Ex penna del Corriere della Sera, dell’Unità e dell’Espresso, Antonio Padellaro racconta la crisi del settore giornalistico
Con Antonio Padellaro, giornalista di lungo corso, fondatore e attualmente editorialista per il Fatto Quotidiano, parliamo dell’oggi, ieri e domani della carta stampata.
Nel 2009 lei, Marco Travaglio e altri volti noti del settore fondavate il Fatto Quotidiano. Che vuoto volevate colmare nel panorama dei quotidiani italiani?
«Pensammo ai lettori. L’idea era realizzare un giornale che parlasse chiaro ed esclusivamente con loro. Non con i grandi gruppi imprenditoriali, i partiti o i grandi centri di potere. In quel caso, il rischio di finirne condizionati sarebbe stato alto – come oggi vediamo con evidenza. Noi, invece, volevamo dipendere semplicemente dall’obolo che ogni mattina i lettori avrebbero versato in edicola!».
Quali erano le aspettative a riguardo?
«Io era abbastanza pessimista. In quegli anni, avevamo bisogno di un riscontro immediato per capire la fattibilità del progetto. Perciò, tramite un sito dal nome Antefatto, promuovemmo una campagna di abbonamenti a scatola chiusa. Fu un’iniziativa unica nel suo genere. I lettori si sarebbero dovuti fidare senza aver piena contezza dei contenuti che avremmo messo loro a disposizione. Ricordo che facevamo delle scommesse. Io stimavo al massimo 3-4 mila abbonati, Marco Travaglio fu più ottimista; ed ebbe ragione: arrivammo quasi a 30 mila».
Biaggi e Montanelli sono i numi tutelari del Fatto. In chiave storica, come definirebbe il vostro giornale? Uno spazio per liberali, antisistema, conservatori, progressisti?
«Come lo definì nel primo numero. La nostra linea politica sarebbe stata – ed è tutt’ora – la Costituzione della Repubblica italiana. C’è spazio per tutti tranne per coloro che lavorano per abbattere i principi della Carta. Per tal ragione, punto fondamentale direi, la nostra è una redazione plurale e difficilmente incasellabile. Più idee ci sono, anche in contrasto tra loro, più è viva e i lettori ne giovano.
«Del resto, il Fatto ha accolto opinionisti, editorialisti, commentatori di varie culture politiche. Non è scontato – soprattutto al giorno d’oggi – che sulle pagine dello stesso giornale si possano leggere Massimo Fini e Pietrangelo Buttafuoco – per far due nomi. O più in generale, penne che provengono dall’Espresso, dall’Unità e da La Voce».
«Teniamo a bene a mente una cosa, i giornali non sono delle caserme! Piuttosto, devono assomigliare a delle grandi piazze, in cui voci e pensieri differenti si confrontano e scontrano».
Ieri alle redazioni si accedeva più scorrevolmente tramite il praticantato. Nel 2026 la via obbligata – non accessibile a chiunque – pare essere quella dei master e delle scuole private. Che idea si è fatto a riguardo?
«Il praticantato e, più in generale, l’ordine dei giornalisti hanno avuto storicamente una loro funzione: dare una struttura a un mestiere che nasceva senza vincoli o parametri giuridici precisi. Oggi le cose sono cambiate. Soprattutto, si è trasformato il rapporto tra offerta e domanda – quest’ultima un fiume in piena. E la crisi del settore ha imposto misure d’assunzione ristrettissime per cui le redazioni non solo assumono molto di meno, ma accompagnano anche alla porta – attraverso prepensionamenti, ad esempio».
«Purtroppo, l’età dell’oro della carta stampata (anni Ottanta e in parte Novanta) è finita».
Rimanendo in tema di assunzioni e stipendi, rinnovare il Contratto nazionale dei giornalisti – scaduto nel 2016 – potrebbe essere un primo punto di partenza?
«Il problema del rinnovo del Contratto è lo stesso di cui finora abbiamo parlato. Manca la materia prima, vale a dire i soldi. Gli editori sono arroccati sulle proprie posizioni perché faticano a pagare le cifre previste dal vecchio contratto. Figuriamoci rinnovarne i termini, il che vorrebbe dire salari necessariamente più alti. Se così stanno le cose, chi è l’editore che scommette su nuove pubblicazioni, su nuove penne? Ci sono delle eccezioni, certo. Recentemente, Rocco Casalino ha annunciato che dirigerà una nuova testata online. Penso anche a La Verità, nato una decina di anni. Ma tali rimangono».
Il Fatto ha sempre chiarito di non prendere finanziamenti pubblici. Lei crede che sia sbagliato di per sé o è la tendenza all’italiana ad averne minato la credibilità? In alcuni Paesi europei come Francia, Svezia o Norvegia le cose sembrano funzionare
«L’Italia è di certo un’anomalia. Però, tenderei a pensare che il finanziamento pubblico, per sua natura, è uno strumento in mano al Governo di turno per condizionare l’informazione del proprio Paese».
Qual è il destino della carta stampata?
«Non morirà del tutto, ma sopravvivrà. Magari diverrà di nicchia, come già in parte è. La ragion principale, oltre all’ovvio mutar dei tempi, è che ha dei costi di produzione infinitamente più alti rispetto al digitale. È una lotta impari; pensiamo solo alla distribuzione: col web spingi un tasto e il tuo articolo potrà essere visto da San Giovanni fino a Oklahoma City. Invece, la carta per essere distribuita ha bisogno di una struttura elefantiaca».
Per concludere, come si scrive un buon pezzo?
«La lezione fondamentale è risultare comprensibili. Che tradotto significa scrivere con brevità ed evitando “terminoni” volutamente accessibili a pochi eletti. Il peccato mortale che i lettori non perdonano ai giornalisti non è tanto la faziosità, ma la noia. Se mi annoio mentre scrivo un pezzo, vuol dire che quel pezzo è sbagliato».
«Perciò, la vera rivoluzione del giornalismo è una storica battaglia contro la noia!».
«Ma sembra che in pochi l’abbiamo capito. I principali quotidiani dell’oggi sono noiosi, lunghi e, spesso, non colgono il punto. Un recente esempio concreto riguarda le Olimpiadi a cui hanno dedicato le proprie prime venti pagine! Chi legge più tre, quattro, cinque colonne – figuriamoci 20 pagine – a meno che non sia un cultore della materia? Bisogna guardare ai tempi e adattare i modi, adattare la pena».
«Lo diceva il fondatore del Le Monde, Hubert Beuve-Méry, per cui parte del mestiere del giornalista è “osservare, riflettere, comprendere”».
Fabio Sinisi
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