Perché la perquisizione nella sede dei Mojahedin in Albania

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Mojahedin

A parlarne Danial Kassraee, analista italiano che ha vissuto in territorio albanese dal 2016 ed espulso nel 2020

In un evento senza precedenti il tribunale dell’Albania ha impiegato circa 1000 uomini delle forze di sicurezza per perquisire il centro in cui sono migliaia di rifugiati politici iraniani comunemente chiamati Mek Mojahedin del popolo. Dal 2016 la Nazione europea ha ospitato circa 3.000 membri del gruppo terroristico.

Una perquisizione che ha preso di sprovvista i rifugiati

Nel comunicato della resistenza iraniana si legge “L’assalto improvviso di oltre 1.000 poliziotti albanesi nel campo di Ashraf ha provocato la morte di un membro del Mek e il ferimento di più di 100 persone a causa del lancio di spray al peperoncino, alcune di queste sono in condizioni critiche. La resistenza chiede che il Governo degli Stati Uniti e le Nazioni Unite, che hanno ripetutamente garantito la sicurezza e il benessere dei residenti di Ashraf, condannino questo comportamento criminale e barbaro e forniscano le garanzie necessarie per prevenire questo tipo di comportamento fuorilegge, che viola in modo flagrante molti trattati internazionali, tra cui la Convenzione relativa allo status dei rifugiati, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

“L’Unione europea, a cui l’Albania ha chiesto di aderire, deve condannare questo barbaro attacco e ritenere il Governo responsabile di tale comportamento. Per volere del fascismo religioso che domina l’Iran, questa mattina circa 1.000 poliziotti albanesi hanno attaccato Ashraf in un assalto criminale e repressivo. Hanno sfondato molte porte, armadi e attrezzature e hanno lanciato sui residenti gas lacrimogeni e usato spray al peperoncino. Molti computer sono stati rotti o portati via”.

“A seguito di questo attacco criminale, un membro dei Mujahedin-e Khalq (Pmoi/Mek), il signor Abdul Wahab Farajinejad (Ali Mansherari), è stato ucciso e più di 100 persone sono rimaste ferite a causa dello spray al pepe della polizia. Molti di loro sono in condizioni critiche e alcuni sono stati trasferiti all’ospedale Madre Teresa di Tirana. Le azioni della polizia albanese ricordano gli attacchi criminali delle forze di Nouri al-Maliki a Camp Ashraf in Iraq tra il 2009 e il 2015“.

Un vero e proprio attacco

La polizia albanese invece rifiuta di spiegare i dettagli della perquisizione e sembra che alla base ci sia una violazione degli accordi relativa alla risistemazione del Mek sul territorio. Di fatto sono stati sequestrati decine di pc e altre attrezzature informatiche illegali. Alcuni droni hanno documentato che vi sarebbe stato “un tentativo di bruciare alcuni documenti”.

Abbiamo sentito per Eurocomunicazione Danial Kassraee analista italiano che ha vissuto in Albania dal 2016 ed espulso nel 2020 dal Paese proprio a seguito dei suoi numerosi articoli di denuncia sul gruppo dei Mojahedin.

Che cosa è accaduto al campo Ashraf?

«La polizia albanese ha condotto un’operazione il 20 giugno nel campo di Manza a Durazzo, durante la quale 15 agenti di polizia sono rimasti feriti. Le forze dell’ordine hanno dichiarato che il controllo è stato effettuato in base a un ordine del tribunale Speciale contro il Crimine Organizzato e la Corruzione (SPAK), che sta indagando su sei reati penali presumibilmente commessi dai membri dei Mujaheddin durante il loro soggiorno presso il campo di Ashraf 3. Questi includono: provocazione di guerra; intercettazione illecita di dati informatici; interferenza con dati informatici; interferenza con sistemi informatici; abuso illecito di dispositivi elettronici, come stabilito dall’articolo 293 e dagli articoli successivi del Codice Penale albanese».

«Secondo lo SPAK, tutti questi reati sono stati commessi da un “gruppo criminale organizzato“, ma si attende l’analisi tecnica di circa 150 dispositivi sequestrati, tra cui computer, laptop e USB. Il fascicolo mette in evidenza che i membri del Mek sono sospettati di aver effettuato diversi attacchi informatici in tempi diversi contro la Repubblica islamica dell’Iran. Inoltre, ci sono sospetti che siano coinvolti in attività criminali legate al terrorismo e al suo finanziamento. Nel 2013, su richiesta degli Stati Uniti, le autorità albanesi hanno accettato di ospitare circa 3.000 membri dell’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo dell’Iran (Mek). Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha sostenuto l’operazione della polizia».

Chi sono i Mojahedin e cosa fanno esattamente all’interno del campo?

«L’organizzazione nasce nel 1963 in Iran con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e di combattere il regime dello Shah. Nel 1979 il Mek partecipava alla Rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia divulgata, un incrocio di marxismo, femminismo e islamismo, si scontrava con quella degli Ayatollah e veniva messo al bando».

«Nel 1981 il MEK si traferiva a Parigi dove fondava il proprio quartier generale e cinque anni dopo si spostava a Camp Ashraf, a nord di Baghdad, da dove supportava la guerra di Saddam Hussein contro l’Iran. Il Campo ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano nell’attività politica e diplomatica contro il regime di Teheran e ha anche incassato il supporto di diversi esponenti politici internazionali tra cui l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, l’ambasciatore americano all’Onu John Bolton ed Emma Bonino in veste di vice-presidente del Senato, nel giugno del 2012».

«I leader dell’organizzazione sono i coniugi Massoud e Maryam Rajavi; Massoud non si mostra in pubblico dal 2003, ovvero da quando venne meno la protezione datagli da Saddam Hussein e vive oggi in una località segreta per timore di attacchi da parte di Teheran. Per Me è deceduto da tempo».

Perché la polizia Albanese è intervenuta solo ora? Ci potrebbe essere un supporto esterno a questo attacco?

Mojahedin«Personalmente penso che semplicemente l’occidente abbia capito che il Mek non è l’opposizione utile a contrastare il regime totalitario e dittatoriale iraniano, e avendo a disposizione la carta del principe Pahlevi personaggio ancora oggi amato dalla maggioranza del popolo iraniano, ha portato alla cancellazione del Mek come asso nella Manica».

Azzardiamo un’ipotesi remota. Nel caso in cui i Mojahedin non dovessero essere più ospiti in Albania esistono delle possibilità che possano venire accolti in Italia?

«Dubito fortemente che sia facile ricollocare 2500 persone da una Nazione all’altra soprattutto dopo che quest’ultimi sono accusati di reati gravi che ho citato poc’anzi. L’Italia, come nessun’altro Paese Nato, non commetterebbe lo stesso errore di mettere a rischio la propria sicurezza nazionale ospitando il Mek».

Infine è notizia di pochi giorni fa che il consueto raduno a Parigi dei Mojahedin con la leader Maryam Rajavi è stato sospeso. Può dirci qualcosa in merito?

«La polizia di Parigi non ha concesso l’autorizzazione per il raduno in quanto è “probabile che generi disturbi all’ordine pubblico a causa del contesto geopolitico attualmente delicato”. Anche Tehran ha fatto sentire la sua opinione commentando positivamente l’azione della polizia Albanese. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Nasser Kan’ani, ha dichiarato che il Mek «costituisce una minaccia alla sicurezza del Paese ospitante a causa della sua natura “intrinsecamente terroristica. Ed è proprio per questa ragione» – prosegue – «che il Governo iracheno e altre Nazioni nel Mondo si sono “rifiutati” di accoglierli».

 

Tiziana Ciavardini

Foto © Inside Over

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