Festività al tempo del Covid. Un giorno santificato non dal sole visibile ma dal suo invisibile Creatore
Come avvenne 2000 anni fa a Maria e Giuseppe ci troviamo oggi a dover sottostare ad un decreto del periodo di Natale. Decreto che allora aveva ben poco di logico. Come quello di Cesare Ottaviano Augusto che ordinava che “tutti andassero a farsi censire ciascuno nella propria terra”, in tutti i territori soggetti a Roma Imperiale.
Il viaggio di Giuseppe e Maria
Giuseppe dalla città di Nazareth, con Maria sua sposa, incinta e prossima al parto, dovette caricarla su un asinello e iniziare un lungo viaggio, non privo di pericoli, verso Betlemme per registrarsi. Quando arrivò cercò un posto nell’albergo ma era troppo pieno, oggi avrebbe trovato hotel desolatamente vuoti. Nell’immaginario dei secoli, la grotta è il luogo di nascita di Gesù ma in realtà non fu così. Maria non partorì in una stalla, ma in una stanza secondaria che nelle case dei villaggi servivano come dispensa e rifugio invernale, in compagnia degli animali. Fu ceduta alla coppia, forse, da un conoscente o lontano parente di Betlemme, la cui famiglia occupava il vano principale.
Ora a noi che siamo nel XXI secolo ci viene chiesto nel periodo natalizio, da chi ci governa, di restare confinati in casa. Ci viene raccomandato di non accogliere persone estranee alla famiglia, di non abbracciarsi per lo scambio degli auguri. E di nascondersi anche in casa dietro le mascherine.
Tutto ciò non è molto ragionevole, se non la volontà da parte degli Arconti di aumentare la visibilità della loro posizione. Oggi tramite i proclami televisivi, allora tramite il governatore locale.
La leva della paura del contagio
La leva su cui fanno forza è la paura. Ma nulla di tutto questo potrà fermare il Disegno di Dio, la nascita di Gesù. La venuta, anche quest’anno, del piccolo bimbo di Betlemme non sarà più alla mezzanotte, come da secoli, ma allo scoccare delle 22. Potranno toglierci la possibilità di accogliere tra di noi chi è in difficoltà, potranno affamarci e renderci più poveri ma non possono privarci di sognare tempi migliori.
Dio che nasce a Betlemme e può essere deposto in una mangiatoria, in fatto di creatività, è un autentico fuoriclasse. Aprite gli occhi alla bellezza del Creato e ringraziate Dio per ogni giorno che respiriamo. Non lasciatevi rubare la speranza di giorni in cui la pandemia sarà vinta. Non lasciatevi rubare il Natale, lasciamo il cuore aperto. Continuiamo a perdonare e a perdonarci. Restiamo attenti e vigili al vero Dio che scende nel nostro mondo.
Il Natale del 1943 come quello di oggi
Consentitemi di riportarvi un ricordo del Natale del 1943 a Roma che mio padre spesso mi raccontava quando mi lamentavo per qualche cosa. «È Natale. Un Natale di guerra, a Roma il comando tedesco che occupava la città, aveva spostato nei giorni natalizi di due ore, il coprifuoco, dalle 19 alle 21. C’era freddo, c’era fame, c’era paura. Il messaggio natalizio di Papa Pio XII non aveva rincuorato gli animi. Il coprifuoco impediva le uscite dalle 19 alle 6 del mattino. Il pane, ma anche tanti generi alimentari, non si trovavano se non a borsa nera».
24, 25 e 26 dicembre, giorni di libertà
«A Villa Borghese» – raccontava mio padre – «pascolavano le pecore e le aiuole di Roma, anche quelle di piazza Venezia, erano state trasformate in orti di guerra. Quando scattava il coprifuoco si chiudevano i portoni delle case, le strade diventavano buie e deserte. Solo nei giorni 24, 25 e 26 dicembre avremmo potuto di godere di due ore di libertà in più. Andavamo alla ricerca di carrube o mosciarelle (castagne secche) per via di Villa Glori con cui sfamarci.
All’epoca si poteva
«La sera di Natale del 1943 chiamammo con noi a cena qualche amico (all’epoca almeno questo si poteva fare) e due anziani coniugi residenti nel palazzo che con la magra pensione vivevano stentatamente. Nonostante il freddo, la fame e la paura tirai fuori da uno stipetto un vasetto di marmellata che conservavo gelosamente da prima dell’inizio della guerra. Un po’ di patate nascoste in cantina, che avevano messo i germogli, qualcuno degli amici portò mezzo chilo di pasta, un altro un prezioso quarto di olio, una scatola di conserva di pomodoro, delle arance, del pane secco, e una bottiglia di vino. Fu una cena memorabile».
«Così un Natale freddo di fame e di paura si trasformò nel più bel Natale della mia vita» – ricordava mio padre – «un Natale di amicizia e di speranza. All’alba uscimmo tutti insieme e a piedi arrivammo al Pincio. Faceva un gran freddo e i nostri cappotti erano miserabili. La piazza era vuota ma eravamo felici, perché pensavamo al domani, quando quella piazza finita la guerra, si sarebbe riempita di gente con l’arrivo dei primi carri armati americani e inglesi in un tripudio di festa e di libertà».
Ora che il Covid-19 ha le ore contate, (si spera) con l’arrivo del vaccino. Siamo felici di avercela fatta e di esserne usciti vivi. È auspicabile che questo possa essere l’ultimo Natale ad essere passato “chiusi in casa” come durante il coprifuoco del 43.
Giancarlo Cocco
Foto © Donna, Feltyde, PapaBoys, TifosiPalermo, Radio food













