La visita alla sede romana dell’ANRP del nuovo ambasciatore tedesco in Italia Hans-Dieter Lucas rilancia la necessità di ricordare, soprattutto alle giovani generazioni, un episodio doloroso dell’ultima guerra
Ricordare la tragedia degli Internati militari italiani per una Europa più democratica e coesa
Gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma a luglio e il progressivo indebolimento del regime fascista fecero precipitare la situazione. Il 25 luglio 1943, l’ultimo Gran Consiglio del Fascismo destituì Mussolini e, nello stesso giorno, il Re lo fece arrestare. Il Paese era al tracollo, la guerra persa su ogni fronte e l’Italia si arrese: il 3 settembre venne stipulato l’armistizio con gli alleati che fu pubblicamente annunciato l’8 settembre.
Esso prevedeva che l’Italia cessasse di collaborare con i tedeschi, interrompesse le ostilità contro le truppe alleate, liberasse tutti i prigionieri e desse la disponibilità agli alleati di utilizzare il suo territorio per le operazioni di guerra. Il nuovo Governo venne affidato al generale Pietro Badoglio che il 9 settembre fuggì con il Re e il resto dell’Esecutivo a Brindisi. A seguito di questo le forze armate tedesche, che in gran parte già si trovavano in Italia, invasero il territorio e iniziò la resistenza e la guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo.
Il mancato coordinamento nelle Forze Armate italiane e le tragiche conseguenze
Prive di ordini precisi e di indicazioni operative per l’immediato cambio di fronte, le Forze Armate italiane si trovarono completamente impreparate per fronteggiare le truppe tedesche stanziate in Italia.
Per l’Esercito italiano, abbandonato dai suoi comandanti supremi e lasciato senza ordini, iniziò lo sbandamento e molti soldati presero la via della lotta partigiana che in questi mesi si andò strutturando. All’estero, invece, migliaia di militari italiani scelsero di resistere ai tedeschi e, nelle varie zone dove fino a qualche giorno prima si trovavano ad operare fianco a fianco, vennero fatti prigionieri o passati per le armi.
La Wehrmacht e le SS presenti in tutta la Penisola fecero scattare l’Operazione Achse. Questa prevedeva l’occupazione di tutti i centri nevralgici del territorio nell’Italia settentrionale e centrale, fino a Roma. Hitler aveva predisposto questo piano sin dal 25 luglio dopo la destituzione di Mussolini. Era l’inizio di quegli ultimi due anni di guerra in cui i partigiani lottarono contro i nazifascisti dando vita a una nuova idea di patria, legata alle diverse componenti antifasciste. Tutto questo purtroppo provocò anche una sorta di guerra civile tra quella parte di italiani fedeli al nazifascismo che confluirono nella Repubblica di Salò, e la parte che lottava al fianco degli alleati per liberare l’Italia. I postumi di questa conflittualità si continuarono a vedere per alcuni decenni anche nell’Italia repubblicana.
Ben 650.000 Internati militari italiani
I militari italiani, catturati e disarmati dalle truppe tedesche in Francia, Grecia, Jugoslavia, Albania, Polonia, Paesi Baltici e Russia, oltre a quelli in Italia, furono caricati su carri bestiame e avviati ai lager del Terzo Reich, sparsi un po’ dovunque in Europa, soprattutto in Germania, Austria e Polonia.
Ogni militare catturato, dopo un viaggio in condizioni disumane, arrivato nel lager, viene identificato, perquisito e immatricolato. Sin dal primo momento, ai prigionieri, circa 650mila, viene chiesto con insistenti pressioni di continuare a combattere a fianco dei tedeschi o con i fascisti della Repubblica di Salò. La maggior parte di loro si rifiuterà di collaborare affrontando sofferenze e privazioni. Decine di migliaia di Imi (Internati militari italiani) perdono la vita nel corso della prigionia per malattie, fame, stenti, uccisioni.
In un primo tempo i militari italiani catturati, deportati e internati nei lager nazisti vengono definiti Imi. Con un provvedimento arbitrario Hitler li sottrae alle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929, per destinarli come forza lavoro per l’economia del Terzo Reich. Sempre per ordine del Führer, d’accordo con Mussolini, gli Imi dal 12 agosto 1944 cambiano nuovamente di status e vengono trasformati in lavoratori civili, formalmente liberi. È ancora aperto il contenzioso intergovernativo italo-tedesco sul mancato o incompleto riconoscimento economico di tali “lavoratori”.
Il difficoltoso rientro in Italia
A partire da febbraio del 1945, le avvisaglie del crollo della Germania determinarono l’inizio della fase di liberazione che avvenne in momenti differenti, fino ai primi di maggio.
Il rimpatrio, tuttavia, non fu immediato e si svolse soprattutto nell’estate e nell’autunno partendo da Germania, Francia, Balcani e Russia. Varcato il confine, gli Imi provenienti dalle Regioni del Reich vengono dirottati verso Pescantina, nel veronese, dove fu istituito un centro di smistamento e accoglienza. Successivamente, nell’Italia del primo dopoguerra, la storia degli Imi passò in una sorta di oblio. Gli storici hanno cominciato a occuparsi degli Imi solo dalla metà degli anni Ottanta. Tardi forse ma ancora in tempo per far conoscere questa pagina di storia e rendere il giusto omaggio ai nostri militari che, con il loro sacrificio, contribuirono a portare la libertà e la democrazia nel nostro Paese.
La visita del nuovo ambasciatore tedesco nella sede romana della ANRP
Ieri il nuovo ambasciatore tedesco in Italia Hans-Dieter Lucas ha fatto visita
alla sede romana della Anrp (Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento, dalla guerra di Liberazione e loro familiari). È stato ricevuto dal presidente Anrp Nicola Mattoscio, dal vicepresidente Luciano Zani e altri che hanno illustrato la sede e il Museo all’ospite. Tra l’altro l’ambasciatore ha risposto ad alcune domande di seguito riportate sinteticamente.
Gli Imi col loro No al nazifascismo hanno posto le basi per una Europa libera e democratica precorrendo i dettami dei padri fondatori De Gasperi e Adenauer. Quanto è importante oggi fare memoria degli Imi e con quale impegno congiunto tra Italia e Germania?
«È molto importante ricordare assieme questo capitolo buio della nostra storia ed è importante apprezzare il rifiuto degli Imi a combattere a fianco dei nazifascisti. È altresì importante il lavoro fatto dall’Anrp e di questo museo. Il sostegno del Fondo italo tedesco per il futuro per questo Museo è un concreto appoggio per questa attività. Sono contento che il Museo sia frequentato da giovani sia italiani che tedeschi».
Siamo davanti a ciò che Papa Francesco ha definito “Terza guerra mondiale a pezzi”. In che modo Italia e Germania, forti della loro storia democratica, possono costruire congiuntamente un futuro di dialogo e di pace?
«Credo che questo sia un ruolo importante che i nostri due Paesi devono svolgere. Italia e Germania sono molto ben rappresentati in organismi internazionali quali Eu, Onu e Nato. L’obiettivo comune è di istituire un vero multilateralismo. I nostri due Governi stanno già lavorando a sostegno di pace, libertà e partecipazione nonostante il momento molto difficile».
Nicola Sparvieri
Foto © Anrp, Eurocomunicazione













