Trump, Zelensky e i leader europei: uniti verso la pace

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Trump

Nel vertice del 15 agosto in Alaska il Tycoon promette di chiedere la fine della guerra

Si è svolta oggi una cruciale videoconferenza tra i presidenti Donald Trump, Volodymyr Zelensky e i principali leader europei, tra cui Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Ursula von der Leyen.

Durante la chiamata, il presidente degli ha dichiarato che il suo obiettivo principale è ottenere una tregua che preceda il summit previsto con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska il 15 agosto. Ha anche ribadito che l’Ucraina deve essere pienamente coinvolta in eventuali negoziati sul territorio, rifiutando accordi a sua insaputa.

I leader europei hanno sottolineato con forza che non si possono negoziare trade‑off territoriali, né tantomeno cedere porzioni dell’Ucraina come condizione per la pace. In particolare, Macron ha affermato che «sui territori può trattare solo Zelensky», mentre Merz ha evidenziato l’importanza di garanzie di sicurezza per Kiev e di mantenere un fronte occidentale unito.

Vertice con Putin

In vista dell’incontro con in Alaska, Trump ha annunciato: «Parlerò con Putin, gli dirò di Trump Putinmettere fine alla guerra», esprimendo l’auspicio di un dialogo costruttivo. Ha inoltre precisato che subito dopo consulterà gli alleati europei e la leadership ucraina. Secondo il New York Times, l’Occidente ha trattato Putin come un paria fin dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, conflitto che ha provocato centinaia di migliaia di morti e distruzioni imponenti in entrambi i Paesi. Il fatto che un presidente americano accetti di incontrarlo è già visto dal Cremlino come un successo diplomatico.

La scelta dell’Alaska come sede. Decisivo è stato il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale contro il leader del Cremlino, che gli impedisce di recarsi in Paesi membri della Corte dell’Aja o di sorvolare lo spazio aereo. Gli Stati Uniti, non aderendo al trattato, rappresentano quindi un’opzione sicura. L’Alaska, in particolare, si trova a circa 100 chilometri dalle coste russe, rendendola il punto geograficamente più vicino tra i due Paesi. C’è anche un legame storico: il territorio, oggi parte degli Usa, appartenne alla Russia fino al 1867, quando Washington lo acquistò per 7,2 milioni di dollari.

Perché il 15 agosto

Sebbene se ne parlasse da oltre sette mesi, il faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin per discutere la fine della guerra in Ucraina non aveva ancora trovato una data. Lo stallo si è sbloccato solo di recente, dopo che la Casa Bianca ha minacciato un nuovo pacchetto di sanzioni se Mosca non avesse mostrato segnali di apertura. In parallelo, Trump ha deciso di alzare al 50% i dazi sulle importazioni indiane, una mossa legata al continuo acquisto di petrolio russo da parte di Nuova Delhi. Proprio mentre incombe la scadenza per le nuove misure punitive, dal Cremlino è arrivata la richiesta ufficiale di fissare il vertice, poi calendarizzato per il 15 agosto.

Donald Trump ha affermato che sia l’Ucraina che la Russia dovranno cedere territori l’una all’altra per porre fine alla guerra e che i suoi colloqui con il presidente russo Vladimir Putin mireranno a valutare la possibilità di un accordo. Durante una conferenza stampa alla Casa Bianca ha sostenuto che i colloqui saranno un «incontro esplorativo» per determinare se Putin è disposto a raggiungere un accordo. Come ha sottolineato, saprà entro due minuti se sarà possibile fare progressi.

«Parlerò con Vladimir Putin e gli dirò: “Devi porre fine a questa guerra. Dovete farla finita”», ha asserito. «Penso che andrà bene, ma potrebbe andare male». Un futuro incontro, secondo il capo della Casa Bianca, potrebbe includere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e potrebbe sfociare in un trilaterale.

La situazione sul campo in Ucraina

A oltre tre anni dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’esercito russo mantiene il controllo di circa il 20% del territorio ucraino, secondo le ultime stime ufficiali di Kiev. Si tratta di una fascia che comprende gran parte delle Regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, oltre alla Crimea, annessa unilateralmente da Mosca nel 2014. Nonostante i ripetuti tentativi di controffensiva da parte di Kiev, la linea del fronte è rimasta in gran parte congelata nell’ultimo anno, trasformando il conflitto in una guerra di logoramento. Le forze russe, fortificate da difese trincerate e da una costante produzione di armamenti, hanno consolidato le proprie posizioni, mentre l’Ucraina continua a fare affidamento sull’assistenza militare occidentale, recentemente rallentata da divisioni politiche interne negli Stati Uniti e in Europa.

Nel frattempo, la popolazione civile nelle zone occupate affronta restrizioni, repressione culturale e difficoltà economiche, mentre milioni di sfollati restano lontani dalle proprie case. Con il fronte che appare statico e le perdite che si accumulano, cresce il timore che la guerra possa protrarsi ancora per anni, con pesanti conseguenze per la stabilità dell’Europa orientale e la sicurezza globale.

Nuove sanzioni Ue alla Russia, ma cresce il rischio di frenare i tentativi di pace

L’Unione europea si prepara a varare il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, una decisione che rischia di allontanare ulteriormente ogni prospettiva di dialogo e di vanificare gli sforzi diplomatici portati avanti dal presidente americano Donald Trump per avviare un negoziato di pace.

L’annuncio è arrivato dall’Alto rappresentante per gli Affari esteri, Kaya Kallas, che ha ribadito una linea di fermezza: «finché la Russia non accetterà un cessate il fuoco completo e incondizionato, non dovremmo discutere concessioni». L’ordine delle priorità è chiaro: «prima un cessate il fuoco incondizionato con un sistema di supervisione e garanzie di sicurezza solide». Nel frattempo, ha aggiunto, Bruxelles lavorerà alla definizione delle nuove misure restrittive.

Questa strategia, però, rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni, spostando ancora più lontano il tavolo dei negoziati. Mentre Trump insiste sulla necessità di un canale diretto di trattativa con Vladimir Putin per fermare il conflitto, l’approccio europeo basato sull’inasprimento delle sanzioni sembra puntare più al contenimento militare ed economico di Mosca che alla ricerca di un compromesso politico immediato. Il risultato è un’Europa sempre più schierata sulla linea dura, ma anche sempre più distante da un ruolo di mediazione credibile nella guerra in Ucraina.

 

George Labrinopoulos

Foto © Rsi, ChatGpt, Pianeta PSR

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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