Dall’Altare della Patria alla scritta umana, la giornata che affida il futuro a una nuova generazione: il racconto e l’autocritica generazionale di Alessandro Butticé
Ci sono giornate alle quali si partecipa. E ce ne sono altre che si ha immediatamente la sensazione di dover conservare nella memoria. Quella vissuta il 2 ottobre a Roma, dall’Altare della Patria al Circo Massimo, appartiene per me alla seconda categoria.
Un evento memorabile, che mi fa dire con orgoglio: io c’ero. C’ero anche nella mia qualità di cofondatore della Fondazione Insigniti Omri e presidente del suo Comitato internazionale, rappresentando idealmente gli insigniti dell’Ordine al merito della Repubblica italiana che vivono nel Mondo. Tra questi, con particolare affetto, anche alcuni insigniti Omri e colleghi della Sezione Anfi di Bruxelles-Unione europea, che ho avuto l’onore di fondare nel 2014, di cui sono presidente onorario, e che rappresenta una piccola ma significativa comunità italiana ed europea. Nel mio libro “Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo” ricordo proprio come quella sezione sia nata dall’esperienza di finanzieri come me che hanno saputo sentirsi contemporaneamente italiani ed europei.
80 anni della Repubblica e 3 della Fondazione insigniti Omri
La manifestazione “80. L’Alba della Repubblica”, promossa dalla Fondazione insigniti Omri e dalla Questura di Roma, per festeggiare anche il terzo anno di vita della Fondazione, ha riunito circa 4.000 studenti e oltre 400 docenti di 41 istituti scolastici di Roma, della Città Metropolitana e delle province del Lazio. La giornata è cominciata all’Altare della Patria con l’omaggio al Milite Ignoto ed è proseguita al Circo Massimo, dove i ragazzi sono diventati i veri protagonisti della celebrazione, fino a comporre la grande scritta umana dedicata agli ottant’anni della Repubblica.
Un’emozione infinita
Il Canto degli italiani intonato da migliaia di giovani, accompagnato dalla Banda musicale della Polizia di Stato e dalla voce del tenore Francesco Grollo, membro della Fondazione, mentre nel cielo di Roma passava il grande Tricolore portato da un elicottero dell’Aeronautica Militare, è stata un’immagine difficile da dimenticare.
Per tutto questo sento di rivolgere un grandissimo grazie e infiniti complimenti al presidente della Fondazione, cavaliere di Gran Croce prefetto Francesco Tagliente, e al questore di Roma, grande ufficiale Roberto Massucci. Hanno avuto un’intuizione importante: non celebrare la Repubblica soltanto ricordandone il passato, ma affidandone simbolicamente il futuro a chi dovrà custodirla. Tagliente ha parlato di un passaggio «dalla memoria al futuro»; Massucci di un grande «evento di scuola», nel quale i valori costituzionali hanno unito istituzioni e ragazzi. Ed è proprio qui che, all’entusiasmo, vorrei aggiungere una riflessione personale, ed anche autocritica.
Un’autocritica generazionale
La mia generazione, e quelle immediatamente vicine, hanno ricevuto quasi
gratuitamente un patrimonio immenso. Dico “quasi”, perché sarebbe ingiusto dimenticare il sangue versato da servitori dello Stato, magistrati, appartenenti alle Forze dell’Ordine, militari, giornalisti e semplici cittadini nella lotta contro terrorismo, mafie e in operazioni militari all’estero. Ma noi, nel complesso, abbiamo ricevuto in eredità la Repubblica, la democrazia, la libertà, una pace che in Europa abbiamo troppo a lungo considerato irreversibile e un processo di unità europea che ha trasformato un Continente devastato dalle guerre in uno spazio comune di diritti.
La domanda, oggi, è assai meno rassicurante: saremo capaci di lasciare tutto questo ai nostri figli e ai nostri nipoti?
Un messaggio di speranza
Per questo vedere quattromila ragazzi esultanti al Circo Massimo non è stato soltanto uno spettacolo emozionante. È stato un tripudio di speranza attorno alla Costituzione, al Tricolore e alla nostra Repubblica. Non ragazzi chiamati ad assistere passivamente a una cerimonia, ma protagonisti festanti di quella che Tagliente ha efficacemente definito un’operazione di «pedagogia civile»: farli sentire parte della storia del Paese e responsabili del suo futuro.
È esattamente il messaggio che, da patriota italiano-europeo, cerco da anni di sostenere. Nel mio libro – che mi permetto di citare solo perché tutti i diritti d’autore li dono all’Operazione Mato Grosso e allo sportello Anti Stalking del Codacons – ho scritto che una delle mie poche convinzioni è che non possa esistere un’Italia libera, sicura, democratica e indipendente al di fuori di un’Europa unita, così come non potrebbe esserci Europa senza l’Italia.
Per me non esiste contraddizione tra patriottismo italiano ed europeismo. Al contrario. Il giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione ha accompagnato tutta la mia vita di servitore delle istituzioni. E gli articoli 10 e 11 della nostra Carta costituzionale collocano l’Italia dentro una concezione dell’ordinamento internazionale fondata sulla cooperazione e, a condizioni di parità, sulle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni. È anche da questa convinzione che, nella mia esperienza, è nato il sentimento di essere contemporaneamente patriota italiano ed europeo.
C’è bisogno di volontariato istituzionale e di informazione
Per questo continuerò, finché ne avrò energie, nel mio volontariato istituzionale, anche attraverso la Fondazione insigniti Omri e recentemente, quale insignito dell’Ordine della Stella d’Italia, oltre che attraverso la mia attività di giornalista libero e indipendente. È una scelta che avevo già indicato nel mio libro: dedicare questa fase della mia vita alla difesa delle mie due patrie attraverso il giornalismo e il volontariato istituzionale, anche insieme agli insigniti Omri e Osi.
Continuando a difendere l’Italia in Europa quando sarà necessario. E l’Europa in Italia quando lo sarà altrettanto. Perché sono sempre più convinto che oggi non si possa amare davvero il proprio Paese senza impegnarsi anche per l’unità europea. Non per cancellare le nostre identità nazionali, che sono una ricchezza, ma per proteggerle dentro qualcosa di più grande. Soprattutto per consegnare ai quattromila ragazzi che ho visto al Circo Massimo – e ai milioni di giovani europei che essi idealmente rappresentano – ciò che noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere: Repubblica, unità europea, democrazia, libertà e pace. E poter dire ai nostri nipoti, non soltanto “io c’ero”, ma anche: “noi ci abbiamo provato”.
Alessandro Butticé
Foto © Alessandro Butticé













