CdM n. 173: recupero di case popolari, fondo housing sociale, incentivi ai privati e misure su sgomberi e mutui per la prima abitazione
Il Governo Meloni mette la casa al centro dell’agenda di fine aprile con un decreto legge che ambisce a diventare il nuovo “piano casa” italiano. Nel corso della conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri n. 173, il presidente del Consiglio ha presentato un pacchetto definito «corposo e articolato», pensato per rispondere a una delle emergenze più sentite dai cittadini: l’accesso a un alloggio di qualità a prezzi sostenibili. Obiettivo dichiarato dell’esecutivo è rendere disponibili oltre 100mila nuovi alloggi tra edilizia popolare e abitazioni a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni, con l’impiego fino a 10 miliardi di risorse pubbliche e il coinvolgimento di capitali privati.
Meloni ha insistito sulla centralità della casa come «bene primario» e sul fatto che la crisi abitativa non riguardi solo le fasce più fragili, già intercettate dall’edilizia residenziale pubblica, ma anche quella “zona grigia” composta da lavoratori, studenti e famiglie che non rientrano nelle graduatorie per una casa popolare e al tempo stesso non riescono a sostenere i costi del mercato. A certificare la tensione abitativa, la premier richiama l’“indice di sforzo” utilizzato dalle banche, cioè il rapporto tra stipendio netto e quota destinata a mutuo o affitto: superata la soglia del 33%, l’onere viene considerato critico. In alcune città italiane quel limite è ampiamente oltrepassato: a Milano l’indice supera il 47%, a Firenze il 45%, a Bologna il 38% e a Roma il 36%.
In parallelo, Roma e Milano figurano tra le città europee dove è più difficile per un giovane acquistare casa: destinando un terzo dello stipendio a un mutuo trentennale a tasso fisso, ci si può permettere appena 16 metri quadrati nella Capitale e 13 nel Capoluogo lombardo.
Tre pilastri per il “piano casa”
Il cuore del decreto è strutturato su tre pilastri. Il primo riguarda un programma straordinario di recupero e manutenzione del patrimonio esistente di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata, le cosiddette “case popolari”. L’esecutivo punta a rimettere in circolo circa 60mila alloggi attualmente non assegnabili perché inagibili, privi di impianti adeguati o occupati abusivamente. Per questa operazione sono previsti 1,7 miliardi di euro, cui si aggiungono fino a 4,8 miliardi riconducibili a programmi di rigenerazione urbana che potranno essere indirizzati allo stesso scopo tramite Dpcm, dopo un confronto con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci).
Per accelerare la messa a terra del programma, il Governo introduce anche un pacchetto di semplificazioni e la figura di un commissario straordinario incaricato di
coordinare, insieme agli enti competenti, il piano di recupero e gli interventi più attesi dai cittadini, come i meccanismi di “casa a riscatto”. In questo quadro rientrano sia il riscatto di immobili Erp (Edilizia residenziale pubblica) da parte degli assegnatari, sia la realizzazione di nuove case popolari a lunga locazione, senza nuovo consumo di suolo. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che rivendica due anni di lavoro con sindacati, associazioni e ordini professionali, sottolinea che l’obiettivo è recuperare entro un anno dall’entrata in vigore del decreto le 60mila unità abitative, con lavori medi per appartamento tra i 15 e i 20mila euro e cantieri diffusi «dall’Abruzzo al Veneto».
Sulla scia della Commissione Ue
Il secondo pilastro è la concentrazione e semplificazione delle risorse nazionali ed europee per housing sociale ed emergenza abitativa in un unico strumento gestito da Invimit. Si tratta di oltre 3,6 miliardi di euro che il Governo vuole «efficientare» e orientare verso obiettivi comuni, prevedendo comparti dedicati per ciascuna Regione e Provincia autonoma in modo da assicurare una ricaduta territoriale equilibrata. Il ministro per gli Affari europei e le Politiche di coesione Raffaele Fitto evidenzia come il fondo nasca anche sulla scia delle indicazioni della Commissione europea, che ha inserito l’housing tra le nuove priorità di intervento della politica di coesione.
Il ruolo dei privati e l’edilizia convenzionata
Il terzo pilastro introduce uno strumento che punta a mobilitare «robusti investimenti privati» nel piano casa, facendo leva su semplificazioni procedurali in cambio di vincoli sull’offerta a canoni e prezzi calmierati. Lo schema prevede che, per ogni 100 alloggi realizzati, almeno 70 siano di edilizia convenzionata, con prezzi di vendita o di affitto scontati di almeno il 33% rispetto al mercato. Solo su questa quota si applicheranno le procedure accelerate e l’eventuale intervento di un commissario straordinario per progetti superiori al miliardo di euro, mentre per il restante 30% resterà in vigore il quadro amministrativo e urbanistico ordinario.
Per spiegare l’impatto atteso, Meloni ricorre all’esempio di un insegnante con 1.700 euro netti al mese che, a Milano, per un monolocale di 42 metri quadrati spende oggi oltre 1.000
euro mensili, pari al 63% dello stipendio. Con il nuovo meccanismo, la rata del mutuo scenderebbe di almeno 350 euro al mese, liberando circa 4.200 euro netti all’anno, equivalenti a più di due mensilità aggiuntive. Uno schema che, nelle intenzioni del Governo, potrebbe essere replicato anche per altre categorie di lavoratori – dal poliziotto a Bologna all’operaio a Roma, fino all’infermiera a Napoli – facendo leva su una dinamica di mercato che l’esecutivo dichiara di voler «preservare», ma orientare verso risultati socialmente più sostenibili.
Sempre nell’ottica di ridurre i costi di accesso alla casa, il decreto prevede anche il dimezzamento degli oneri notarili per gli atti di compravendita, mutuo e locazione relativi alle abitazioni a prezzi calmierati. Un intervento reso possibile dalla disponibilità della categoria, che la premier ha voluto ringraziare pubblicamente per la «sensibilità istituzionale» dimostrata. Tutti i programmi dovranno inoltre rispettare criteri stringenti di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e non consumo di nuovo suolo, con l’obiettivo dichiarato di anticipare gli standard fissati a livello europeo.
Sgomberi, occupazioni abusive e fondo prima casa
Accanto al decreto sul piano casa, il Consiglio dei ministri ha approvato anche un disegno di legge con procedura d’urgenza dedicato al tema degli sgomberi. Il testo mira a rendere più efficiente e rapida la liberazione degli immobili occupati abusivamente, intervenendo sulle procedure di notifica e tagliando i tempi per le esecuzioni. Viene inoltre introdotta una procedura accelerata per ottenere il titolo esecutivo giudiziale e il conseguente rilascio dell’immobile, con l’obiettivo di restituirlo ai legittimi proprietari e aumentare la disponibilità di alloggi sul mercato. Meloni ha ricordato che, dall’inizio della legislatura, sono stati liberati circa 4.207 alloggi di edilizia residenziale pubblica e circa 230 immobili di particolare rilievo oggetto di sgomberi.
Nel quadro complessivo delle politiche abitative, la presidente ha rivendicato anche il recupero della funzione originaria del fondo di garanzia per l’acquisto della prima casa, da lei istituito quando era ministro della Gioventù. Il fondo è stato nuovamente riservato alle categorie per cui era stato pensato: giovani fino a 36 anni, giovani coppie con almeno un coniuge under 35, nuclei monogenitoriali con figli minori e famiglie numerose. Per quest’ultime, la garanzia pubblica potrà arrivare fino al 90% del mutuo, rendendo bancabili soggetti che altrimenti rischierebbero di restare esclusi dal credito. Lo strumento è stato rifinanziato su base pluriennale con 670 milioni di euro fino al 2027 e, secondo i dati forniti da Consap, ha erogato oltre 544mila mutui in quindici anni, di cui circa 250mila nel solo periodo di governo Meloni.
Focus sociale: famiglie, giovani e genitori separati
Il piano casa è collocato da Palazzo Chigi in una più ampia cornice sociale, che comprende anche il recente intervento sul “salario giusto” approvato pochi giorni prima. Il vicepremier Salvini ha portato in conferenza alcuni numeri per fotografare il contesto: in Italia ci sono 26,4 milioni di famiglie, più di 3 milioni di over 75 che vivono da soli e oltre 2,5 milioni di genitori con un solo figlio, spesso separati o divorziati, mentre le coppie con figli sono 7,5 milioni. La spesa media mensile per famiglia nel 2025 è stata di 2.780 euro, di cui oltre un terzo – più di 1.000 euro – destinato a casa e bollette. A Milano, ha aggiunto il ministro, il costo medio di acquisto ha raggiunto i 5.500 euro al metro quadrato e l’affitto medio i 1.300 euro mensili, livelli che «nessun lavoratore dipendente o giovane può permettersi».
In questo quadro si inserisce un ulteriore intervento annunciato dal vicepremier, non contenuto nel decreto ma varato con l’ultima legge di bilancio: per il triennio 2026–2028 è istituita una voce di bilancio dedicata al sostegno all’affitto per i genitori separati, con una dotazione pari a 60 milioni di euro. Il Governo lavora a bandi che prevedano un contributo compreso tra 400 e 500 euro al mese per un anno, destinato a chi – dopo una separazione o un divorzio – lascia la casa familiare, spesso continuando a contribuire a mutuo o affitto dell’ex abitazione. L’esecutivo stima che il provvedimento possa aiutare circa 15mila genitori nel triennio, offrendo un sostegno essenziale per garantirsi un alloggio dove poter incontrare i figli.
Il ruolo di Regioni e Comuni
Un punto politicamente rilevante, emerso con forza dagli interventi, è il coinvolgimento di Regioni e Comuni nella governance del piano. Il ministro Foti ha spiegato come il nuovo
fondo per l’housing in coesione si basi anche sulla capacità degli enti territoriali di programmare gli interventi in base alle esigenze locali, mentre il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga, ha insistito sulla necessità di integrare le misure nazionali con quelle già attive sui territori, come la copertura regionale degli interessi sul mutuo per la prima casa in Friuli Venezia Giulia. Dal fronte dei sindaci, il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha definito la casa «la prima emergenza italiana», che investe tanto le fasce deboli quanto il ceto medio nelle grandi aree urbane, rivendicando il ruolo dei comuni nella pianificazione urbanistica e nella fase attuativa degli interventi.
Meloni ha voluto presentare il combinato disposto tra “salario giusto” e piano casa come un segnale di attenzione verso il mondo del lavoro nella settimana del Primo maggio, rivendicando il metodo della concertazione con corpi intermedi e amministrazioni territoriali. Resta ora la prova dei tempi di attuazione, affidata da un lato alle semplificazioni e alla figura dei commissari straordinari, dall’altro alla capacità di Regioni, Comuni e investitori privati di cogliere l’occasione messa sul tavolo dal nuovo piano.
Ginevra Larosa
Foto © AI, Governo.it













