «per lo più non ha funzionato». Il rapporto transatlantico è diventato «più conflittuale e imprevedibile», e ogni shock non gestito adeguatamente riduce il margine di manovra dell’Unione.

Da qui la necessità di una strategia più autonoma nei settori chiave: economia, tecnologia ed energia.

I limiti del processo decisionale europeo

Un altro nodo cruciale riguarda il funzionamento delle istituzioni europee. «L’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe», afferma Draghi. Il problema, precisa, non è la mancanza di ambizione politica, ma ciò che accade dopo. «Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano», fino a produrre risultati che «non assomigliano più a quelli inizialmente previsti».

Il rischio è che l’azione europea diventi «talmente inadeguata alla portata della sfida da risultare peggiore dell’inazione».

Il nodo degli investimenti

Sul piano economico, Draghi richiama l’attenzione sull’entità degli sforzi necessari per affrontare le sfide future. Il fabbisogno di spesa strategica, già stimato in circa 800 miliardi di euro l’anno, è salito «a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media», anche alla luce degli impegni in materia di difesa.

In questo scenario, la crescita diventa la condizione essenziale. «È la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare», spiega, citando tra gli obiettivi:

  • la transizione energetica

  • la difesa del Continente

  • lo sviluppo delle industrie digitali

  • il sostegno a società sempre più anziane

Secondo Draghi, la scala di questi impegni richiede un salto significativo nella capacità economica e industriale dell’Unione.

Un passaggio chiave del discorso riguarda il rapporto tra mercato unico e politica industriale. «Non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali», afferma Draghi. Al contrario, «se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra». Un mercato europeo realmente integrato, spiega, potrebbe creare le condizioni per una politica industriale più efficace e competitiva a livello globale.

Catene di approvvigionamento e crisi globali

Draghi richiama anche la fragilità delle catene di approvvigionamento, messe a dura prova dalle tensioni geopolitiche. «Gli shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza, ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti è diventato enorme». La guerra in Medio Oriente, osserva, ha già avuto effetti tangibili: «Ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie».

Anche nel caso di una normalizzazione delle rotte energetiche, le conseguenze potrebbero essere durature. «Le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni», avverte.

Tra unità e consenso

Draghi avverte l'UeUn segnale incoraggiante arriva, secondo Draghi, dall’opinione pubblica. «Nove cittadini su dieci vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità», evidenzia. Anche le forze politiche tradizionalmente legate alla sovranità nazionale riconoscono che «nessuna Nazione europea può difendersi da sola». Draghi ricorda inoltre alcune recenti prove di compattezza europea: il sostegno all’Ucraina dopo l’invasione russa e la capacità di «tenere testa al proprio alleato più stretto» in occasione delle tensioni sulla Groenlandia.

Il divario Usa e la sfida dell’IA

In chiusura, Draghi affronta il tema della competitività, evidenziando il crescente divario con gli Stati Uniti. «Dal 2019, il divario di produttività oraria è aumentato di 9 punti percentuali», afferma. Una differenza che riflette, tra le altre cose, «la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli Stati Uniti».

L’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore fattore di divergenza. «Non è semplicemente un altro strumento digitale», avverte Draghi, ma una trasformazione che richiede «una mobilitazione industriale su una scala mai vista». Servono investimenti massicci in energia, semiconduttori, infrastrutture e capitale umano. Il rischio, conclude, è che «le economie che assembleranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente».

Il messaggio finale parla di un’Europa che si trova davanti a un passaggio decisivo. Le crisi recenti hanno messo in luce vulnerabilità profonde, ma anche potenzialità finora inesplorate. «I cittadini vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà», ricorda Draghi. La sfida, ora, è trasformare questa domanda in azione concreta. Solo così, conclude implicitamente il suo intervento, l’Europa potrà affrontare un mondo sempre più complesso senza restare indietro.

 

Ginevra Larosa

Foto © Tagesschau, AI

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