Giornata europea delle lingue: il multilinguismo che unisce l’Europa

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Come il multilinguismo modella l’inclusione e il futuro produttivo dell’Unione

Il 26 settembre si celebra la Giornata europea delle lingue; appuntamento annuale che il Consiglio d’Europa e la Commissione europea dedicano alla diversità linguistica del Continente. Numerose scuole e università hanno anticipato e condotto attività e webinar venerdì 25 settembre, mentre il programma istituzionale della Commissione si terrà il 30 settembre, in coincidenza con la Giornata mondiale della traduzione.

La Storia: da un anno europeo a un appuntamento fisso

La Giornata europea delle lingue nasce nel 2001, proclamato Anno europeo delle lingue dal Consiglio d’Europa e dall’Unione europea. Al termine della campagna, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa decise di renderla un evento fisso, in tutti gli Stati membri dell’organizzazione e, negli anni, anche oltre i confini europei. La ricorrenza è coordinata dal Centro europeo per le lingue moderne (ECML), con sede a Graz, in Austria, dove ogni anno si mettono a disposizione materiali didattici per le scuole, giochi e database di eventi in decine di lingue diverse. L’anno passato è stato commemorato il traguardo dei 25 anni, celebrato con un inno multilingue collettivo intitolato «Voices of Europe».

Il tema del 2026

Ogni anno viene proposto un nuovo tema, in relazione alle tematiche politiche e gli eventi di attualità. Dopo «languages: your bridge to the future», il tema scelto dalla Commissione europea ed ECML di quest’anno è «Languages unite», «Le lingue uniscono». Il messaggio sottolinea il valore dell’apprendimento linguistico e la necessità di tutelare la diversità linguistica nell’interesse dell’inclusione, democrazia e coesione sociale. Non si tratta di una neutralità; il suo obiettivo è quello di mettere al centro il modo in cui le lingue possono trasformarsi in una leva di partecipazione, dalle aule all’interno delle scuole, alla vita democratica, fino all’accesso ai servizi pubblici.

La riflessione più centrale evidenzia come la tutela delle diversità linguistiche freni la polarizzazione del discorso pubblico e arricchisca l’ecosistema dell’informazione, garantendo la pluralità delle prospettive civiche.

Il programma

La Commissione europea ha predisposto un articolato palinsesto coordinato dalle direzioni generali della Traduzione, dell’Istruzione, della Cultura e dell’Interpretazione. Il programma culmina nell’evento virtuale del 30 settembre intitolato «Languages unite: how languages shape inclusion», affiancato da un’area espositiva interattiva accessibile a docenti, studenti e professionisti dei settori linguistici, aperta dal 25 settembre al 2 ottobre.

La tavola rotonda inaugurale riunisce studiosi e specialisti istituzionali, tra cui esperti dei progetti europei dedicati alla didattica inclusiva nelle aule scolastiche, per analizzare le modalità con cui l’insegnamento sensibile alla lingua madre rafforzi l’apprendimento globale. Tra i relatori figurano la linguista Nathalie Auger dell’Università di Montpellier, che presenterà i risultati dello studio Sirius sul multilinguismo inclusivo dei minori migranti, e Terry Lamb dell’Università di Westminster, che illustrerà strategie per classi multilingui.

Le sessioni tematiche pomeridiane approfondiranno rispettivamente il rapporto tra le lingue e l’intelligenza artificiale – in modo particolare, esamineranno la rappresentazione dei modelli computazionali e i rischi di omologazione culturale – e le pratiche per i tirocini di traduzione, rivolti agli studenti universitari. In una sessione parallela, l’ECML promuoverà il «Manifesto della motivazione», un documento che invita politici, insegnanti e famiglie a costruire quella che definisce una «ecologia motivazionale» capace di dare spazio a ogni lingua in egual modo.

Miti e fraintendimenti: distinguere le evidenze dai luoghi comuni

Da decenni circolano sul multilinguismo convinzioni e luoghi comuni che tendono a sminuire il bilinguismo, soprattutto quando riguarda lingue minoritarie, e che la ricerca linguistica in gran parte smentisce o ridimensiona.

  • Bilingue non significa “due monolingui in uno“. È bilingue chiunque usi regolarmente più lingue: dall’alunno che impara una seconda lingua a scuola all’adulto che ne studia una per lavoro o per integrarsi in un nuovo Paese.
  • I bambini bilingui non sono “confusi“. È un falso mito che l’esposizione a più lingue confonda il bambino o gli crei problemi a scuola. Al contrario, in ambito scolastico conoscere un’altra lingua è un vantaggio. Anche isolare gli alunni in classi separate è controproducente: prima vengono immersi nella lingua, meglio è.

  • Non “più intelligenti“, ma con abilità specifiche. I bambini bilingui non sono più intelligenti in senso generale, ma sviluppano alcune competenze cognitive: imparano a gestire informazioni in conflitto, a concentrarsi su ciò che conta e a scartare ciò che non serve.

  • Esistono lingue “più importanti“? L’inglese resta la lingua franca internazionale e alcune lingue, come spagnolo, francese, cinese e arabo, godono di maggiore prestigio. Questo prestigio dipende però dal peso geopolitico ed economico dei Paesi in cui si parlano, non dalla lingua in sé. Altre lingue minoritarie, come il gaelico, il sardo o il siciliano, o le varietà regionali dell’arabo, vengono invece percepite come meno «utili». In molti casi questo porta alla loro scomparsa, perché smettono di essere trasmesse da una generazione all’altra.

Benefici del bilinguismo

Gli studi mostrano che già i neonati sono sensibili alle differenze tra le lingue, molto prima di conoscere le parole o di saper parlare: i suoni e le vibrazioni della voce arrivano al bambino già nel grembo materno. Nelle prime fasi dello sviluppo, inoltre, i bambini esposti a più lingue mostrano espressioni facciali che corrispondo alla lingua target.

  • Più facilità ad apprendere altre lingue: conoscere più di una lingua favorisce la consapevolezza linguistica e rende più semplice impararne di nuove. Anche l’alfabetizzazione nella lingua maggioritaria risulta facilitata, a condizione che la lingua minoritaria venga riconosciuta e sostenuta.

  • Il language mixing ha regole precise: mescolare le lingue non è un errore: segue una struttura grammaticale ben definita. Un bambino italo-inglese, per esempio, può inserire un aggettivo inglese in una frase italiana rispettando genere e forma verbale.

  • Flessibilità cognitiva: i bambini bilingui sviluppano prima la capacità di comprendere il punto di vista altrui, mostrano una maggiore attenzione selettiva e passano più agevolmente da un compito all’altro.

  • Creatività: in una ricerca che mette a confronto bambini monolingui e bilingui, i primi tendono a eliminare elementi, mentre i secondi ne aggiungono, creando connessioni tra categorie diverse.

Questi benefici sono potenziali e non vanno intesi come effetti automatici. Dipendono dalla quantità di esposizione, dal modo positivo o negativo in cui il bilinguismo viene vissuto, dal numero di persone coinvolte e dal tipo di esperienza. Più che contrapporre monolingui e bilingui, è corretto parlare di un continuum, in cui si è «più o meno» bilingui: la società e la scuola di oggi richiedono comunque lo studio di una seconda e spesso di una terza lingua, indipendentemente dal livello raggiunto e dall’uso che se ne fa.

Il valore della lingua d’origine

Un atteggiamento positivo verso la heritage language (la lingua d’origine) e verso il bilinguismo è decisivo, anche perché in alcuni contesti la diversità linguistica e culturale viene messa in discussione. Ai genitori migranti si consiglia spesso di non parlare la propria lingua a casa, perché il figlio impari più in fretta la lingua della scuola. È un consiglio infondato che mette sotto pressione le famiglie. La ricerca indica anzi il contrario: se i genitori rinunciano alla propria lingua, il bambino riceve meno input e di qualità inferiore, e l’acquisizione della lingua maggioritaria può rallentare. Usare la lingua d’origine in famiglia, invece, favorisce il trasferimento di parole e concetti e quindi un apprendimento più ampio anche della seconda lingua.

Strategie per sostenere il bilinguismo

Ricercatori e linguisti, assieme a educatori multilingue hanno, nel tempo, sviluppato diverse strategie per famiglie, affinché possano sostenere il percorso bilingue dei loro figli. Tra queste:

  • One Parent, One Language (OPOL): Un genitore, una lingua
  • Lingua maggioritaria a scuola e lingua minoritaria a casa
  • Lingua minoritaria a casa e lingua maggioritaria a scuola
  • due genitori, due lingue
  • Lingue (A, B, C…) in contesti e momenti diversi.

A queste si aggiunge la promozione dell’alfabetizzazione attraverso lettura, scrittura, ascolto e parlato.

Nel percorso bilingue possono comunque presentarsi alcune difficoltà, per esempio un vocabolario inizialmente ridotto o una “fase silenziosa”. In questi casi è importante che il logopedista non si limiti a test pensati per bambini monolingui, ma utilizzi strumenti sensibili al multilinguismo: altrimenti si rischia di scambiare per disturbo una fase normale dello sviluppo bilingue o, al contrario, di non riconoscere un disturbo reale. Altrettanto essenziale è riconoscere la lingua minoritaria del bambino: se si sente “diverso” in un contesto dominato dalla lingua maggioritaria, potrebbe rifiutarsi di parlare la propria, con ripercussioni anche sul rendimento scolastico.

Va inoltre ricordato che i tempi di apprendimento variano con l’età: i bambini imparano in modi e fasi differenti, a seconda della loro maturità cognitiva. Antonella Sorace, professoressa di Linguistica dello sviluppo all’Università di Edimburgo, lancia l’allarme: «vi è l’urgenza di formare gli insegnanti con strumenti adeguati per affrontare queste necessità, portando l’attenzione sull’enorme beneficio delle classi multilingui». Il bilinguismo deve essere un impegno collettivo.

Le lingue come patrimonio dell’umanità

Va sottolineato inoltre che non esiste una purezza della lingua, né che le lingue siano «contaminate» a causa del bilinguismo. Le lingue evolvono; ed è parte naturale del loro sviluppo. L’italiano parlato un secolo fa è certamente diverso da quello che si parla oggi. La lingua riflette le dinamiche della società e si adatta ai suoi bisogni.

Secondo l’Unesco nel Mondo esistono circa 7000 lingue; in gran parte minoritarie. Solo 25 di queste sono considerate maggioritarie. Secondo lo studio Anu pubblicato su Nature Ecology & Evolution, circa la metà di queste sono in pericolo e almeno 1500 spariranno entro la fine del secolo: una perdita irreparabile per l’umanità. Da qui l’importanza dell’alfabetizzazione multilingue, per frenare un processo che forse non si può arrestare, ma almeno ritardare, anche solo di una generazione. Infine, il ruolo dell’intelligenza artificiale. Si pensa che non vi sia più bisogno di imparare le lingue perché l’IA permette l’immediata traduzione da una lingua all’altra. Questo può essere visto come una minaccia, ma anche come uno strumento prezioso per l’espansione dell’intelligenza umana. La lingua, però, rimane lo strumento più utile per comunicare, esprimersi, socializzare, relazionarsi, creare, e come ci ricorda il tema di quest’anno, unire.

 

Ammir El-Mehrat

Foto © Commissione Europea, Consiglio d’Europa, UNESCO, The Mums and Babies

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