Armistizio 8 settembre 1943 – gli antefatti dei giorni più lunghi

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Colossali contraddizioni e immotivate scelte per uno dei momenti storicamente decisivi per l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale

Dopo l’arresto di Mussolini il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio per quarantacinque giorni visse in colossali contraddizioni. Professò fedeltà ai tedeschi ma nel contempo progettava di rivoltarglisi contro, combatteva svogliatamente gli anglo americani con i quali voleva allearsi, si proclamò antifascista, ma inaugurò un governo della paura. Incalzato dagli antifascisti e rimbrottato dal Re Vittorio Emanuele, Badoglio “sistemò” l’ingombrante dittatore il 27 luglio a Ponza in una casetta. Ma qui non gli sembrava al sicuro dalle mire tedesche di liberarlo e il 27 agosto da La Maddalena lo fece trasferire all’albergo di Campo Imperatore sul Gran Sasso a duemila metri di altitudine e collegato solo da una funicolare. Un posto inaccessibile, secondo Badoglio, ma non fu così perché qualche tempo dopo (12 settembre), Otto Skorzeny incaricato da Hitler, lo avrebbe liberato e portato in Germania.

Nel suo governo romano Badoglio affermava ogni giorno che fascisti e tedeschi complottavano contro di lui. Molti gerarchi erano riparati in Svizzera, Alessandro Pavolini, Farinacci e Ciano avevano preso il volo per la Germania, ma riuscì a far arrestare Starace, Tringali Casanova, Teruzzi, Galbiati e il direttore della cinematografia Luigi Freddi. Nella notte del 23 agosto anche lo spavaldo Ettore Muti (immagine a sinistra), che alloggiava nella sua villa di Fregene, stava per essere arrestato da alcuni carabinieri, quando si scatenò una inspiegabile sparatoria durante la quale solo Muti rimase ucciso. L’episodio Muti fu uno dei casi più inquietanti dei quarantacinque giorni. Nel frattempo Badoglio tesseva una trattativa con gli alleati per un armistizio. Hitler, a sua volta, aveva studiato vari piani per l’occupazione del territorio italiano e la neutralizzazione del nostro esercito.

La Wehrmacht dispiegò ben otto divisioni per contrastare i prevedibili sbarchi alleati nel sud d’Italia. Tre furono dispiegate a ridosso della costa ligure, una tra la foce del Tevere e Nettunia, una brigata alpina tedesca in Alto Adige, una in Romagna due divisioni una a Parma e una a Bologna, il comando di quelle dislocate al sud del Belpaese fu affidato a Kesserling. Si parlò di un vertice tra Hitler e Vittorio Emanuele III o Hitler e Badoglio per discutere di questi schieramenti ma non se ne fece nulla. Si fece solo a Bologna il 15 agosto un vertice tra alti ufficiali tedeschi e italiani con discussioni sterili. Nel frattempo il generale Castellano, segretamente, si era recato a Lisbona – Paese neutrale –  per discutere con gli alleati i termini di un armistizio. Il 29 agosto un aereo trasportò a Roma importanti documenti per la trattativa. Si trattava dell’”Armistizio Lungo” che conteneva clausole severe per l’Italia.

Il governo italiano denunciava l’alleanza con la Germania e doveva prendere misure contro le forze tedesche per cacciarle dai confini. Badoglio (nella foto a destra) in questa circostanza fece un appunto in cui si diceva “che era impossibile accettare l’armistizio se non a sbarchi avvenuti di almeno 15 divisioni alleate tra Civitavecchia e La Spezia”. Castellano intraprese il suo viaggio per raggiungere gli alleati. All’ultimo piano del cinquecentesco Palazzo Vidoni (Roma-Corso Vittorio Emanuele) una radio di cui Castellano era stato munito dette la notizia agli alleati che il delegato italiano stava per arrivare. Fungeva da operatore un prigioniero inglese catturato sul Lago di Como e trasportato a Regina Coeli a Roma. Il 31 agosto Castellano atterrò a Termini Imerese in mano agli alleati e da qui trasportato con un aereo americano a Fairfield Camp. Quì era il comando avanzato del Generale Alexander situato in una tenuta di mandorli e olivi, di un nobile siracusano certo Grande e sulle rive del fiume Cassibile. Per ironia della sorte in questa località nel IV secolo a.C. il generale ateniese Demostene si era arreso con seimila soldati ai siracusani e agli spartani.

Castellano vide il generale Bedell Smith ma con stupore vide che era già lì il generale Zanussi. Quest’ultimo tentò di spiegare a Castellano che aveva in tasca l’armistizio lungo ma non riuscì a chiarire la faccenda perché Castellano lo zittì, risentito, «so già tutto!». Delusione di Bedell Smith quando seppe che l’inviato italiano non aveva pieni poteri. Alle quattro del pomeriggio dopo animate discussioni Castellano e Zanussi furono riportati a Termini Imerese e di qui decollarono per Roma. Inutilmente Zanussi tentò di accennare a Castellano le terribili clausole dell’armistizio lungo ma fu sempre bloccato con insofferenza. Badoglio dormiva già quando arrivarono a Roma. L’indomani fu indetta una riunione al Viminale al quale oltre Badoglio e Castellano c’erano Ambrosio, Guariglia e Acquarone per la Real Casa ma non Zanussi che Castellano non aveva voluto, così dell’armistizio lungo consegnato a Zanussi Badoglio e gli altri non seppero nulla. La mattina del 2 settembre un trimotore si alzò da Guidonia e trasportò Castellano e il maggiore Luigi Marchesi segretario di Ambrosio a Termini Imerese e da qui a Camp Fairfield.

Fu chiesto a Castellano se era autorizzato a firmare la resa ma rispose di no. Ci voleva una delega di Badoglio per far firmare Castellano. Dopo ripetuti solleciti di Castellano a Roma il 3 settembre giunse la delega per firmare le condizioni dell’armistizio. Alle 17 in punto del tre settembre con un Castellano in doppio petto scuro (foto in apertura, ndr), un candido fazzoletto al taschino e un Eisenhower alle spalle che vigilava sulla firma, il generale italiano inforcati gli occhiali firmò tre copie dell’armistizio. Erano le 17,15 e Ike si avvicinò e gli strinse la mano. Ma le sorprese per Castellano erano appena cominciate. Gli fu subito detto che le clausole contenute nel documento “non contemplavano l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschima solo un apporto passivo e marginale! Subito dopo Bedell Smith (nella foto in piedi sulla destra mentre controlla che Castellano firmi) gli sciorinò il testo dell’armistizio lungo di cui Castellano ignorava (per sua colpa) le clausole. «Questo documento gli disse Bedell Smith è identico a quello che l’ambasciatore inglese a Lisbona ha consegnato al generale Zanussi». Castellano protesto che non ne sapeva nulla. Decise quindi di tenere nascosto questo documento al Re e Badoglio. Gli alleati avevano fissato la data dell’armistizio per l’8 settembre ma Castellano non ne sapeva nulla. Gli alleati si erano riservati piena libertà di decidere l’ora e il giorno in cui l’armistizio sarebbe stato annunciato.

La mattina del 4 Castellano sarebbe rimasto a Cassibile fino a quando fu deciso di trasportarlo in Nordafrica ospite di Eisenhower. A Roma intanto il generale Badoglio sin da tre settembre aveva diramato a tutti i comandantipossibili prossimi avvenimenti e come comportarsi”. Ambrosio assicurò su la difesa di Roma. La memoria 44 diramata a fine agosto, parlava di come le truppe italiane dovevano comportarsi di fronte al nemico tedesco dopo l’armistizio. Proprio il tre settembre l’incaricato tedesco Rudolph von Rahn aveva portato a Badoglio un piano tedesco per la resistenza agli anglo americani. Con gli americani nel frattempo si era stabilito un segnale convenzionale per il “giorno X” dell’armistizio. Tra le 10 e le 12 la BBC avrebbe trasmesso trenta minuti di musica di Verdi e due minuti di notizie sulle mene tedesche in Argentina. Il 5 settembre in tarda mattinata giunsero a Roma Marchesi e il pilota Vassallo con la documentazione. Marchesi si precipitò al Comando Supremo a Palazzo Vidoni e riferì che Castellano gli aveva detto che l’armistizio avrebbe potuto essere dichiarato tra il 10 e 15 del mese. Il generale Ambrosio che lo ricevette si mise in testa che la data del 12 fosse quella giusta. La mattina del 6 settembre Il Re Vittorio Emanuele ricevette Badoglio, Ambrosio e Acquarone.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Wikipedia

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