La desalinizzazione nel Golfo garantisce la sopravvivenza di 100 milioni di persone. Teheran lo sa – ed è la sua ultima leva
Dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, il 28 febbraio 2026, gli impianti di desalinizzazione del Golfo Persico diventano una delle dimensioni meno visibili ma più strategiche del conflitto tra Iran, Usa e Israele. Il 7 marzo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa gli Stati Uniti di colpire un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, interrompendo l’approvvigionamento idrico di trenta villaggi. Il giorno successivo, Teheran risponde colpendo un impianto analogo in Bahrein. Il 30 marzo, i droni iraniani danneggiano un altro complesso energetico-idrico in Kuwait, causando la morte di un lavoratore indiano.
La vera crisi che questa guerra definisce non è il petrolio – bensì l’acqua. Le stesse infrastrutture che rendono abitabili i Paesi del Golfo sono ora un obiettivo di guerra.
Non è una “guerra dell’acqua”
Il linguaggio mediatico ha risposto con un’etichetta immediata: “guerra dell’acqua“. Sebbene questa etichetta risulti seducente per la sua immediatezza, rischia di oscurare la natura reale di ciò che accade e con essa le implicazioni strategiche per il Medio Oriente e per l’Europa.
Leila Belhadj Mohamed, giornalista e analista specializzata in geopolitica dell’acqua con un decennio di esperienza in Africa e Asia Occidentale, ha ritenuto necessario intervenire pubblicamente sulla questione con la serie “interrompere l’acqua“, pubblicata sul canale Matassa su Substack. La sua tesi è principalmente analitica, prima che politica: «non tutto ciò che riguarda l’acqua in generale è un water conflict. C’è una differenza essenziale tra i conflitti che nascono per la questione della risorsa idrica e i conflitti in cui diventa un obiettivo militare».

Affinché un idroconflitto venga definito tale, la giornalista e analista richiama la formulazione di Frédéric Lassere, presidente del Consiglio del Québec per gli studi geopolitici: un water conflict è quello «nel quale l’appropriazione delle risorse idriche faccia parte delle ragioni che ne determinano lo scoppio».
Nel caso del Golfo, questa condizione non sussiste. Il Kuwait non contende una falda condivisa con l’Iran. L’Iran a sua volta non rivendica un bacino fluviale sul territorio saudita. Ciò che si presenta è tutt’altro: un’infrastruttura civile che è colpita per esercitare pressione strategica. Come scrive Belhadj Mohamed, «nel caso del Golfo, ciò che è minacciato non è una risorsa contestata tra attori che ne dipendono in modo diretto, ma un’infrastruttura che rende possibile l’accesso stesso all’acqua».
La vera vulnerabilità dei Paesi del Golfo
Per comprendere la posta in gioco, è necessario partire da un dato strutturale. Essendo il Golfo Persico una delle Regioni più aride del Pianeta – con precipitazioni annue insufficienti a sostenere le popolazioni urbane – è stato necessario adottare una soluzione industriale.
Sin dagli anni Settanta, l’acqua del mare si trasforma in acqua potabile attraverso due tecnologie principali: l’osmosi inversa e la distillazione termica. Il Qatar ottiene il 99% della sua acqua potabile dalla desalinizzazione, il Kuwait e il Bahrein oltre il 90%, e l’Arabia Saudita il 70%. Oltre 400 impianti operano nei Paesi del Golfo, producendo circa il 30% dell’acqua dissalata globale.

Questi impianti producono acqua in modo continuo e la immettono direttamente nelle reti urbane. Qualora venissero colpite, le riserve strategiche di questi impianti durerebbero pochi giorni. Misure di emergenza come autobotti e acqua in bottiglie non bastano a sostenere le popolazioni metropolitane di milioni di abitanti. Città come Riad, Arabia Saudita, poggiano la propria sopravvivenza su un’unica infrastruttura, che fornisce oltre il 90% dell’acqua potabile. Qualora questa venisse interrotta, la sua disponibilità sarebbe azzerata.
Leila Belhadj Mohamed descrive questa dipendenza in termini sistemici: «interrompere l’acqua non significa semplicemente privare una popolazione di una risorsa fondamentale alla vita. Significa anche intervenire su un sistema». La mancanza di forniture petrolifere può portare in shock il sistema economico; tuttavia, l’arresto dell’approvvigionamento idrico fermerebbe l’intero sistema, scatenando una crisi che intaccherebbe la distribuzione urbana, i servizi sanitari, la produzione industriale e i sistemi di raffreddamento energetico. Questo effetto, scrive Belhadj Mohamed, «non è lineare, ma cumulativo: ogni interruzione genera altre interruzioni».
L’ultima leva: la desalinizzazione nel Golfo come arma asimmetrica dell’Iran
La strategia iraniana si fonda su un’asimmetria geografica precisa. L’Iran dispone di fiumi, dighe e falde acquifere: la desalinizzazione rappresenta soltanto una quota parziale del suo approvvigionamento idrico. Mentre i Paesi del Golfo non hanno questa alternativa. Paradossalmente, la Nazione stessa che minaccia di colpire l’acqua altrui è essa stessa sull’orlo del collasso idrico.
Mentre per Washington questo conflitto ha un significato politico ed egemonico, per Teheran si tratta di sopravvivenza. Il controllo dello Stretto di Hormuz combinato alla capacità di bersagliare gli impianti di desalinizzazione nel Golfo permette all’Iran di avere una posizione favorevole sia dal punto di vista strategico che sul piano delle trattative.
Dopo l’ultimatum di Trump del 21 marzo – di “obliterare” le centrali elettriche entro 48 ore se lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto – il portavoce militare iraniano Ebrahim Zolfaqari ha risposto annunciando attacchi agli “impianti di desalinizzazione nel Golfo”. Diversi canali su Telegram pro–regime hanno fatto circolare liste di potenziali obiettivi: gli impianti sauditi di Ras al-Khair e Shuaiba, l’emiratino di Taweelah.
Secondo l’analista Can Kasapoğlu dell’Hudson Institute, la vulnerabilità delle infrastrutture idriche rappresenta «una categoria di rischio diversa» rispetto a quella energetica: le interruzioni energetiche hanno principalmente conseguenze economiche, quelle idriche «minacciano direttamente la sopravvivenza quotidiana».
Il diritto internazionale
Gli episodi avvenuti nel primo mese del conflitto costituiscono un precedente giuridico e strategico di rilievo. Il diritto internazionale umanitario protegge esplicitamente le infrastrutture civili indispensabili alla sopravvivenza della popolazione, tra cui quelle idriche. Tuttavia, come rileva Belhadj Mohamed, «il diritto descrive una soglia, ma non esaurisce la logica del conflitto».
Non è la prima volta che beni civili sono esposti a una logica di guerra ibrida contemporanea. Nel 1991, durante la Prima Guerra del Golfo, l’Iraq distrusse sistematicamente gli impianti di desalinizzazione del Kuwait: il ripristino dell’infrastruttura richiese anni. Nel 2016–2017, la coalizione saudita bombardò gli impianti in Yemen; nel 2022 le forze Houthi yemenite attaccarono quelli sauditi.
Il Pacific Institute documenta nel suo Water Conflict Chronology 844 nuovi episodi di conflitto violento legato all’acqua nel solo 2024 – un aumento del 20% rispetto all’anno precedente. Questi dati dimostrano che l’attacco a infrastrutture civili non è una nuova tendenza, ma la scala e l’intensità con cui vengono colpiti sono dati sempre più allarmanti.

La differenza sostanziale di oggi è la scala potenziale: una campagna di attacchi sistematica contro i principali impianti del Golfo lascerebbe senza acqua potabile circa 100 milioni di persone in pochi giorni, una soglia senza precedenti nella storia dei conflitti dell’epoca moderna. Come avverte l’Atlantic Council, un attacco coordinato alle strutture di desalinizzazione «potrebbe innescare una crisi umanitaria su larga scala e migrazioni forzate nel Golfo», con ripercussioni che si estenderebbero ben al di là della Regione.
L’Ue nella spirale: gas, inflazione e crisi migratoria
Le conseguenze della crisi nel Golfo si riflettono già in tutto il Mondo, soprattutto nei Paesi dell’est asiatico. La chiusura dello Stretto di Hormuz, entrata in vigore dall’inizio del marzo 2026, blocca il 20% delle forniture globali di petrolio e una quota significativa del Gnl (Gas naturale liquefatto) qatariano. In questo scenario incerto, l’Unione europea non rimane indenne a queste conseguenze.
La Bce (Banca centrale europea) ha già posticipato i tagli ai tassi di interesse previsti per il 19 marzo, alzando le previsioni di inflazione e riducendo quelle di crescita. Secondo le stime dell’Ocse, l’inflazione nell’Eurozona potrebbe raggiungere il 4,2% nel corso del 2026. I Paesi con industrie ad alta intensità energetica, quali Germania, Italia, Paesi Bassi, risultano i più esposti e vulnerabili a questa crisi: innalzando i prezzi di acciaio e chimica europei fino al 30%.
Se la minaccia degli impianti di desalinizzazione nel Golfo dovesse concretizzarsi in modo sistematico, il flusso di migranti dalla Penisola arabica verso l’Europa – già nelle proiezioni degli analisti fra gli scenari altamente possibili – aggiunge una pressione umanitaria e politica che si somma a quella economica già in corso.
Pertanto, rientra anche nell’interesse dell’Ue quello di adottare un “approccio pragmatico”, come Spagna, Francia, Italia, Svizzera e Austria – negando l’accesso agli Stati Uniti a porti, basi militari e chiudendo il loro spazio aereo – dichiarando così, direttamente o indirettamente, di non voler pagare le conseguenze di una guerra che va contro il loro interesse.
Una lama a doppio taglio
Ciò che emerge da questa crisi è la vulnerabilità sistemica che esisteva da decenni, ma che nessuno aveva reso esplicita. Gli attacchi agli impianti di desalinizzazione segnalano la centralità crescente delle infrastrutture idriche nei conflitti contemporanei e la capacità di trasformarle in strumento di coercizione strategica, in assenza di norme internazionali in grado di tutelarle efficacemente.
Tuttavia, qualora l’Iran decidesse di colpire gli impianti di desalinizzazione, i Paesi del Golfo non esiterebbero a rispondere in modo feroce e immediato; non avrebbero altra scelta. Questi sistemi sostengono la vita quotidiana; pertanto la risposta seguirebbe sia una logica di necessità che di deterrenza. Questo porterebbe a un’ulteriore escalation, quindi i Paesi arabi a un confronto diretto con l’Iran.
Come sintetizzato da Leila Belhadj Mohamed «non si combatte per l’acqua, ma attraverso l’acqua. Non si contende una risorsa, si interviene su una condizione». La posta in gioco non è solamente di chi controlla il petrolio del Golfo, ma di chi è in grado di mantenere attive le condizioni che rendono abitabile quella parte del Mondo, e conseguentemente la sua egemonia regionale.
Ammir El Mehrat
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