Meno stress, benessere psicologico e una gestione del tempo più equilibrata fra i desiderata delle nuove generazioni sul posto di lavoro
Leggere il presente, e saperlo interpretare, rappresenta un arduo compito. Quando si parla dei giovani, poi, le cose si fanno ancora più complicate. Una cosa, tuttavia, è certa: adottando un lessico “geopolitichese” monitorare le loro abitudini aiuta a comprendere gli sviluppi della società, finanche le direzioni delle diverse collettività.
Per anni il modello dominante è stato semplice: studiare, trovare un lavoro stabile, fare carriera proiettando la realizzazione personale a un futuro migliore. Oggi una nuova mentalità sta mettendo ciò in discussione. Si chiama generazione Yolo, dall’acronimo inglese “You Only Live Once”. Tradotto in italiano: “Si vive una volta sola”.
Cosa cambia
Oggetto di revisione è l’approccio sia dei Millennials, o generazione Y (1981-1996), che della gen Z (1997-2012) al lavoro, al denaro, alle relazioni sentimentali e alle vicende della vita privata. La domanda che si pongono è: “vale davvero la pena sacrificare il presente per una promessa futura di benessere che sovente non arriva?”. Quesito forte, dal retrogusto giacobino. Il lavoro smette di essere il centro dell’esistenza, bensì diviene strumento per costruire una vita soddisfacente.
Il termine Yolo è entrato nel linguaggio comune grazie alla cultura musicale e digitale. Negli ultimi anni ha assunto un significato economico e sociale, però, più ampio, fungendo da megafono di quelle problematiche che i giovani vivono e subiscono sulla propria pelle. Un esempio su tutti, la pandemia: dopo di essa molte persone hanno iniziato a riconsiderare le proprie priorità. Il periodo del Covid ha accelerato una trasformazione già avviata. Milioni di lavoratori hanno sperimentato nuovi modi di organizzare il loro tempo, trovando nel lavoro da remoto una maggiore fonte di autonomia.
Utilizzata, questa, per un fine diverso: la ricerca dell’individuo, di un’identità. Per questi giovani un impiego ben pagato non implica necessariamente un’elevata qualità della vita. Ciò viene, invece, messo in dubbio. L’osservato speciale qui è l’equilibrio. Vivere bene, in armonia.
Yolo Economy
Il giornalista del New York Times Kevin Roose, nel 2021, ha parlato di Yolo Economy per descrivere questa nuova tendenza. Persone che lasciano lavori sicuri per cercare esperienze diverse, avviando progetti per recuperare il controllo sulla propria vita. Ad essere rifiutato non è il concetto stesso di lavoro, bensì l’idea che esso debba occupare in modo totalizzante gli spazi della vita. Di cui il rapporto complesso con la carriera.
Le generazioni precedenti sono cresciute con l’idea che la stabilità lavorativa fosse il principale obiettivo da raggiungere. Fare sacrifici per anni avrebbe dovuto garantire sicurezza economica e crescita professionale. Molti giovani oggi, invece, osservano che questa promessa rimane astratta. Contratti precari, stipendi insufficienti, difficoltà nell’acquistare una casa, ritmi lavorativi elevati e stress continuo hanno modificato il modo di vedere sia il futuro che il lavoro. Il denaro non compra la stabilità.
Usa e Italia
Il fenomeno Yolo assume caratteristiche diverse a seconda di dove ci si trovi. Negli Usa, ad esempio, sono proprio i professionisti con una buona disponibilità economica i primi a scegliere di cambiare vita, a beneficio del proprio benessere. Alcuni lavoratori hanno perfino lasciato grandi aziende tecnologiche o impieghi altamente remunerativi perché sentivano di aver perso il controllo sulla propria vita.
In Italia, al contrario, tale fenomeno è legato alla necessità. Oltre che alla difficoltà di costruire un futuro stabile. Le cause dell’abbandono dei posti di lavoro sono dettate dalle condizioni percepite come poco dignitose in cui riversano i giovani. Non invece dall’inseguimento di sogni o ambizioni di carriera.
La pandemia, poi, ha evidenziato ulteriori problemi: isolamento, ma soprattutto stress da sovraccarico digitale, senso delle grandi metropoli e valorizzazione bucolica dello spazio di lavoro. Un’inversione di tendenza rispetto alla secolare fuga dalle campagne che ha portato alla fuga dai centri urbani.
Nuovi equilibri
Una delle più grandi trasformazioni riguarda il modo in cui viene definito il successo. Per la prima volta né il prestigio né lo stipendio hanno la priorità nella tracciamento di un’idea di carriera ideale. Per decenni il modello dominante è stato quello del sacrificio. La corsa frenetica a entrare nel mondo del lavoro per sbaragliare la concorrenza, accettando qualsiasi condizione venisse, purché ve ne fosse una. La carriera era una scala da salire gradualmente, a costo di sacrificare anni di vita.
Ed è proprio qui che avviene il primo choc generazionale: il sacrificio, nel mondo post pandemico, non garantisce più automaticamente sicurezza economica o ascesa professionale. Da cui la sfiducia crescente nei confronti del sistema universitario, per via dell’incapacità dei titoli di studio più elevati di far accedere a posizioni ambite per il loro prestigio.
Il tempo
Uno degli aspetti più interessanti della gen. Yolo è il cambiamento del significato attribuito al tempo. Per le generazioni precedenti il tempo libero era spesso considerato ciò che rimaneva dopo il lavoro. Oggi, invece, viene considerato una causa da sposare, proteggere e rivendicare dalle più giovani e fragili generazioni. Il tempo dedicato alla famiglia, agli amici, al partner, agli interessi personali, ma anche alla formazione o all’otium viene inquadrato come componente principale del benessere individuale. In netto contrasto con la visione delle precedenti generazioni, quando esso era alla stregua di un ostacolo alla realizzazione professionale.
Tale cambiamento è stato accelerato dalla diffusione del lavoro da remoto, dove molti lavoratori hanno iniziato a rivendicare più autonomia nella gestione degli orari, inclusi quelli passati “in smart”, ove si evidenzia la necessità di spostare la valutazione di qualità del lavoro in base ai risultati anziché alle ore spese di fronte al monitor di un dispositivo elettronico.
Reazione aziendale
L’onda Yolo ha colpito anche le imprese, presentandosi nelle vesti di sfida, dato il ribaltamento degli stimoli. Per anni aziende e organizzazioni hanno costruito il rapporto con i dipendenti intorno alla sicurezza economica e alla possibilità di avanzamento di carriera. Ora, al contrario, le nuove generazioni cercano realtà capaci di offrire loro un ambiente coerente con i nuovi valori: maggiore flessibilità, attenzione al benessere psicologico, possibilità di crescita reale e, ultimo, ma non meno importante, un desiderio di informalità, anche nel vestiario che porti allo smussamento del rapporto gerarchico all’interno delle realtà lavorative. L’ambizione non viene messa in discussione. Muta forma: non si è più disposto ad accettare passivamente quanto le precedenti generazioni abbiano vissuto.
Chi ignora la lettura di questa trasformazione in atto rischia di perdere i talenti emergenti, figli dell’epoca corrente. Lo sviluppo di una nuova cultura aziendale potrebbe rivelarsi una soluzione conciliante, soprattutto nella suddetta ricerca d’identità.
I rischi
La cultura Yolo, tuttavia, non è esente da contraddizioni. Il desiderio di vivere pienamente il presente può trasformarsi in una difficoltà nel costruire progetti di lungo periodo. Il rischi è confondere la ricerca di equilibrio con il rifiuto di qualsiasi sacrificio. O, peggio, responsabilità. Cambiare lavoro, lasciare una carriera già avviata, finanche iniziare un nuovo percorso può essere una scelta positiva quando nasce da una riflessione consapevole. Al contrario può rivelarsi un problema quando è soltanto una reazione impulsiva alla frustrazione del momento. Resilienza cercasi.
Anche sui social Yolo è spesso semplificato, mostrando immagini di viaggi, libertà assoluta, cambiamenti radicali volti a sponsorizzare un, probabile, effimero senso di rivalsa verso una situazione di disagio preesistente. Un palliativo che rischia di creare l’illusione che basti seguire il proprio sogno per accedere alla panacea di tutti i mali. Sono i sogni stessi che presentano un conto da pagare, in termini di energia, resistenza e capacità, soprattutto, di poter gestire lo stress. Questo perché la realtà è complessa e vivere il presente non significa ignorare il futuro. La vera sfida di questa generazione è raggiungere un punto di equilibrio tra soddisfazione immediata e costruzione di una stabilità personale ed economica.
Quanto riportato lascia intendere che le trasformazioni sociali siano lente e difficili da decifrare. Ma essenziali da capire. La domanda che la generazione Yolo lascia a quelle venture è semplice, ma rivoluzionaria per la sua epoca: il lavoro deve essere il fine o la fine della vita? Se invece fosse uno strumento? Ai posteri l’ardua sentenza. Possibilmente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Alessandro Bonifazi
Foto
The New York Times, Pastor’s Ponderings, AI













