Vincenzi (Anbi): «Complessità crisi coinvolge tutti, risposte sistemiche su territorio». Solo il 16% considera al sicuro la propria casa
Oltre a raffreddori e influenze, nonché al rischio di gelate per le colture, lo sbalzo termico dei giorni scorsi ha portato una benefica discesa nelle temperature dei mari italiani, ricondotte a livelli più in linea con le medie del periodo. Secondo i dati del Programma europeo sul clima Copernicus e dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF), a livello mondiale si registrano, da più di un anno, le acque marine più calde di sempre, così come conferma il report “European State of the Climate 2023” per quelle, che bagnano i confini esterni del Vecchio Continente.
L’analisi del presidente Anbi
«Un aspetto della crisi climatica poco percepito dall’opinione pubblica è la sua complessità: la biosfera è unica e l’alterazione di un elemento influisce sull’equilibrio generale»,
evidenzia Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi). «Per questo, confinare la siccità come un problema meramente agricolo è un gravissimo errore, perché molteplici sono i servizi ecosistemici apportati: dall’equilibrio ambientale all’attrattività turistica».
Secondo il Rapporto dell’Osservatorio Anbi sulle risorse idriche, chi non pare beneficiare dell’instabilità climatica di questi giorni sono la Sicilia e la Calabria dove, ad esempio, il fiume Lao è al 43% della portata media di questo periodo e l’Ancinale tocca addirittura -95% (fonte: Centro funzionale regionale Protezione Civile Calabria); entrambe le Regioni sono caratterizzate da enormi deficit idrici, a causa di molti mesi privi di significative precipitazioni. In Puglia, nei giorni scorsi, si sono registrate piogge sull’Alto Salento (quasi 10 millimetri) e sul leccese (fino a 5 mm), ma i bacini del Tavoliere trattengono il 37% di acqua in meno rispetto al 2023, cioè mancano oltre 112 milioni di metri cubi.
Gli altri territori regionali
Non va meglio in Basilicata, dove è impietoso il confronto tra la quantità d’acqua invasata quest’anno e negli anni passati: nella seconda metà di aprile 2023, rovesci torrenziali avevano fatto confluire ben 14 milioni di metri cubi d’acqua nei bacini della Regione. Attualmente le disponibilità idriche sono più che dimezzate (-54%) e il deficit, nonostante un recente apporto di piogge (milioni di metricubi 2,74), si attesta a quasi 124 mln di mc (fonte: Autorità Bacino Distrettuale Appennino Meridionale).
Notizie preoccupanti arrivano anche dall’Abruzzo, dove il deficit pluviometrico registrato nei primi 4 mesi del 2024, unitamente alla poca neve caduta sull’Appennino, ha pressochè dimezzato la quantità d’acqua trattenuta nel bacino di Penne, il principale ad uso irriguo, dove mancano all’appello circa 3,6 mln mc. Fiducia si ripone nello scioglimento del manto nevoso ora presente a Campo Imperatore (34 cm) e che potrebbe incrementare la portata del fiume Tavo, che alimenta l’invaso. Nel Lazio il livello del lago di Bracciano rimane, come un anno fa, un metro al di sotto dello zero idrometrico, mentre continua a calare il piccolo lago di Nemi, ora 34 centimetri sotto il livello del 2023.
Centro Italia
Il fiume Tevere rimane largamente sotto media, così come decrescente è il livello dell’Aniene, mentre incrementi si registrano nei flussi della Fiora. In Umbria crescono le portate dei fiumi Velino e Topino, mentre cala il Chiascio e l’altezza idrometrica del lago Trasimeno scende a -1,28 cm. «È la persistente condizione di allarme ecosistemico nel principale lago dell’Italia centrale, l’immagine di un Paese che, al di sotto degli Appennini, non riesce a recuperare il deficit idrico, dovuto a mesi di insufficienti apporti pluviali. È quantomai urgente prepararsi a gestire, in maniera condivisa e nel rispetto delle priorità di legge, una condizione d’emergenza che, seppur in maniera non uniforme, appare inevitabile nei mesi a venire», commenta Massimo Gargano, direttore generale di Anbi.
Restano modesti, nonostante gli incrementi registrati questa settimana, i livelli dei fiumi nelle Marche. A far da contrappeso rimangono i circa 53 milioni di metri cubi invasati nei bacini e che, pur essendo inferiori a quelli del 2023 caratterizzato da fenomeni meteorologici estremi nei primi 4 mesi dell’anno, rappresentano una garanzia d’approvvigionamento per i mesi più caldi e secchi. Sull’Appennino della Toscana è apparsa tardivamente la neve, che era mancata in inverno: 44 centimetri sull’Abetone, oltre 30 in Garfagnana, mentre sull’Amiata il manto è superiore ai 20 cm. Ricchi d’acqua sono i principali alvei con l’eccezione dei bacini più a Sud (Ombrone, Albegna, ecc.).
Al Nord
In Liguria tornano a crescere le portate dei fiumi Vara e Magra, mentre registrano un abbassamento quelle dell’Entella e dell’Argentina. Mentre in Emilia Romagna, oltre mezzo metro di neve è ora presente sui monti bolognesi, reggiani e parmensi (63 cm a Lagdei), mentre su quelli romagnoli la cumulata si attesta tra i 15 e i 30 centimetri. In Veneto, il bilancio idrico resta ampiamente positivo, nonostante drastiche riduzioni di portata per i fiumi Adige, Piave, Livenza, mentre Bacchiglione, Brenta e Muson dei Sassi scendono addirittura sotto media. Anche in Lombardia le riserve idriche restano largamente confortanti (+45% sulla media), seppur il fiume Adda cali, pur mantenendo una portata superiore a quella degli scorsi 7 anni.
Ad eccezione del lago di Como, i grandi bacini naturali del Nord restano vicini al colmo: Maggiore 97,7%; Sebino 93,6%; Benaco 98,6%. I fiumi sono in calo anche in Piemonte a iniziare dal Po, che resta comunque sopra la media, mentre Tanaro e Stura di Lanzo tornano sotto. In Valle d’Aosta, infine, il manto nevoso supera i 2 metri e mezzo nelle stazioni sopra i 2200 metri. Terminati temporaneamente gli apporti dalla fusione nivale, dovuta all’anomalo anticipo d’estate della scorsa settimana, le portate dei corsi d’acqua hanno subìto una decisa contrazione: a Nus, la Dora Baltea in 7 giorni è passata da 29 mc/s 6,50 (fonte: Centro funzionale regionale Valle d’Aosta).
Alluvione, caldo e poi gelo: addio miele e api da sfamare
Prima il caldo, poi il gelo. E ora api da salvare “a mano”. Da 25 a 5 gradi in pochi giorni «e l’acacia anche quest’anno non si trasformerà in miele. Se l’acacia è un simbolo di questa primavera per l’apicoltura, non è l’unica che non diventerà miele. Mancherà infatti
totalmente il miele primaverile: il cambiamento climatico importante che ha travolto il Veneto prima in una morsa di caldo e poi con freddo e vento, ha messo in crisi fortemente l’apicoltura». Tanto che, per questi motivi, l’associazione regionale apicoltori del Veneto chiede lo stato di emergenza alla Regione e insieme a Unaapi lancia un sos al ministero dell’Agricoltura.
La botta del meteo impazzito si è sentita a Vicenza: doveva ancora risollevarsi dall’alluvione di fine febbraio quando molte aziende avevano perso intere famiglie di api, finite sott’acqua. L’associazione regionale apicoltori del Veneto raggruppa 3.000 soci che gestiscono circa 35.000 alveari e per salvare le api invoca dalla Regione lo stato di emergenza necessario anche ad aiutare le aziende che vivono di questa attività. Al momento gli apicoltori, per far sopravvivere le api, devono nutrirle. Il freddo non porta infatti i fondamentali impollinatori ad uscire dall’arnia per cercare da sole il nutrimento.
Le piante con queste basse temperature inoltre non danno nettare. A questa già triste situazione si aggiungono pioggia e neve. Ma come si sfama una un’ape? Si chiamano alimentazioni di soccorso, sono basate su candito e fruttosio, vengono somministrate nel tentativo di mantenere vive le colonie, «ma sono costose e non forniscono tutti gli elementi nutritivi presenti nel nettare. Le regine con questo freddo smettono di deporre uova e quindi mancheranno api nei prossimi mesi. Il rischio inoltre è la morte della covata estesa che le temperature calde avevano indotto ad allevare».
Clima malsano
Il settore apistico, ricordano gli “addetti ai lavori” del Veneto è stato colpito negativamente da diverse stagioni di cambiamenti climatici e da eventi estremi. Dalla crisi economica e dall’incremento dei prezzi che hanno interessato sia le aziende apistiche che altri settori zootecnici e produttivi. E da una concorrenza dai mieli di importazione che spesso non sono miele. Le aziende apistiche «versano in una situazione di grave difficoltà e c’è il rischio che molte non sopravvivano nei prossimi anni, privando così il territorio di un importante presidio fondamentale per l’impollinazione e contribuendo all’aumento della disoccupazione, specialmente tra coloro che sono specializzati in un settore destinato a scomparire se non verrà adeguatamente supportato».
Molte aziende apistiche dipendono non solo dal miele, ma anche da altri prodotti dell’arnia (polline, propoli, pappa reale) e dalla produzione di nuclei e regine, «e anche in questi casi si registra un impatto negativo significativo. Considerando anche l’espansione delle
popolazioni di vespa velutina e vespa orientalis, insieme ai gravi problemi di alterazione del mercato del miele, occorre che le istituzioni preposte intervengano». L’associazione regionale apicoltori del Veneto, con il suo presidente Gerardo Meridio, si appella allora alla Regione affinché «coi propri strumenti, supporti questo settore, soprattutto le aziende che vivono di questa attività. Chiederò un incontro con il presidente Zaia e l’assessore regionale per affrontare questa drammatica situazione». A livello nazionale assieme all’Unaapi è stato interessato il ministero «anche per altre Regioni che sono nella stessa situazione».
Eventi estremi: solo il 16% degli italiani considera al sicuro la propria casa
Il cambiamento climatico e gli eventi estremi sembrano aver aumentato il livello di attenzione degli italiani. Pensando alla propria casa, solo il 16% la ritiene al sicuro e non percepisce questo tipo di rischio. Otto su dieci (82%) al contrario si dicono più sensibili di quanto non fossero anche solo pochi anni fa e di questi più della metà, il 42%, si dice fortemente preoccupato che con l’intensificarsi dei fenomeni la propria abitazione possa subire danni anche molto rilevanti nel prossimo futuro. Lo rileva l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sara Assicurazioni.
Questa preoccupazione nel corso degli ultimi anni ha persino spinto un italiano su tre (32%) a pensare di trasferirsi in una zona più sicura, anche se, dice il 20%, la sensazione generale è che ormai questi eventi possano capitare ovunque e non ci siano aree che possano dirsi a rischio zero. Il Belpaese è infatti particolarmente esposto ai fenomeni calamitosi. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il 94% dei Comuni italiani è a potenziale rischio di frane, alluvioni ed erosione costiera. Lo scorso anno, inoltre, come sottolinea l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), in Italia si sono registrati 16.307 terremoti, uno ogni 30 minuti, in linea col 2022.
L’importanza della prevenzione
Per ridurre questi rischi e le loro conseguenze su persone, beni e abitazioni, secondo gli italiani sono in primo luogo necessari interventi per la messa in sicurezza del territorio e il
contenimento del rischio idrogeologico (40%). Occorrerebbe inoltre migliorare la sicurezza degli edifici esistenti (33%) e investire in tecnologia (23%), soprattutto in funzione preventiva, ad esempio attraverso sensori di allerta. Per ridurre ulteriormente gli effetti di questi fenomeni, il 60% degli italiani oggi valuterebbe di assicurare la propria casa contro un 40% di restii.
Se le ragioni del “no” sono soprattutto legate alla poca conoscenza di questo tipo di polizze (27%) e alla presenza di altre spese da sostenere (21%), a spingere sei connazionali su dieci verso questa possibilità sono invece la volontà di tutelarsi economicamente in caso di danni e la maggior sensibilità dichiarata a questi rischi. «La maggior frequenza e intensità degli eventi naturali rappresenta un serio fattore di rischio per il Paese», dichiara Marco Brachini, direttore Marketing, Brand e Customer Relationship di Sara Assicurazioni. «Una polizza assicurativa sulla casa attraverso le opportune garanzie permette di tutelarsi dai danni prodotti dai fenomeni naturali riducendo l’impatto sul proprio patrimonio».
Elodie Dubois
Foto © Cose di casa, Anbi, VicenzaToday, WWF Italia, Kireti













