Un incontro per riflettere sul “Grande Crimine”, lo sterminio di più di un milione di armeni nella terra che abitavano dal VII secolo a.C.
Alla presenza dell’ambasciatrice della Repubblica armena in Italia, Tsovinar Hambardzumyan e dell’arcivescovo armeno–cattolico di Aleppo Boutros Marayati, il giornalista Mariano Giustino, per la Fondazione Willy Brandt ha moderato diversi interventi relativi al genocidio armeno. Ospiti, i giornalisti Beppe Attene e Flavia Fratello, la storica Emanuela Costantini (del cui intervento è stata data lettura) il blogger Pietro Alleva componente dell’associazione Manalive.
Inquadramento storico
Per comprendere meglio le riflessioni del convegno è necessario premettere un breve inquadramento storico. Nel corso della Prima Guerra Mondiale si compì nei territori dell’Impero ottomano il genocidio del popolo armeno. Il Governo ultranazionalista dei Giovani turchi scelse di turchizzare l’area anatolica e decise di deportare e sterminare l’etnia armena, integrata ma non assimilabile. L’Impero ottomano era entrato in crisi già nel XIX secolo con le aspirazioni dei popoli alle riforme, alla partecipazione politica e alla autodeterminazione.
La Grande Guerra determinò la fine dei tre grandi Imperi austroungarico, zarista e ottomano. Il movente fondamentale che ispirò l’azione di Governo dei Giovani Turchi che
avevano preso il potere in nome della libertà e dell’uguaglianza di tutti i popoli nel 1908, fu l’ideologia panturchista. Questa voleva riformare lo Stato su una base monoetnica linguisticamente e culturalmente omogenea. Nel mosaico di etnie religiose quella armena era la più numerosa e aveva assorbito gli ideali dello Stato di diritto di stampo occidentale. Con le richieste di uguaglianza costituiva un ostacolo al progetto di omogeneizzazione del regime. Dunque non soltanto bisognava cancellare la comunità armena come soggetto storico, culturale e politico ma anche rapinarne beni e terre per utilizzarli come base economica della futura Repubblica.
Dopo questo preambolo, l’uditorio è stato catapultato nel deserto di Deir el-Zor grazie alla lettura di alcuni passi de “La masseria delle allodole” della scrittrice Antonia Arslan. Lì trovarono la morte in marce estenuanti gli anziani, le donne e i bambini. Le fotografie del coraggioso ufficiale medico tedesco Armin Wegner, poi imprigionato, torturato ed esiliato, smascherarono l’intenzionalità del progetto di sterminio, ritraendo quello che vide nelle deportazioni.
Negoziati di pace per il Nagorno-Karabakh
Come evidenziato dal moderatore Giustino, la drammatica questione armena si perde nella storia millenaria sia con la Turchia che con l’Azerbaijan in un conflitto che non è ancora risolto. Sono tuttora in corso negoziati di pace per le problematiche irrisolte dopo la guerra lampo di un anno fa che ha visto l’invasione da parte delle truppe azere della Regione del Nagorno–Karabakh, enclave armena in territorio azero che si era autoproclamata Repubblica armena. Restano quindi da risolvere le questioni dei confini tra Armenia e Azerbaijan e tra Armenia e Turchia. Ankara li chiuse nel 1993 per sostenere l’Azerbaijan in seguito alla prima guerra per il Nagorno-Karabakh. Erevan era infatti intervenuta sostenendo gli armeni dell’enclave del territorio azero. L’apertura del confine avvierebbe le speranze per la soluzione del conflitto.
Il difficile percorso dell’Armenia per riappropriarsi della propria identità
Come ha sottolineato la storica Costantini «la comunità degli armeni può essere considerata simbolo di quello che l’Europa ha vissuto tra Ottocento e Novecento ed è al centro di processi che a oggi non hanno avuto una fine». L’Armenia è parte dell’Europa perché espressione della cultura europea all’interno dell’Impero ottomano. Fu la prima Nazione ad adottare ufficialmente il Cristianesimo come religione di Stato già nel 301 d.C. ancor prima dell’Impero romano. Il suo genocidio può definirsi infinito perché uscita dall’orrore della persecuzione del folle progetto dell’ideologia panturchista, attraversò anche il Novecento dei totalitarismi come Paese membro dello Stato sovietico e visse appieno il periodo del terrore staliniano.

Con la dissoluzione dello Stato sovietico del 1991 l’Armenia ha voluto riappropriarsi della propria identità ma ancora la sua storia con gli Stati confinanti non è pacifica e il processo di costruzione di istituzioni democratiche è lento e difficile. Merito della conferenza l’aver in qualche modo restituito alla comunità armena l’interesse che merita a livello internazionale. L’auspicio è che ci sia un’attenzione e un seguito crescente nei confronti di queste realtà che sono state al centro dei drammi del Novecento che hanno portato alla diaspora di uomini e donne di origine armena che sono oggi presenti in tutto il Mondo, spesso in posizioni apicali nella cultura.
La grandissima dignità del popolo armeno
Questa affermazione ha dato occasione alla dottoressa Gianna Cimino, direttrice artistica della Fondazione, di ricordare Charles Aznavour. Nelle sue canzoni ha sempre parlato di un amore doloroso per la sua Patria e fu sempre molto attiva per la situazione armena. In particolare in occasione del terremoto del 1989 compose un singolo per beneficenza “Pour toi Armènie” per raccogliere i fondi per la ricostruzione di Spitak.
La dottoressa sottolinea come questo popolo ha una grandissima dignità e porta con sé il grande dolore senza senso di rivendicazione violento ma passando attraverso la cultura e condividendo quanto accaduto.
Il genocidio, categoria eversiva
Colto e raffinato l’intervento del giornalista Beppe Attene che ha ragionato sul concetto di genocidio, una categoria eversiva perché capace di distruggere i termini normali utilizzati per analizzare la realtà. Il genocidio non trova nella categoria dell’economia la sua spiegazione. Si pensi a quello per fame dei contadini ucraini da parte di Stalin che, da georgiano, preferì affamare Mosca pur di cancellare dall’esistenza l’etnia ucraina, il cui movente ideologico fu la collettivizzazione forzata delle campagne alla quale si opponevano i contadini benestanti.
Il genocidio è eversivo anche nei confronti delle ideologie. “Il giardino delle bestie”, il saggio storico di Erik Larson, si basa su documenti diplomatici, lettere, appunti personali e diari dell’ambasciatore statunitense William Dodd e della sua famiglia. Si resero conto della falsità della propaganda nazista e della brutalità di cui era capace e tentarono di sensibilizzare l’amministrazione Roosevelt sugli errori compiuti dal nazismo. Dodd amava la Germania, i suoi valori, la sua cultura che aveva dato all’umanità un Hegel, un Kant e non si spiegava come tutto ciò avesse potuto produrre l’orrore e la bestialità che avrebbe portato all’Olocausto.
Come capire l’orrore dei genocidi
Per spiegare e capire l’orrore del genocidio il giornalista Attene ricorre alla figura di Aiace, un eroe della guerra di Troia, uomo che compì gesta straordinarie. Alla morte di Achille, convinto che le sue armi gli sarebbero state date come premio, assistette disperato alla loro cessione a Ulisse. Quella stessa notte sognò di sterminare da solo tutti gli achei presenti nell’accampamento. Al mattino lo trovarono con i piedi in una palude di sangue mentre massacrava gli armenti nel sacro recinto. È dunque la paranoia l’unica dimensione che può spiegare gli episodi di genocidio della storia: il bisogno di distruggere qualcosa, qualcuno.

Il cancellarlo non deriva dalla politica o dall’economia ma da qualcosa di più terribile che l’uomo ha dentro di sé, per cui il desiderio dell’offerta totale di un nemico si espande come una valanga e diventa ingovernabile. Fu la paranoia a guidare San Cirillo che distrusse ad Alessandria d’Egitto la biblioteca più ricca dell’umanità del tempo. Cancellò il più grande deposito di pensiero e uccise Ipazia, la scienziata greca a capo della Scuola neoplatonica di Alessandria. Morì in un modo terribile: scorticata viva da ostriche che venivano utilizzate per raschiare via gli scritti dei papiri. Bisognava cancellarla.
Valenza simbolica del termine genocidio
La riflessione della giornalista Flavia Fratello si è soffermata sul numero dei Paesi nel Mondo che hanno riconosciuto come genocidio, ossia volontà deliberata di eliminare un popolo e non conseguenza della guerra e della carestia quella che portò alla morte di un milione e mezzo di persone in un tempo relativamente breve. La cifra dei Paesi è piuttosto irrisoria: 29 sulla totalità di 180.
Se si smontasse la valenza simbolica del termine genocidio, si toglierebbe un’arma a chi si vuole opporre a un elemento di identità. Se si mettessero da parte le questioni più spinose del passato ci si potrebbe sedere al tavolo dei negoziati senza ostacolare il dialogo. Il genocidio armeno c’è stato ed è stato un elemento fondante della storia di quel popolo. Non va negato ma eventualmente tolto dal tavolo dei negoziati se diventa impedimento per costruire la propria storia.
Geopolitica e non semplice politica per capire e costruire
Concretamente presente nei Balcani e in Armenia è l’associazione no–profit Manalive. Pietro Alleva è un blogger che si occupa di cooperazione e geopolitica e opera per l’associazione. Per avere piena contezza di ciò che sta accadendo, sostiene, bisogna parlare di geopolitica e non di semplice politica. Quindi anche di storia, filosofia, sociologia e antropologia culturale di un popolo. Non si potrà mai avere un avvicinamento politico tra i Paesi se non lo si fa con le persone e non si considera l’animo umano. Parlando del genocidio non è sufficiente raccogliere le fonti ma bisogna “leggerle” alla luce dell’antropologia culturale di quel popolo, della sua storia, del suo pensiero, del suo animo. La lettura della storia evidenzia la distanza tra il mondo reale e quello della politica che invece vorrebbe ergersi a reale.
Quando si parla del genocidio in Armenia, da un lato bisogna riconoscere il fatto che ci sia stato, dall’altro bisogna considerarlo come costitutivo del loro essere. Perché è stato un avvenimento che ha distrutto la vita e la psiche di oltre l’80% della popolazione armena, che non si sente capita e che viene talvolta tacciata di retorica vittimistica. Se questa c’è bisogna indagarne le motivazioni di fondo, uscendo dalla logica della ragione e torto, una logica comunicativa per cui bisogna prendere una parte.
Ascoltare il racconto dell’animo degli Armeni
La verità è molto più complessa. Non si può pensare di arrivare ad avere contezza di un fenomeno senza ascoltare perché si è arrivati a pensare certe cose. Esistono questioni che hanno a che fare con l’animo umano e che non è controllabile. La politica progredisce quanto l’economia e la convenienza delle relazioni ma nella maggior parte dei casi è slegata dal territorio. Questo è intriso di emozioni da trascrivere, raccontare, tramandare per poi essere lette e interpretate.

Ciò che è accaduto in Armenia non è stato soltanto la volontà di cancellare un popolo ma soprattutto annullare la possibilità che se ne potesse parlare. La cosa più terribile del genocidio, oltre la morte, è stato il danno alla memoria. L’impegno maggiore dovrebbe essere quello di ascoltare e mettere le testimonianze su carta perché si possa leggere e sapere che determinate cose sono successe.
La memoria e la pace perché il genocidio non sia infinito
L’Arcivescovo Boutros Marayati ha racconto della piantumazione di un albero di pace nel giardino della casa di un amico armeno espropriata dai turchi. Ha parlato delle 16 diocesi in Turchia prima del 1915 e dell’unica rimasta nel 1928. Preti, suore, fedeli, donne e bambini, chi non è stato ucciso, è morto nel deserto. Pochi quelli che sono riusciti a fuggire nella diaspora. Non c’è bisogno di andare a cercare negli archivi: la realtà è stata la pulizia etnica. E l’alternativa è la disposizione alla pace.
Gli interventi si sono conclusi col ringraziamento dell’ambasciatrice Tsovinar Hambardzumyan: «ogni incontro è un arricchimento che sollecita la riflessione sulle situazioni che si ripetono». Il “Grande Crimine” è accaduto 100 anni fa ma questo non ha impedito un nuovo tentativo di pulizia etnica solo un anno fa nel Nagorno–Karabakh. È importante parlare del genocidio armeno perché è stato il primo del XX secolo e fu purtroppo seguito da altri, compreso l’Olocausto. Come diceva Hitler alla vigilia dell’invasione della Polonia nel 1939, «chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?». Dibattiti come questo che è stato organizzato consentono di ricordare!
Veronica Tulli
Foto © IWitness, Aurora Humanitarian Iniziative, Comunità Armena Roma, Eurocomunicazione, Pierangelo Bertoli














Complimenti Veronica, un buon articolo scritto bene su un argomento che, purtroppo, è ignorato da quasi tutti. Gli armeni sono un grandissimo popolo ed hanno diritto a vivere in pace nella loro terra. Spero che questo mio desiderio un giorno si realizzi.