Dibattito alla John Cabot University sull’origine della Bielorussia e sul futuro del giovane Stato slovacco
«Non voglio usare il termine “Bielorussia” ma “Belarus“, il suo vero nome è questo, ricordarlo come fanno i belarusi è importante poiché la Rus Bianca nacque prima della Russia come entità politica. I belarusi respingono il nome di Bielorussia in quanto nome imperiale arrivato da Mosca». Con queste parole, il prof. Federigo Argentieri, direttore del Guarini Institute Public Affairs della John Cabot University, ha aperto il dibattito sull’Europa Orientale e l’influenza russa con la presentazione dei libri “Storia della Bielorussia” (titolo scelto per consuetudine) di Massimo Vassallo e “Il secolo breve slovacco” di Pavel Kosatik, entrambi pubblicati da Golem Edizioni, la casa editrice di Torino che ha una collana di storia dell’Europa Orientale.
«Oggi» – ha aggiunto Argentieri – «esiste a Vilnius un pub chiamato “1863” in onore della rivolta popolare che in quell’anno scoppiò contro la tirannia moscovita, dov’è possibile incontrare molti esuli belarusi di oggi. Entrando in luoghi come questo pub, oggi, sembra di essere tornati ai tempi dell’autoritarismo degli Zar, quando luoghi simili si trovavano a Vienna o Zurigo».
L’autore di “Storia della Bielorussia”
«Per il pubblico italiano il libro è interessante perché la Belarus è sempre stata e al momento rimane una Nazione sconosciuta; per questo motivo il saggio è carico di dati storici, cui solitamente da qui non si ha accesso», spiega il prof. Massimo Vassallo, autore del libro.
«La Belarus, per sua sfortuna, non ha avuto la sua Galizia, ovvero la Regione ucraina che è stata così fondamentale come focolare della lotta indipendentista. In Galizia si fortificava il sogno indipendentista, sotto il riparo degli Asburgo. Questo ha causato una difficoltà nell’organizzare la Nazione attorno al concetto di Belarus che è durata secoli e i cui effetti permangono oggi».
Vassallo ha inoltre proposto delle considerazioni sulla situazione odierna del Paese: «Il regime di Lukašenka che governa oggi è quello che più di tutti tra le ex repubbliche sovietiche ha mantenuto e anzi restaurato molti elementi dell’epoca dell’URSS. L’emblema è la bandiera, che insieme a tutti i simboli dello Stato erano stati cambiati dopo la caduta del muro di Berlino: egli ha cancellato tutti i simboli della libera Belarus in favore di quelli che caratterizzarono il dominio sovietico».
La situazione a Bratislava
Pavel Kosatik, autore de “Il secolo breve slovacco”: «Un elemento interessante della storia del nostro popolo è l’eccezionale modernità per l’epoca della sua fondazione della Repubblica Cecoslovacca, che era quasi una copia di quella americana fondata di fatto insieme al presidente americano Woodrow Wilson. Inoltre, in quelle terre conosciute fino a quel momento solo monarchie tradizionali. Proprio in quel periodo si tennero elezioni a suffragio universale come se ne videro in altri Paesi occidentali solo decenni dopo. Nel 1998 gli slovacchi hanno vissuto una catarsi politica, quando si sono sbarazzati del pessimo autocrate Meciar, grazie a una larghissima coalizione, impedendone la rielezione».
«Sono a tutti gli effetti un popolo giovane» – ha concluso – «ma non per questo dobbiamo sottovalutarli, anzi proprio per questo hanno una vitalità che viene fuori in momenti chiave della storia. Perciò spero che gli slovacchi dimostrino questa vitalità democratica ancora nei prossimi anni».
Elodie Dubois
Foto © Eurocomunicazione, John Cabot University
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