L’Ue ha inviato nuovamente truppe aggiuntive nel Paese per cercare di garantire la stabilità che al momento sembra essere molto fragile
La forza militare dell’Unione europea, Eufor, ha inviato truppe aggiuntive in Bosnia–Erzegovina date le rinnovate tensioni politiche e interetniche emerse nelle ultime settimane nel Paese. Il rafforzamento sta avvenendo dopo la visita del segretario generale della Nato Mark Rutte a Sarajevo durante la quale è stato riaffermato il sostegno all’integrità territoriale e alla pace del Paese. Eufor conta attualmente circa 1.100 uomini, e se necessario può arrivare a schierare fino a 3.500 effettivi dalle forze di riserva dei Paesi partecipanti. In questo caso le truppe provengono da Italia, Repubblica Ceca e Romania e sono destinate a rafforzare la missione nel Paese.
Ad accoglierle è stato Luigi Soreca, capo della rappresentanza Ue in Bosnia-Erzegovina. «Per la seconda volta in tre anni, l’Unione europea ha deciso di attivare parte delle forze di riserva Eufor per sottolineare l’impegno per la sicurezza e la stabilità nel Paese», ha affermato dando il benvenuto ai militari. «Eufor rappresenta un contributo chiave dell’Ue nel sostenere la Bosnia-Erzegovina nel suo percorso europeo. Sostenendo le autorità locali nel preservare un ambiente sicuro e protetto, la missione svolge un ruolo chiave nel garantire la stabilità. Un ambiente sicuro e protetto, ricordo, è fondamentale per l’impegno della Bosnia-Erzegovina nel realizzare progressi sul percorso europeo e della Nato».
Il diplomatico italiano ha sottolineato che l’Ue non permetterà che i progressi compiuti
negli ultimi anni siano messi a repentaglio a causa della crisi politica che ha messo in discussione la funzionalità politica del Paese negli ultimi mesi. Durante la sua visita Rutte ha promesso il forte sostegno dell’Alleanza all’integrità territoriale, in un contesto di crescenti tensioni causate dalle azioni dei separatisti serbo-bosniaci.
Prima
Un tempo Bosnia-Erzegovina era il crocevia delle guerre balcaniche, l’immagine della dissoluzione della vecchia Jugoslavia, spaccata tra etnie e confessioni religiose. Nella Bosnia-Erzegovina c’erano (e ci sono ancora) i bosgnacchi (di fede musulmana), i serbi (ortodossi) e una piccola percentuale di cattolici (18%, i croati). Dopo le bombe, dopo i massacri si pensava che le due entità, per quanto distanti, la Federazione croato-musulmana (cui è assegnato il 51% del territorio) e la Repubblica di Srpska, i serbi di Bosnia (con il 49%) potessero coesistere. Entrambe le entità esercitano funzioni costituzionali, legislative, esecutive e giudiziarie in modo indipendente. La presidenza dello Stato centrale è affidata a un organo collegiale composto da tre rappresentanti, uno per ciascuno dei tre principali gruppi etnici: serbi, croati e bosniaci.
Nell’ultimo anno però, è stato un crescendo di tensioni. E oggi l’ennesima crisi rischia di far sprofondare il Paese in una nuova guerra civile. La Procura della Bosnia ha emanato un ordine di arresto per il leader e presidente della Republika Srpska (RS) (entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina) Milorad Dodik con l’accusa di attentato all’ordine costituzionale. Con la stessa imputazione ordinati gli arresti del premier della RS, Radovan Viskovic, e del presidente del parlamento della RS, Nenad Stevandic.
Oggi
La scorsa settimana il presidente Dodik, ha introdotto nuove leggi per vietare l’attività di istituzioni statali del Governo centrale bosniaco nella Republika. Mossa
che la Corte costituzionale ha deciso di sospendere. Le leggi adottate a fine febbraio dal Parlamento dell’entità, in reazione alla condanna di Dodik a un anno di reclusione e sei di interdizione da ogni attività politica per disobbedienza alle delibere dell’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina. Nemmeno il tempo di ordinare gli arresti che è arrivata la dura risposta della polizia serbo-bosniaca: “Il nostro compito è garantire l’ordine costituzionale e nessuno sarà arrestato”. E poco dopo il premier Viskovic ha alzato il livello dello scontro: «Non mi presenterò alla Procura della Bosnia-Erzegovina, non mi fido di loro».
Il pregresso
Nell’agosto 2023, la Procura della Bosnia ed Erzegovina ha formalizzato accuse contro Dodik per aver firmato una legge che sospende il riconoscimento, sul territorio bosniaco, delle decisioni dell’Alto rappresentante internazionale per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schmidt. Provvedimento che riguarda anche la Corte costituzionale del Paese. Per questo motivo, alla fine di febbraio, un tribunale bosniaco ha condannato Dodik – in contumacia – a un anno di prigione e all’interdizione di sei anni dalle cariche pubbliche e comunali. Il Parlamento della Repubblica serba di Bosnia ha dichiarato nulla la sentenza del tribunale di Sarajevo. Inoltre, ha ordinato alla magistratura di denunciare i giudici e i procuratori coinvolti nel processo, noto per le sue posizioni filorusse e la vicinanza alla Serbia.
Dodik era accusato, in particolare, di aver firmato una legge che sospendeva il riconoscimento delle decisioni dell’inviato internazionale Christian Schmidt, il quale, in base agli accordi di Dayton, ha la facoltà di introdurre modifiche legislative nella Repubblica Serba, nonché delle sentenze della Corte Costituzionale serbo-bosniaca. Assente alla lettura della sentenza, Dodik aveva dichiarato di voler disobbedire a qualsiasi condanna e aveva minacciato “misure radicali”, tra cui l’eventuale secessione della Repubblica serba e la successiva annessione alla Serbia.
L’accordo sul filo del rasoio
Dunque gli accordi di Dayton sembrano vacillare. Molti osservatori, già all’epoca, sostenevano che fossero precari. Con quegli accordi finì formalmente la guerra, ma la pace
e nemmeno la pacificazione erano destinate a stagliarsi all’orizzonte. Lo scorso anno di questi tempi si discuteva di una risoluzione dell’Onu per considerare genocidio il massacro di Srebrenica. Una risoluzione osteggiata dalla Russia (da sempre al fianco di Belgrado), dalla Serbia e dalla Repubblica dei serbi di Bosnia. Il voto su quella risoluzione slittò due volte. A fine maggio, quando sembrava il momento giusto per la votazione, Dodik se ne uscì con una provocazione, convocando il consiglio dei ministri proprio a Srebrenica e annunciando la sua intenzione di andare a deporre fiori al Memoriale di Bratunac, dove sostengono i serbi e i serbi di Bosnia che nei giorni del massacro di Srebrenica furono uccisi 3mila tra serbi e serbo-bosniaci.
Nel frattempo, le madri di Srebrenica denunciavano come sempre più spesso sui muri o addirittura nelle bandiere delle scuole erano esaltati i miliziani di Mladic, le truppe serbo-bosniache che compirono il massacro: 8mila morti. Non furono risparmiati nemmeno i bambini. Il peccato originario di Dayton fu quello di assegnare Srebrenica – per non creare un’enclave – ai serbi di Bosnia.
Ginevra Larosa
Foto © HuffPost Italia, Ansa, Sarajevo Times, Oxfam Italia













