Pace fra Armenia e Azerbaigian. Basterà la mediazione Usa?

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Armenia e Azerbaigian

Yerevan e Baku firmano, ma non ratificano. Il Cremlino non è fuori dai giochi, in attesa del vertice in Alaska di ferragosto

Alla Casa Bianca, Armenia e Azerbaigian hanno firmato un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti, alla presenza di Donald Trump, del primo ministro armeno Nikol Pashinyan e del presidente azero Ilham Aliyev. Dal punto di vista formale l’intesa segna la fine di oltre trent’anni di ostilità legate al Nagorno-Karabakh (Artsakh, in armeno), prevedendo impegni bilaterali sul rispetto dei confini, la rinuncia a rivendicazioni territoriali e la cooperazione economica e infrastrutturale.

Propulsore dell’accordo è la creazione del Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), corridoio strategico che collegherà l’Azerbaigan alla sua exclave di Nakhchivan attraverso il sud dell’Armenia, con una concessione di 99 anni agli Stati Uniti per sviluppare infrastrutture di trasporto ed energia. Per Trump, che ha definito l’intesa «una vittoria per la stabilità globale», il successo dell’operazione ha anche valenza personale: ambire al Premio Nobel per la Pace, sottolineando di aver compiuto ciò che «nessun leader mondiale era riuscito a ottenere in decenni». Il progetto è stato accolto con favore da Ankara, che lo considera una tappa fondamentale per collegare il Mar Caspio al Mediterraneo, mentre l’Iran ha reagito con durezza, minacciando misure militari in caso di apertura del corridoio.

In cosa consiste l’accordo

Secondo il testo firmato, le parti hanno concordato una serie di misure politiche, territoriali, infrastrutturali ed energetiche.

Per l’Armenia:
  • revisione costituzionale con l’eliminazione di ogni riferimento all’Artsakh, sancendo la chiusura definitiva della questione sul piano giuridico e simbolico;

  • cessione di quattro villaggi all’Azerbaigian, situati in zone di confine oggetto di disputa;

  • realizzazione del corridoio di Zangezur, infrastruttura chiave destinata a collegare direttamente l’Azerbaigian con il Nakhchivan attraverso il sud dell’Armenia, parte integrante del progetto TRIPP e soggetta alla legislazione armena.

Per l’Azerbaigian:
  • conferma definitiva del dominio sui territori riconquistati, compreso il Nagorno-Karabakh;

  • legittimazione internazionale dei successi territoriali ottenuti nel 2023;

  • sviluppo mirato delle infrastrutture per consolidare la posizione dell’Azerbaijan come nodo logistico di riferimento nella Regione;

  • espansione del peso politico e strategico grazie alle nuove connessioni garantite dal corridoio di Zangezur;

  • estensione e potenziamento delle esportazioni di gas verso l’Europa, rafforzando il ruolo dell’Azerbaijan come fornitore energetico di primaria importanza.

Origini del conflitto

Armenia e Azerbaigian, entrambe ex repubbliche sovietiche, furono integrate nell’URSS negli anni ’20 del Novecento. Durante il periodo sovietico, la questione del Nagorno-Karabakh, Regione a maggioranza armena ma amministrativamente parte della Repubblica Socialista Sovietica Azera, rimase sotto controllo grazie alla centralità del potere di Mosca.

La dissoluzione dell’URSS nel 1991 fece esplodere tensioni rimaste latenti: la prima guerra del Nagorno-Karabakh (1991–1994) vide la vittoria armena e il controllo di ampie porzioni di territorio azero. Seguì una fragile tregua durata fino al 2020, quando il secondo conflitto permise all’Azerbaigian di riconquistare parte dei territori perduti.

Il punto di svolta giunse nel settembre 2023, quando un’offensiva lampo azera riportò il Nagorno-Karabakh sotto pieno controllo di Baku, provocando l’esodo di 100.000 armeni etnici verso l’Armenia. Questi eventi hanno mutato profondamente la geografia politica e demografica della Regione, aprendo la strada a un processo di pace che oggi, seppur firmato, non è ancora ratificato.

Il ruolo della Russia e la condizione armena

Percepita dalla comunità occidentale come ilgrande escluso” da un negoziato di pace inerente al suo estero vicino, la Russia è stata per decenni alleato strategico dell’Armenia, garantendo sicurezza attraverso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e mantenendo basi militari sul territorio armeno. Questo patto era percepito da Yerevan come una garanzia contro eventuali azioni militari azere. L’Operazione militare spaciale in Ucraina ha, tuttavia, drasticamente ridotto la capacità di Mosca di intervenire nel Caucaso. Suscitando profonda delusione in Armenia.

Ciò ha portato a un raffreddamento delle relazioni bilaterali, con la sospensione della partecipazione armena alla CSTO e l’avvio di esercitazioni militari congiunte con Washington. Ma pensare che la Russia sia “fuori dai giochi” sarebbe un errore di prospettiva. Mosca conserva strumenti di influenza politica, economica e militare, e può sfruttare la mancata ratifica dell’accordo per proporre una mediazione alternativa. Complice il delicato momento nelle relazioni con Baku.

Distacco fra Aliyev e il Cremlino

Anche sulla sponda caspica vi sono raffreddamenti: il presidente azero Ilham Aliyev ha da tempo preso le distanze dal Cremlino. Scelta maturata per segnare una maggiore autonomia strategica, sia per consolidare legami economici ed energetici con la sfera d’influenza americana e con la Turchia. Ha potuto così rafforzare la propria posizione interna ed esterna. Sul piano simbolico, ha evitato di partecipare alla parata del 9 maggio a Mosca, recandosi invece nelle aree riconquistate del Nagorno-Karabakh in un gesto dal forte significato politico. Ha inoltre elogiato l’Ucraina, esaltandone la resilienza. Aliyev non ha però chiuso completamente i canali con Mosca: gli scambi commerciali fra i due Paesi sono ancora solidi.

Rischi armeni e scenari futuri

Sebbene l’accordo sia stato firmato, rimane instabile: la sua ratifica dipende Armenia e Azerbaigiandall’approvazione delle modifiche costituzionali in Armenia e dall’attenuazione delle forti resistenze interne. Negli ultimi mesi, il primo ministro Nikol Pashinyan ha aperto un feroce scontro con il leader spirituale della Chiesa Apostolica Armena, il Catholicos Karekin II, accusandolo sui social di violare i voti di castità, e invitandolo a dimettersi. Queste tensioni hanno portato all’arresto dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan con l’accusa di complotto per tentativo di colpo di Stato, e del magnate Samvel Karapetyan, sostenitore del clero, con l’accusa invece di fomentare un’insurrezione.

In questo contesto, la Russia può ritrovare spazio per rientrare come mediatore, sfruttando il malcontento diffuso per proporre una propria soluzione. Una svolta potrebbe arrivare il 15 agosto 2025, quando Vladimir Putin e Donald Trump si incontreranno in Alaska. Pensare che il Cremlino sia ormai escluso è un grave errore: la sua influenza resta concreta e potrebbe essere decisiva in caso di blocco interno in Armenia. Il futuro della pace dipenderà sia dalle parti firmatarie, ma anche dalla struttura dell’equilibrio fra Washington e Mosca. Il capitolo che si aprirà dopo l’Alaska potrebbe decidere il destino della Regione per i prossimi decenni.

Alessandro Bonifazi

Foto © Eurasianet, The Economist, Caspian Policy Center, Radar Armenia, EADaily

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