Il Mondo di fronte a nuova Yalta

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Corriere

La proposta di Mosca di un trilaterale con Washington e Pechino delinea i contorni di un nuovo sistema mondiale basato sul ritorno della logica delle sfere di influenza

Rideterminare il proprio ruolo globale e stabilirne le direttrici. Cina, Stati Uniti e Russia perseguono ormai da tempo questo obiettivo. 

La fine dell’unilateralismo americano, la Guerra in Ucraina e l’emergere di Pechino come un attore dalle rinnovate capacità diplomatico-decisionali hanno imposto un graduale ripensamento del modello internazionale costituitosi dopo il 1989. Ognuno secondo i propri disegni egemonici e a dispetto di una storia, quella del Secolo breve, riscritta del  tutto.

La proposta del Cremlino

LinkiestaRoadmap militari, piani di investimento e grandi “operazioni internazionali” solo in parte alternativi fra loro si intrecciano e si richiamano, preparando confusamente il terreno per una Yalta ai tempi del multilateralismo.
Recepita e assimilata tale congiuntura, le tre superpotenze si contendono porzioni di un Mondo mosso da tensioni latenti, straordinari riallineamenti politici e l’ambizione di nuovi player regionali come Ankara, Tel Aviv o Nuova Delhi. 

Per la prima volta nella storia, non sono un periodo post-bellico e le sue brutali conseguenze a reclamare uno status quo alternativo, ma il graduale plasmarsi di quest’ultimo a porne i presupposti. A dirigerne la rotta, gli imprevisti eredi di Roosevelt, Stalin e Churchill. 

L’apice di questo processo – coerente solo in superficie – viene oggi raggiunto a seguito di  una storica iniziativa promossa da Vladimir Putin. La proposta di un vertice trilaterale, a margine dell’APEC (Forum sulla cooperazione economica Asia-Pacifico), il 18 e 19 novembre.

Non sono ancora chiare modalità e tempistiche, ma che «le tre parti ne riconoscano la concreta possibilità» è sorprendentemente rivelato dal Wall Street Journal.

L’economia russa in difficoltà

Il PostPer la Federazione, un simile incontro rappresenta il tentativo di capitalizzare sull’ennesima rottura tra Washington e Kiev. Solo negli ultimi giorni, l’amministrazione americana ha temporaneamente limitato l’accesso di Starlink, chiesto le dimissioni di Zelensky e firmato una storica intesa con Mosca, dando slancio a una politica di appeasement fra le due superpotenze mai vista prima d’ora.

Il sospetto che le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina si siano deteriorate da settimane a causa delle martellanti ondate di raid impartite alle infrastrutture energetiche russe è  fondato. Oggi, Kiev paga il prezzo di una strategia vincente, mirata a colpire il centro nevralgico dell’economia russa: secondo il ministero della Difesa ucraino, oltre il 51% delle capacità di raffinazione della Federazione sarebbe stato disattivato dall’inizio del conflitto. 

Stretta tra l’accumularsi silenzioso di squilibri strutturali e una macchina bellica ritortasi contro, l’economia russa ha obbligato il Cremlino a giocare le proprie carte. La decisione di imporre un blocco all’export del diesel russo sul mercato globale non arriva in un momento casuale. È un rimedio all’ormai strutturale carenza di carburante sul mercato interno russo – all’oggi necessario per sorreggere agricoltura e forze armate – ma anche una pedina scientemente mossa in questa direzione. 

La scommessa di Putin

In una serie di incontri bilaterali tra luglio e settembre (di cui il più significativo, a margine di una plenaria Onu), il capo della Casa Bianca chiedeva a Zelensky per ben sei volte di cessare gli attacchi contro gli impianti petroliferi di Mosca. Paventando, come in effetti è accaduto, l’interruzione di alcuni meccanismi fondamentali nella partnership fra i due Paesi: servizi militari, supporto intelligence e vendita armi.

In quegli stessi istanti, il 9 ottobre, a Miami, le minacce a Kiev si intrecciavano con una deludente sfilza di incontri fra delegati europei e ucraini e gli inviati speciali Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, nel tentativo di rilanciare i colloqui di pace.  

A distanza di qualche ora, l’annuncio dell’accordo con Mosca dava ragione a Putin. Il pronto intervento di Donald Trump non s’è fatto aspettare e, nel corso di un colloquio telefonico definito come «piacevole», i due avrebbero stabilito le condizioni ormai note: l’allentamento delle sanzioni americane in cambio di un dietrofront parziale sul blocco all’export del diesel.

Proprio mentre tutti i sondaggi non sembrano sorridere ai Repubblicani – dati indietro di 8 punti percentuale – per il tycoon è stato cruciale venire incontro al Cremlino, evitando un’ulteriore impennata dei prezzi di diesel e benzina.

Trump sotto pressione

Il Sole 24 oreA Washington, malcontento popolare e inflazione record crescono. E la sfida per il Congresso assomiglia sempre più a una Caporetto. Tra eccezionali forme di gerrymandering e pretestuose accuse di broglio/interferenze, dare la parvenza di star provando a risolvere il problema è una exit strategy fallimentare, ma è l’unica a disposizione.

Tra gli esperti del settore energetico c’è consenso sul fatto che sia la guerra in Iran a rappresentare la causa principale di instabilità energetica e che, anche se rilasciate nell’immediato, le prime forniture promesse dalla Russia (circa 300 mila tonnellate su 4,8 milioni in due anni), colmerebbero un’esigua offerta di tre settimane. 

Dando per scontato che le danneggiatissime capacità della Federazione di esportare una tale quantità di gasolio facciano il loro dovere, Mosca ha guadagnato una posizione chiave. Aprire e chiudere il rubinetto a proprio piacimento e senza alcuna garanzia a riguardo, porterà una Washington sempre più lontana da Kiev ad allinearsi definitivamente.

A dire il vero, in anni di colloqui fra delegazioni – segreti e non – l’approccio di Washington si è spesso concentrato sulla ricostruzione di una solida alleanza economico-politica, basata su affari, accordi energetici tra imprese e il rilancio dell’economia russa – secondo quanto riportato dal Nyt. Operazioni come quelle in Venezuela e in Iran, osservate e in parte ignorate da Mosca e Pechino, sembrerebbero invece garantire un decisivo salvacondotto in vista di un’intervento di Xi su Tapei o ulteriori rivendicazioni di Putin su Kiev.

L’eredità perduta del secondo dopoguerra

Fatti per la storiaUn potenziale dialogo trilaterale sul suolo cinese rappresenterebbe un passo importante per consolidare quest’asse e assimilare le richieste di Xi. La Cina odierna intende porsi come perno diplomatico, abile nel mediare fra superpotenze e decisa nel rivendicare un ruolo esclusivo sul destino di Taiwan. A Shenzen, i Tre Grandi non ripartiranno Continenti e Nazioni con matita e squadra – come del resto non accadde neanche a Yalta. Pechino, Mosca e Washington discuteranno di deterrenza nucleare, territori e scambi commerciali, tracciando il primo vero passo verso il  superamento definitivo del modello bipolare costituitosi dopo il 1945.

L’immagine dell’americano, del russo e del cinese seduti a negoziare sorti e disgrazie dell’umanità passerà alla storia, consegnandoci un nuovo Mondo e segnando il ritorno di una realtà mossa dalla logica delle sfere di influenze. Starà a noi metabolizzarne il lutto.

 

Fabio Sinisi

Foto © Corriere, Linkiesta, Il Post, Il Sole 24 ore, Fatti per la storia

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