I negoziati Washington-Mosca continuano, mentre Kiev rischia il collasso e l’Ue cerca la quadra sugli asset russi congelati. Fare in fretta è necessario per non rimanere esclusi dal processo di pace
In Ucraina, l’ora più buia è alle porte. Per chi abita queste fredde Regioni, fra bombe e sirene d’allarme, le giornate si allungano e le notti diventano più insonni. Mentre, la caduta di uno degli ultimi antimurali a difesa del Donbass, Pokrovsk, è ormai compiuta. Fra le crepe dei telefoni rotti, si leggono le ultime e disperate ricerche cronologiche degli ucraini al fronte. Tentativo di comprendere, a migliaia di chilometri dai salotti dei negoziati, come stia procedendo il processo di pace – le foto hanno fatto il giro del Mondo.
Il divorzio Usa-Europa e la crisi ucraina
Ma, una devastante congiuntura demografico–finanziaria e il recente scandalo di corruzione hanno posto Kiev nell’angolo e decimato ogni speranza di disporre di una credibile forza negoziale. A distanza di qualche giorno dall’ufficializzazione del divorzio, invece, America ed Europa imboccano strade difficilmente coincidenti sulla risoluzione del dossier ucraino. Le trame sotterrane di Washington e Mosca avanzano al di là del contingente conflitto. Se l’imposizione di una pace “sporca” e sbilanciata è un primo obbiettivo, investimenti miliardari e normalizzazione delle relazioni sembrano essere il vero fil rouge che lega le due super potenze.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, invece, si provano a mostrare vigore e risolutezza che mancano ormai da tempo. I leader europei si sono stretti attorno a Kiev, definendo la non cessione del Donbass come una condizione – irrealisticamente – non trattabile; ma, tre anni di assenza di alcuna proposta di pace made in Europe, hanno consegnato le chiavi del negoziato ad americani e russi e contribuito ad azzerare la forza negoziale di Kiev. Si aggiunge al salato conto, l’impasse interna su beni russi congelati, da cui dipende molto del destino degli ucraini.
Come funziona il piano europeo
Dopo lo scoppio del conflitto nel 24 febbraio del 2022, i Governi occidentali hanno deciso di congelare circa 300 miliardi di dollari di asset sovrani russi. Di questi, circa 185 sono depositati in Europa, principalmente in Belgio, presso il deposito titoli Euroclear.
Il mese scorso, durante un vertice, i leader dell’Ue hanno tentato di concordare un piano per l’utilizzo di un’ingente quota di tali beni. Col fine di sostenere la grave crisi di liquidità che l’Ucraina sta affrontando ed evitarne il collasso, prima che i negoziati giungano a conclusione – la stessa Commissione ha stimato che si tratterebbe di un danno di circa 136 miliardi nei prossimi due anni.
Il piano dell’Ue sarebbe strutturato in modo da evitare la confisca immediata dei beni, un’azione che potrebbe fortemente minare la fiducia di investitori esteri. Pur non essendo del tutto chiaro in quale zona grigia e con che legittimità giuridica si stiano muovendo i legislatori europei, la bozza formulata prevedrebbe una sorta di reinterpretazione del meccanismo di prestito di guerra: l’Unione emetterebbe tramite una società veicolo un prestito, che Kiev dovrebbe rimborsare solo dopo aver ricevuto le riparazioni di guerra dalla Russia. L’utilizzo della SPV (Special Purpose Vehicle) servirebbe a spostare Euroclear dalla linea di fuoco diretta di Mosca.
I dubbi del Governo belga e l’alternativa Usa
La proposta ha però incontrato, da subito, i forti scetticismi del Governo belga. Il primo ministro Albert De Wever, infatti, ha dichiarato di ritenere necessarie garanzie che Bruxelles non verrà lasciata sola a sostenere le spese e le ricadute finanziarie, soprattutto dopo i recenti esposti della Duma (Parlamento russo) per cui: «qualsiasi attacco ai beni russi deve essere affrontato con un’adeguata risposta legale, a partire da richieste di risarcimento danni contro Euroclear e il Belgio».
Ad ogni modo, i colloqui fra i partner europei sulla strategia stanno procedendo spediti, soprattutto dopo che dettagli in materia sono trapelati dal Piano Trump.
La roadmap statunitense, attualmente oggetto di negoziati a tre (ucraini, russi e americani), prevedrebbe una soluzione agli antipodi: una parte dei beni, pari a 100 miliardi di dollari, sarebbe impiegata in un programma di investimenti in Ucraina guidato dagli Usa (i quali ne ricaverebbero il 50% dei profitti); il resto dei fondi verrebbe impiegato in progetti congiunti Stati Uniti–Federazione russa; mentre, l’Ue sarebbe obbligata a eguagliare il contributo di 100 miliardi di propria tasca.
Gli sforzi diplomatici e l’opzione secondaria dell’Unione
Gli ultimi sforzi diplomatici e i colloqui “costruttivi” tenuti, tra il 4 e il 5 dicembre, da Merz e Von Der Leyen con il primo ministro belga, mirano proprio ad assottigliarne o rimuoverne gli scetticismi ed evitare che la soluzione americana si imponga. Eppure, le dichiarazioni di quest’ultimo, in data 27 novembre, non sembrano aver lasciato molto margine di manovra.
Per De Wever, l’opzione potrebbe plausibilmente intralciare i negoziati, gettando ulteriore benzina sul fuoco. «Procedere frettolosamente […] avrebbe come danno collaterale il fatto che […] stiamo impedendo il raggiungimento di un eventuale accordo di pace», ha affermato in una lettera confidenziale indirizzata alla presidente della Commissione. «A mio avviso, il piano […] proposto è fondamentalmente sbagliato», ha continuato, aggiungendo che storicamente, durante un conflitto, i beni congelati non erano mai stati utilizzati.
Alla netta opposizione di De Wever, si aggiungono i dubbi di svariati funzionari della commissione, che, interpellati da Reuters, hanno fatto intendere che si tratta di “acque inesplorate” dal punto di vista giuridico.
In attesa che le pressioni su Bruxelles sortiscano l’effetto sperato entro il 18 dicembre (prossima riunione del Consiglio europeo), il tempo scorre ed è sempre meno. Inviati russi e statunitensi sembra stiano compiendo sostanziali progressi. Mentre, secondo un documento ufficiale della Commissione, gli europei starebbero sondando la possibilità di sostenere la crisi ucraina tramite il bilancio Ue. Anche nel caso di sovvenzioni o prestiti europei diretti, le incognite non svanirebbero.
Infatti, una tale decisione necessiterebbe anzitutto dell’unanimità, poco probabile con Orban in casa propria, e spingerebbe l’Europa, già pesantemente indebitata (81% del Pil), ancor più in rosso.
L’Europa di fronte al monito di Churchill
Davanti a un così drammatico momento, forse in Europa bisognerebbe guardare agli esempi del passato. Tra il maggio e il giugno del 1943, dopo Dunkerque e la presa nazista di Parigi, Winston Churchill e la Gran Bretagna si ritrovarono soli davanti all’inesorabile avanzata della Wermacht. I celebri resoconti quotidiani via radio e la vicinanza al popolo inglese, dimostrata tra le strade e i borghi in rovina d’Inghilterra, imposero un monito assoluto di non arrendevolezza. Qualche mese più tardi, grazie a quel monito, il popolo inglese non si arrese e la Raf (Royal Air Force) ottenne una vittoria decisiva contro la Luftwaffe, impedendo ai tedeschi di dominare i cieli e avviare l’invasione via terra.
Dove sia in questo momento quel monito non è dato saperlo. Forse perduto, si spera non per sempre. Quel che è certo è che in Ucraina, per molti aspetti, è già troppo tardi. Europei e ucraini hanno poca possibilità di interferire con i negoziati guidati da Washington (specialmente in materie come i territori). Ritrovare quel monito, però, ne impedirebbe la resa totale. L’Europa è ancora in gara per dire la propria su solide garanzie di difesa e un piano di sostegno economico per il dopoguerra degli ucraini. Farsi trovare pronti e accantonare le diatribe interne ne è conditio sine qua non.
Fabio Sinisi
Foto
Reuters, The Irish Independent, Ledger Insights, VRT, The Guardian













