Perdere un anziano genitore ci rattrista ma la vita ha un termine e la morte ha un valore sia come individui che come specie
Tutti siamo circondati da persone più vecchie, i genitori, i nonni, gli zii e a volte fratelli e sorelle più grandi. Queste persone diventano le nostre guide, la nostra famiglia e i nostri amici. Le relazioni con loro ci stanno a cuore. È difficile accettare il fatto che un giorno le perderemo, ma naturalmente la vita ha un termine e la vecchiaia è seguita dalla morte. È un destino a cui prima o poi andiamo incontro tutti e ha un grande significato.
La speranza di vita è l’espressione usata per descrivere quanto a lungo, in media, un individuo può aspettarsi di vivere. I fattori che la influenzano sono molti. Per gli esseri umani, il luogo in cui si vive è un fattore fondamentale. In Paesi diversi si possono avere aspettative di vita diverse, a seconda della qualità del cibo e dell’acqua e delle cure mediche disponibili. In Italia quella degli adulti si aggira oggi intorno a 82 anni per gli uomini e a quasi 86 anni per le donne, mentre ben pochi di noi sopravvivranno fino a 100 anni. Perché esseri umani che hanno accesso alle migliori cure mediche e con abbondanza di cibo e mancanza di predatori, finiscono inevitabilmente per ammalarsi e morire? Per quanto ne sappiamo, nessun individuo di nessuna specie di antropomorfe è mai vissuto più di 50 anni. Pochi neandertaliani vissero più di 40 anni, mentre tra i Cro-Magnon non era raro superare i 60 anni.
La funzione importantissima degli anziani
L’invecchiamento lento è fondamentale per lo stile di vita umano, che dipende dalla condivisione delle esperienze tramandate dalle precedenti generazioni. Con l’evolversi del linguaggio, l’uomo è in grado di trasmettere molte informazioni.
Per decine di migliaia di anni prima dell’introduzione della scrittura, i vecchi sono stati le nostre librerie. Erano i depositari delle informazioni e dell’esperienza di un gruppo, come avviene ancora oggi nelle società tribali. Nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori, la conoscenza posseduta anche da una sola persona di 70 anni poteva fare la differenza tra la morte per fame e la sopravvivenza di un intero clan.
La nostra capacità di sopravvivere fino alla vecchiaia è sempre stata legata ai progressi culturali e tecnologici. È più facile difendersi da un leone con una lancia che non impugnando una pietra e se si dispone di un fucile potente è ancora più facile. Questi progressi, tuttavia, non sarebbero stati sufficienti ad allungarci la vita se il corpo umano non fosse stato riprogettato per durare più a lungo. I nostri meccanismi biologici furono modificati per adeguarli alla maggiore speranza di vita resa possibile dai progressi culturali e tecnologici.
L’invecchiamento come deterioramento di noi stessi
L’invecchiamento può essere considerato semplicemente come un danno o un deterioramento che non viene riparato. Tutti noi siamo inconsciamente ma costantemente impegnati a ripararci a ogni livello, da quello delle molecole a quello dei tessuti o di interi organi. I meccanismi di autoriparazione del corpo sono di due tipi: controllo dei danni e sostituzione regolare di alcune parti. Nel caso di un’auto, il controllo dei danni può essere la riparazione di uno pneumatico o la sostituzione di un paraurti ammaccato. Nel caso del corpo umano, l’esempio più evidente di controllo del deterioramento è la guarigione delle ferite, che ripara i danni subiti dai nostri tessuti. Alcuni animali riescono a conseguire risultati spettacolari: le lucertole rigenerano la coda tagliata, le stelle di mare gli arti persi e i cetrioli di mare persino l’intestino.
La possibilità di riparare o sostituire le parti danneggiate
Nel mondo animale dei mammiferi superiori, i denti vengono sostituiti a scadenze prestabilite. Nel corso della vita gli esseri umani hanno due dentizioni, gli elefanti ne hanno sei e gli squali un numero indefinito.
Le aragoste e altri artropodi sostituiscono regolarmente l’esoscheletro, il duro scheletro esterno, liberandosene e generandone uno nuovo. Mediante la rigenerazione cellulare noi uomini sostituiamo costantemente molte cellule. Per esempio, in pochi giorni quelle che rivestono l’intestino sono totalmente nuove. Una volta ogni quattro mesi i globuli rossi del sangue sono rigenerati. Per evitare l’accumulo di molecole danneggiate, le proteiche sono soggette a un ricambio continuo.
Il mistero della morte
Molti animali sanno ripararsi meglio di come facciamo noi. Se le stelle di mare possono rigenerare arti amputati, perché noi non possiamo? Per proteggerci dall’artrite basterebbe rigenerare periodicamente le articolazioni, come fanno i granchi.
Una gran parte del corpo di un animale può essere riparata se necessario, o comunque sostituita regolarmente. Perché noi uomini non siamo in grado di riparare o sostituire naturalmente qualsiasi parte del nostro corpo? La risposta ha senza dubbio a che fare con il costo delle riparazioni e con la biologia evoluzionistica. L’azione della selezione naturale massimizza il ritmo di generazione di prole che sopravvive per riprodursi a sua volta. L’evoluzione è un gioco di strategia, in cui vince il giocatore la cui strategia lascia il maggior numero di discendenti. Questo modo di considerare l’evoluzione ci aiuta a capire diverse questioni biologiche, tra cui la durata della vita e la necessità che la vita stessa abbia un termine.
Nicola Sparvieri
Foto © Filastrocche.it, Altervista, Step Salute, Corsia dei servi













