La crisi della cultura woke

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Quando la lotta per i diritti è diventata tirannia del politicamente corretto

Negli ultimi anni il termine woke ha dominato il dibattito pubblico occidentale, diventando una delle parole più divisive utilizzate. Oggi, tuttavia, quel ciclo sembra essersi esaurito. I segnali di crisi sono diffusi. Dalle prese di distanza di esponenti progressisti, fino alle battute di Alexandria Ocasio–Cortez (esponente politico statunitense nativa del Bronx) che liquidano la stagione woke come folle.

Le origini del termine

Per comprendere la crisi del woke, bisogna partire dal suo significato originario. “Woke” significa letteralmente “sveglio”. Nasce nella comunità afroamericana come esortazione a restare svegli di fronte alle ingiustizie razziali. La sua storia attraversa tutto il Novecento: già negli anni Trenta il blues ne custodiva tracce, e negli anni Sessanta Martin Luther King lo usava per indicare la necessità di una coscienza collettiva delle discriminazioni subite.

Il termine conosce una svolta nel 2014, dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson, quando diventa parola d’ordine del movimento Black Lives Matter. Ma è nel 2020, con le proteste globali seguite alla morte di George Floyd, che “woke” esplode definitivamente, trasformandosi da richiamo alla vigilanza antirazzista in un’etichetta molto più ampia, capace di abbracciare questioni di genere, identità sessuale, linguaggio e rappresentazione.

La trasformazione da coscienza a ideologia

Quello che era un invito a riconoscere ingiustizie concrete si trasforma in una visione del mondo totalizzante, che divide la società in oppressori e oppressi. Il filosofo Dario Generali descrive il wokismo come una cultura che eredita posizioni irrazionalistiche, ponendo al centro il desiderio soggettivo e imponendo una censura del linguaggio, dei libri e delle opinioni non allineate. La narrazione è sempre la stessa: la divisione in buoni e cattivi mettendosi ovviamente dalla parte dei buoni.

In questa fase, il termine woke si carica di una connotazione sempre più negativa. I conservatori lo adottano come bandiera per la loro battaglia culturale, trasformandolo da espressione di rivendicazione a bersaglio polemico. Il risultato è una polarizzazione speculare: da una parte chi si proclama sveglio contro le ingiustizie, dall’altra chi accusa i woke di voler censurare, emarginare e riscrivere la storia.

L’onda lunga in Europa e in Italia

Come spesso accade, l’onda americana arriva in Europa con qualche anno di ritardo e con forme più attenuate, ma non diverse nella sostanza. In Italia, l’estremismo woke attecchisce soprattutto nelle università e nei media progressisti, assumendo le stesse caratteristiche di dogmatismo e intolleranza verso il dissenso.

Gli episodi simbolo non mancano. Nel giugno 2020, Laura Boldrini si inginocchia in Parlamento per Black Lives Matter, pronunciando parole che ricalcano il copione americano. Il dibattito sul ddl Zan contro l’omofobia e la transfobia si trasforma in uno scontro ideologico in cui chi solleva dubbi tecnici viene tacciato di complicità con l’omofobia. Le battaglie sul linguaggio inclusivo dividono la sinistra stessa con intellettuali di area che firmarono appelli contro la cultura woke e il suo uso ideologico.

Il filosofo Dario Generali offre una lettura che merita attenzione: la cultura woke, nelle sue derive più estreme, ha finito per generare il proprio opposto. Il trumpismo è la conseguenza opposta della stessa divaricazione irrazionalistica, una polarizzazione che rappresenta una crisi profonda della cultura occidentale.

La crisi woke

Oggi, i numeri raccontano una ritirata. Grandi compagnie come Meta, Walmart, Ford, IBM e Google hanno cancellato o ridimensionato programmi di supplier diversity basati su razza e genere, tornando a una più tradizionale meritocrazia.

In Italia, Giuseppe Conte ha preso posizione contro le “degenerazioni del politicamente corretto”, guadagnandosi le critiche di chi lo accusa di opportunismo elettorale. La politica legge questi segnali come una revisione transnazionale: le politiche del riconoscimento non bastano più a ordinare l’offerta progressista, mentre tornano in primo piano salari, welfare e diseguaglianze materiali.

Un’eredità ambigua

Sarebbe sbagliato liquidare l’intera stagione come un errore. Molte istanze nate all’interno della cultura woke riguardano diritti e tutele che vanno difesi e, in alcuni casi, estesi. La maggiore sensibilità verso le disuguaglianze, il linguaggio rispettoso, l’attenzione alle minoranze sono conquiste reali.

La cancel culture

Ma il problema, come spesso accade, non sono le istanze ma i metodi. La cancel culture, la gogna mediatica, l’intolleranza verso il dissenso interno hanno finito per delegittimare cause giuste. Il filosofo britannico Anthony Clifford Grayling, pur dichiarandosi “woke”, critica le tecniche degli attivisti più aggressivi perché violano la libertà di espressione.

La lezione della crisi woke non è che i diritti non contano. È che una politica dei diritti che si trasforma in ideologia identitaria, che divide il Mondo in buoni e cattivi, che pretende di censurare invece di convincere, finisce per consumare sé stessa. La sinistra che oggi prende le distanze dal woke non sta rinnegando le sue battaglie: sta cercando di riconnettersi con le persone reali, con i loro problemi materiali, con un linguaggio che non escluda ma includa.

 

Nicola Sparvieri

Foto © Fabrizio Costantini, Dataroom, Corriere della sera, El Pais Brasil

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