Il Codex Purpureus Rossanensis, ponte tra passato e futuro

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Testimonianza dell’accoglienza verso i monaci in fuga dall’oriente, è oggi uno tra gli emblemi storici e culturali della Calabria

La XII edizione del Premio Ausonia si è aperta con una visita speciale presso il Museo Diocesano di Rossano dove è custodito il Codex Purpureus Rossanensis, uno straordinario evangelario miniato del VI secolo. Si tratta di un prezioso manoscritto cristiano, inserito nel registro della memoria del mondo dell’Unesco.

Nel contesto dell’iconografia bizantina è un’opera “acheropita” che significa letteralmente “non fatto da mano umana”. La parola non indica nel senso letterale un’origine miracolosa. Gli iconografi  “scrivono”- piuttosto che dipingere – le realtà evangeliche in forme e colori, operando come se la mano sia guidata da Dio.

Struttura del Codex

Il Codex Purpureus Rossanensis consta oggi di 188 fogli di sottilissima pergamena di origine ovina. Conciata secondo la tecnica sviluppata a Pergamo in Asia Minore viene tinta di porpora. Da qui parte del nome. Contiene l’intero vangelo di Matteo, gran parte del vangelo di Marco e una parte della lettera di Eusebio a Carpiano sulla concordanza dei vangeli. Al principio probabilmente comprendeva tutti i quattro i vangeli, forse in due volumi.

Della copertina originaria, sicuramente molto preziosa considerando il valore complessivo dell’opera, non è rimasta traccia. Resta solo il rifacimento successivo in legno di conifera. Il testo è disposto su due colonne di 20 righe ciascuna. Le prime tre righe di ogni inizio di vangelo sono scritte con inchiostro in oro mentre il resto è in argento. Non vi sono segni di punteggiatura a eccezione del “punctum” che segna la fine di ogni periodo.

Le 15 miniature costituiscono un autentico capolavoro della miniaturistica bizantina e sono tra le più antiche illustrazioni del Nuovo Testamento sino ad oggi rinvenute. Tra queste, 12 hanno per soggetto fatti, avvenimenti e parabole riguardanti la vita e la predicazione di Gesù Cristo. Le altre rappresentano una tavola raffigurante gli evangelisti, il ritratto dell’evangelista Marco e la lettera di Eusebio a Carpiano. È scritto in onciale greca, la tipica grafia maiuscola dei manoscritti biblici a partire dal tardo II secolo d.C.

Committenza, produzione e provenienza del Codex

Gli esami chimici recenti hanno permesso di individuare con precisione la tavolozza pittorica e gli inchiostri impiegati: minio, cinabro, lapislazzuli, indaco, orpimento, biacca, lacche organiche, argento e oro. Questi materiali, alcuni estremamente costosi all’epoca – come i lapislazzuli che dovevano essere trasportati dall’Oriente attraversando i mari – testimoniano il valore eccezionale dell’opera. La porpora stessa era un colore riservato all’imperatore e ai suoi stretti congiunti, elemento che rafforza l’ipotesi di una committenza imperiale o dell’alta aristocrazia di corte, laica o religiosa.

Non si conoscono i nomi degli autori, ma è quasi certo che l’opera sia stata prodotta in uno scriptorium, il luogo dove nel Medioevo si svolgeva l’attività di copiatura da parte di amanuensi. Questi ambienti ebbero grande importanza culturale sia per la salvaguardia della cultura greca e latina, sia come centri di pensiero e sviluppo culturale autonomo. Lo scriptorium era una vasta sala illuminata da numerose finestre, dotata di utensili specifici: penne, inchiostro, punteruoli per praticare minuscoli fori utilizzati come riferimenti per tracciare linee dritte, leggii. Il lavoro di miniatura richiedeva ulteriori strumenti e materiali specifici per dipingere le immagini.

Riguardo alla localizzazione e provenienza del Codex, nonostante gli studi di storici, paleografi, studiosi d’arte bizantina, filologi biblici e neotestamentari, la questione rimane aperta. Di sicuro il manoscritto fu realizzato in un importante centro di produzione libraria nell’area geografica dell’Impero Romano d’Oriente. Alcuni studiosi optano per Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, o centri dell’Asia Minore come la Cappadocia o Efeso. Tuttavia, il luogo d’origine più accreditato è la Siria, in particolare la città di Antiochia sull’Oronte, nell’odierna Turchia. Quasi tutti i ricercatori concordano nel datare il Codice intorno alla metà del VI secolo.

Vicende storiche del Codex

L’Oriente bizantino, fra la fine del 500 e gli inizi del 600, venne invaso prima dai persiani sassanidi e successivamente dagli arabi musulmani. Nel 726 l’imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò un editto che ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero, oltre all’uccisione di numerosi monaci. Il provvedimento mirava a combattere una venerazione considerata superstizione e idolatria. Molti monaci, per sfuggire alla persecuzione, si rifugiarono nelle estreme Regioni meridionali dell’Italia, e la Calabria divenne terra di accoglienza. Durante questa ondata migratoria, un gruppo di monaci iconoduli o basiliani portò a Rossano il prezioso evangelario, insieme ad altri testi successivamente distrutti nel corso del tempo.

I basiliani si nascosero in luoghi solitari come grotte e foreste, sulle pendici delle colline che divennero luoghi d’alloggio e preghiera, chiamati “lauree”, tuttora visibili. Il monachesimo greco a Rossano visse fino al IX secolo, epoca in cui i monaci sostituirono all’architettura rupestre le prime sobrie forme edificatorie in muratura. A seguito del declino della dominazione bizantina a Rossano, avvenuto nel 1059, la Curia rossanese entrò in possesso del Codex, probabilmente utilizzandolo come testimonianza della Parola di Dio fino al 1462, anno in cui la liturgia rossanese passò da quella grecobizantina a quella latina.

Il Codex fuori dai confini calabresi

Sfuggito all’attenzione di storici e cronisti per secoli, venne ricordato per la prima volta nel 1831 da Scipione Camporota, canonico della cattedrale, che diede ai fogli una prima sistemazione e l’attuale numerazione delle pagine con inchiostro nero. Nel 1846 lo scrittore Cesare Malpica lo segnalò fugacemente nel libro-reportage “La Toscana, l’Umbria e la Magna Grecia”.

Nel 1880 il Codex venne presentato come una scoperta all’attenzione della cultura europea e internazionale da due studiosi tedeschi, Oscar von Gebhardt e Adolf von Harnack, che si innamorarono del Codex tanto da offrirsi di acquistarlo. Con il loro scritto “Evangeliorum Codex Graecus Purpureus Rossanensis”, conferirono il titolo ufficiale e definitivo al prezioso manoscritto.

Il 14 novembre 2013, in occasione della visita di Papa Francesco al Quirinale, ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, venne scelto il Codex Purpureus Rossanensis come libro capace di rappresentare al meglio il mondo cristiano. Franco Cosimo Panini editore ne ha realizzato una copia facsimile con innovative tecniche digitali. Infine, il 9 ottobre 2015, la commissione Unesco decise di inserire il Codex nel registro del patrimonio mondiale dell’umanità, titolo che riconosce la giusta identità a quello che è considerato il più prezioso evangelario esistente al Mondo.

Le preziose miniature

La stanza è mantenuta a temperatura controllata costante di 18 gradi con illuminazione a luce fredda. È esposto in una teca specifica e ogni tre mesi il manoscritto viene sfogliato. Una delle miniature più significative rappresenta l’Ultima Cena. Questa scena sembra anticipare di mille anni il celebre Cenacolo di Leonardo da Vinci. La sua struttura compositiva è basata sul semicerchio. Cristo è sdraiato alla maniera romana sul triclinio, idealmente di fronte a lui si trova il suo successore Pietro e al centro, Giuda  il traditore mentre intinge la mano nel piatto. Un dettaglio particolare è costituito dai cosiddetti parrocchetti dal collare. Questi sono pappagallini domestici in voga nell’antica Roma, riportati anche in alcune ville in Siria e a Ravenna, che simboleggiano l’eternità e il messaggio salvifico di Cristo.

La miniatura successiva rappresenta la Parabola delle dieci vergini. La scena raffigura le vergini sagge e le vergini stolte. Le prime hanno aspettato con fede la venuta di Cristo con le lampade e le ampolle rifornite di olio, con le fiamme scintillanti di fuoco vivo, simbolo della loro fede vigile. Le vergini stolte, invece, si sono appena svegliate senza aver comprato l’olio e restano fuori dalla porta; quella che bussa indossa un anello, simbolo massimo della vanità.

Le due miniature attualmente esposte in teca sono speculari e rappresentano la Comunione degli Apostoli con il pane e con il vino. La dovizia dei dettagli è straordinaria: ogni volto è caratterizzato e si può percepire l’incedere degli apostoli verso Cristo nell’atto di ricevere la comunione. L’artista, per conferire movimento alla scena, ha precorso la tecnica dei cartoni animati: coprendo alternativamente una delle due figure sovrapposte sui medesimi piedi, una appare eretta mentre l’altra è reclinata, creando l’illusione del movimento attraverso due posizioni diverse della stessa figura.

Il Cristo dell’iconografia orientale

La figura di Cristo in queste miniature presenta caratteristiche iconografiche rivoluzionarie. Si tratta di uno dei primi esempi dell’iconografia orientale di Gesù con barba e capelli lunghi, in contrasto con le prime raffigurazioni paleocristiane romane nelle catacombe, che rappresentavano Gesù come un giovane imberbe con la pecorella sulle spalle, il buon pastore. La figura del Cristo orientale rappresentata oggi nell’arte sacra si delinea da qui. Riguardo ai materiali, la figura di Cristo è sempre decorata in foglia d’oro e in lapislazzuli.

Una miniatura particolarmente significativa rappresenta la preghiera di Cristo nel Getsemani. La scena è divisa in due momenti. Nella parte destra Cristo prega prima della Passione, nell’altra è ritratto mentre va a svegliare gli apostoli a cui aveva chiesto di vegliare insieme a lui. Questa miniatura contiene uno degli elementi più straordinari del Codex: una semplicissima striscia in lapislazzuli decorata con stelle che rappresenta uno dei notturni più antichi nella storia dell’arte, secoli prima di Giotto, Piero della Francesca e della celebre “Notte stellata” di Van Gogh. Il manoscritto di Rossano si caratterizza per numerose “prime volte” che non hanno uguali in nessun altro esemplare a livello mondiale.

Nella scena della cacciata dei mercanti dal tempio, in cui Gesù discute con i sommi sacerdoti mentre i mercanti fuggono dal tempio, compare un dettaglio rivelatore: una coppia di buoi tipici della Siria, gli zebù, caratterizzati dalle corna ad arco. Questi animali, insieme ai pigmenti utilizzati e alla fattura complessiva, costituiscono elementi “parlanti” che attestano la provenienza mediorientale del manoscritto, confermando l’ipotesi della sua origine siriana.

La tavola cardine del Codex è la cosiddetta “Sinfonia”. È la tavola dei canoni che rappresenta “lo stesso suono” dei Vangeli di Matteo, Luca, Giovanni e Marco. I quattro Vangeli sono disposti in un cerchio, simbolo che nell’arte costantiniana indica l’infinito in quanto non ha inizio né fine, ma rappresenta una ciclicità continua.  È questa la tavola che suggerisce che in origine il Codex contenesse tutti i quattro Vangeli.

 

Veronica Tulli

Foto © La Civiltà Cattolica, Archeomatica, Eurocomunicazione, www.codexrossanensis.it

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