Quando il Ventennio fascista si sciolse come neve al sole

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Il 25 luglio 1943 Mussolini fu fatto arrestare su ordine del re Vittorio Emanuele III e portato via con una ambulanza

25 luglio 1943, è domenica e a Roma è una assolata giornata d’estate, fresca al primo mattino poi calda e afosa. La città è tranquilla, poche le persone nelle strade, rare le biciclette, di auto neppure l’ombra. Nessuno è a conoscenza che nella notte si è riunito, a Palazzo Venezia, il Gran Consiglio del fascismo e nessuno sa che dopo venti anni il regime sta per crollare.

L’unico a conoscere della riunione era Roberto Suster il direttore dell’Agenzia giornalistica Stefani (oggi Ansa) quella ufficiale del fascismo. È con i soldi di Mussolini che l’agenzia era stata comprata nel 1924, si trattava di una impresa privata che a Torino nel 1853, era nata per iniziativa del Conte Camillo Benso di Cavour.

Quella mattina il Messaggero non accennava minimamente alla riunione, ma si parlava ampiamente della aspra lotta “sul fronte di Sicilia” ove erano sbarcati gli alleati da circa 15 giorni, e iniziava la risalita verso nord, ma queste notizie Suster già le sapeva in quanto era proprio la Stefani che le diffondeva. Verso le 13 Suster decise di andare a Palazzo Venezia, dove lui poteva entrare quando voleva. L’atmosfera era cupa, parlò con il gerarca Bastianini che gli disse: «stanotte il Gran Consiglio con 19 voti contro 7 ha invitato il Duce a non persistere in metodi di governo che hanno dimostrato di essere letali alla Nazione. Occorrono» – proseguì – «uomini capaci e responsabili che sappiano rimettere in moto l’organismo dello Stato, inceppato gravemente dal suo strapotere accentratore e incompetente».

Suster parlò anche con il gerarca Polverelli che gli confermò tutto. Il direttore trafelato tornò a casa e disse alla moglie, che stava preparando le valigie per andare in vacanza, di disfare tutto. La partenza era rimandata! Roberto Suster aveva capito che in quel giorno qualcosa di storicamente importante era avvenuto. Benito Mussolini invece non si era ancora reso conto che il suo regime era crollato. Alle dodici il Duce ricevette l’ambasciatore giapponese che voleva sapere, a nome del suo governo, cosa stava succedendo in Sicilia. Si recò poi nel quartiere San Lorenzo che pochi giorni prima era stato duramente bombardato da aerei alleati, e si stavano distribuendo soccorsi alla gente che lo attorniava. Nella mattinata aveva chiesto al re di essere ricevuto a Villa Savoia, ed ebbe conferma che il colloquio si sarebbe svolto alle 17.

Il re Vittorio Emanuele III venuto a conoscenza dell’ordine del giorno approvato dal Consiglio contro Mussolini, si era accordato con il generale Ambrosio, il maresciallo Badoglio e il generale Castellano (che il 2 settembre 1943 a Cassibile avrebbe firmato l’armistizio), che il duce, in questa circostanza doveva essere arrestato, annunciando che la dittatura era caduta. «È necessario licenziare Mussolini» – disse il re – «e chiedere l’armistizio alle nazioni alleate e preparare le forze armate all’immancabile reazione tedesca». Alle cinque in punto l’auto di Mussolini varcò il cancello spalancato di via Salaria. Qualche ora prima, profeticamente, donna Rachele aveva scongiurato il Duce a non andare dal re («Ti arresteranno» aveva previsto).

Il re vestito da Maresciallo d’Italia, accolse il duce sulla porta della villa, Mussolini era invece in borghese. Nella borsa in pelle che teneva sotto il braccio, il duce aveva documenti relativi alla seduta del Gran Consiglio e fece l’atto di porgerli al re, che lo fermò dicendogli: «non occorre che li veda, il voto del Gran Consiglio è tremendo. Voi non potete certo illudervi dello stato d’animo degli italiani contro di voi. In questo momento siete l’uomo più odiato d’Italia». Il re lo congedò e mentre Mussolini scendeva la scalinata e si avviava verso la sua auto, gli si parò davanti un capitano dei carabinieri, Paolo Vigneri, e sull’attenti gli disse in maniera solenne: «Duce in nome di sua Maestà il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla». Mussolini allargò le mani nervosamente e quasi implorante disse: «non c’è bisogno!». In quel momento il suo aspetto era quello di un uomo moralmente finito, distrutto.

Il capitano Vigneri, incalzandolo gli gridò: «Duce ho un ordine da eseguire». L’ufficiale lo fece entrare dentro una ambulanza che era stata fatta venire per non generare sospetti. L’auto uscì da una porta secondaria e partì a tutta velocità, erano le 17,30. Quel giorno solo alle 22,45 fu diffusa dalla radio la notizia dell’arresto di Mussolini. Subito dopo un uomo in camicia da notte, attraversò Piazza di Spagna girando come impazzito, e agitando una bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. Porte e finestre si spalancarono, donne, soldati e ragazze si abbracciavano. In mezza giornata il ventennio si era sciolto come neve al sole. I romani non sapevano ancora quali tribolazioni avrebbero dovuto affrontare dopo l’8 settembre di quell’anno con “Roma città aperta”.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Carabinieri.it, Wikipedia, Dagospia, Patria indipendente

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