Iraq, le truppe Usa si ritirano: finisce l’operazione Inherent Resolve

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Baghdad celebra la piena sovranità nazionale ma restano le incognite sulle milizie sciite e le cellule dell’Isis

«Gli Usa e i nostri partner di coalizione hanno formalmente concluso l’operazione Inherent Resolve in Iraq». È con queste parole che il portavoce capo del Pentagono ha annunciato il completamento del ritiro delle forze militari dai territori iracheni, in linea con la dichiarazione congiunta tra i due Paesi del settembre 2024 e gli stessi interessi nazionali. Il 30 settembre, dopo ben 23 anni, gli ultimi uomini hanno lasciato la base di Harir, nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ossia l’ultimo grande presidio americano nel Paese. Ciò ha messo formalmente fine alla presenza militare iniziata il 20 marzo 2003 con l’invasione dell’Iraq guidata dagli Usa in collaborazione con i propri alleati.

L’invasione venne lanciata con l’obbiettivo dichiarato di eliminare le presunte armi di distruzione di massa possedute dal regime di Saddam Hussein, interrompendo inoltre i suoi presunti legami con il terrorismo internazionale. Tali armi non vennero però mai rinvenute dalle indagini successive all’invasione. In seguito alla caduta del regime, la Nazione irachena affrontò una lunga fase di instabilità dovuta al susseguirsi di insurrezioni armate, episodi di violenza e l’emergere di gruppi jihadisti che avrebbero poi condotto alla nascita dello Stato islamico. Le operazioni militari di Washington, nonostante avrebbero dovuto avere breve durata, si protrassero fino al ritiro nel 2011. Gli Usa tornarono poi a impegnarsi in Iraq nel 2014 in quanto membri di una coalizione internazionale impegnata nell’operazione Inherent Resolve contro l’Isis, che nel mentre aveva conquistato ampie porzioni di territorio iracheno e siriano.

Lo scorso luglio il presidente Trump, dopo aver ricevuto il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi alla Casa Bianca, aveva dichiarato «non pensiamo di avere più bisogno dei militari lì». Negli ultimi anni Washington aveva mantenuto circa 2.500 soldati in Iraq, rispetto agli oltre 170.000 presenti negli anni culminanti della guerra.

Il ritiro

IraqSuccessivamente a un incontro con il generale Brad Cooper, comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, al-Zaidi aveva definito quella del 30 settembre una «scadenza fissa e definitiva». Il ritiro completa l’accordo raggiunto nel settembre 2024 tra l’amministrazione del presidente Joe Biden e il precedente Governo iracheno. Questo prevedeva una transizione in due fasi:

  1. la conclusione della missione della coalizione nel territorio federale iracheno;
  2. il mantenimento di una presenza militare statunitense nel nord dell’Iraq fino alla fine di settembre 2026 per poter contrastare le operazioni dell’Isis in Siria.

Nel mese di gennaio Baghdad aveva annunciato il completamento dell’evacuazione delle basi nelle aree federali inclusa Ain al Asad, lasciando solo Erbil come punto operativo della coalizione.

La fine dell’Inherent Resolve è legata alle capacità delle forze di sicurezza irachene, in cui sono ricompresi i peshmerga curdi, di assumere direttamente la guida delle operazioni di antiterrorismo. Gli ultimi soldati americani rimasti verranno ridislocati in Giordania e in altre Nazioni della Regione in cui gli Usa manterranno capacità di intelligence, sorveglianza e intervento contro l’Isis. Allo stesso tempo ciò non equivale alla scomparsa di ogni presenza americana, difatti i marines resteranno a protezione delle rappresentanze diplomatiche mentre i “contractor” continueranno ad assistere Baghdad nella manutenzione degli F-16 e di altri sistemi militari di produzione statunitense.

La data del ritiro assume un fortissimo valore politico. Il portavoce del comandante in capo delle forze armate, Sabah al Numan, ha difatti assicurato che non resterà un solo soldato straniero sul territorio iracheno, annunciando che il Governo abbia preparato varie cerimonie, tra cui un “congresso della sovranità”, volte a celebrare quella che viene presentata come una piena restituzione della sovranità nazionale.

Tra fazioni armate sciite e l’Isis

IraqLa partenza americana lascia però aperto il dossier più delicato per il Governo Zaidi: il controllo delle potenti fazioni armate sciite, molte delle quali legate all’Iran. Durante l’incontro di luglio con il premier iracheno, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva ricordato come, tra febbraio e aprile, le milizie filo-iraniane avessero condotto oltre 600 attacchi contro cittadini e strutture statunitensi in Iraq, accogliendo quindi con favore l’impegno di Baghdad a ricondurre ogni arma sotto la giurisdizione dello Stato. Inizialmente, lo stesso Zaidi aveva indicato proprio il 30 settembre come termine ultimo, oltre il quale “alcuna giustificazione” non avrebbe più sorretto l’esistenza di forze armate autonome. Tuttavia, il processo si è rivelato molto più complesso del previsto: mentre alcune fazioni hanno accettato di negoziare, altre hanno escluso categoricamente la consegna delle armi, spingendo il Governo a ipotizzare un percorso che potrebbe trascinarsi fino alla metà del 2027.

Sullo sfondo resta poi l’incognita Isis. Anche se il gruppo non controlla più ampi territori come nel 2014, mantiene comunque cellule clandestine attive nelle aree desertiche e montuose. Se da un lato Washington ritiene che le forze irachene abbiano ormai la capacità di contenerlo da sole, dall’altro i vertici militari curdi temono che l’addio al supporto statunitense, specie in termini di intelligence, droni e difesa aerea, possa aprire pericolose vulnerabilità. Nel Kurdistan, in particolare, ha sollevato forti polemiche il ritiro dei sistemi di difesa americani, arrivato dopo mesi di attacchi con missili e droni provenienti dall’Iran o attribuiti a sigle filo-iraniane.

Un bilancio drammatico

Il bilancio finale di oltre due decenni di presenza militare americana in Iraq è drammatico, sia in termini di vite umane sia di risorse economiche. Dal 2003 a oggi, il conflitto è costato la vita a circa 4.500 soldati statunitensi. Sul fronte iracheno, stando alle stime del progetto Costs of War della Brown University, le violenze dirette della guerra hanno invece causato la morte di un numero compreso tra 186.700 e 210.000 di civili. A questi si sommano tra i 48.300 e i 52.300 membri delle forze di sicurezza locali e tra i 36.800 e i 43.900 combattenti delle fazioni avversarie, per un totale complessivo che oscilla tra le 281.000 e le 315.000 vittime. Anche l’impatto finanziario per gli Usa è stato immenso. Stando ai dati del Wall Street Journal, Washington ha stanziato oltre 1.700 miliardi di dollari nel corso delle operazioni in Iraq.

IraqCon tale ritiro si chiude la fase della presenza militare americana, lasciando posto ai nuovi rapporti tra Washington e Baghdad che proseguiranno attraverso una cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, intelligence e equipaggiamenti.

 

Ottavia Scorpati

Foto © La discussione, Asharq Al-Awsat, ISPI, La voce di New York

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