In Italia i Ros hanno arrestato due ex 007 divenuti spie in cambio di soldi mentre Tajani denuncia la strumentalizzazione dei diplomatici
Tra gli obbiettivi emersi dai colloqui in occasione del vertice Nato di Ankara spicca la volontà di giungere a delle posizioni coordinate in materia di sicurezza europea, soprattutto rispetto alle dinamiche del conflitto russo-ucraino e del Medio Oriente. In tale occasione, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato come un approccio euro-atlantico coordinato sia essenziale per poter favorire un dialogo diretto tra Kiev e Mosca. Focalizzandosi sul contesto nazionale, il vicepremier ha invece fatto riferimento alle indagini riguardanti il caso di spionaggio e l’accesso abusivo a sistemi informatici in favore della Russia, che in questi giorni hanno minato i rapporti diplomatici di quest’ultima con l’Italia.
«Ci prepariamo a intraprendere i passi necessari a difendere la nostra sicurezza: questo è un ennesimo segnale della minaccia che continua ad arrivare dalla Federazione russa alle nostre istituzioni, alla nostra sicurezza, alle aziende e al sistema industriale. L’Italia contrasta con forza queste ingerenze e lo farà senza esitazione. Vogliamo continuare a farlo insieme a tutti i nostri alleati della Nato, ho condiviso le informazioni su questo caso perché un attacco a un Paese alleato è un attacco a tutti noi», ha dichiarato Tajani nel corso di una riunione dei ministri degli Esteri degli Stati dell’Alleanza Atlantica. L’episodio italiano non è affatto isolato, dal momento che dallo scoppio della guerra russo-ucraina si è assistito a un crescendo dell’attività dei servizi segreti di Mosca in diversi Stati dell’Ue.
Da ex 007 a spie
Il caso italiano è scoppiato lo scorso martedì, nonostante il sistema di spionaggio fosse stato scoperto poco più di un anno fa in seguito alla segnalazione dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) tramite un’operazione di controspionaggio da parte dell’intelligence italiana in collaborazione con i Ros dei carabinieri. Attualmente sono due gli uomini a essere finiti ai domiciliari, ossia Gavino Raoul Piras e Vincenzo di Pasquale, entrambi 007 in pensione. L’attività investigativa condotta dai Ros tramite servizi di osservazione, controllo, pedinamento e perquisizioni, anche informatiche, ha portato al loro arresto con l’accusa di aver svolto attività di spionaggio per un agente dei servizi di intelligence russi, inizialmente coperto da immunità diplomatica.
Oltre ai due arrestati, altre cinque persone, di cui quattro militari, sono indagate a vario titolo per “procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato”, “spionaggio politico o militare”, “rivelazione di segreti di Stato” e “rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione”. Gli ex agenti avrebbero favorito l’attività d’intelligence ottenendo cospicue somme di denaro, pagate con tranche fino a 4.000 euro. Dai video analizzati dagli investigatori emerge che il passaggio di informazioni sarebbe avvenuto tramite lo scambio di cellulari all’interno di microonde, pizzini nelle tasche delle camice e schede sd nascoste nelle crepe dei muri in strada. Piras, con alle spalle una formazione presso la scuola Nato di Oberammergau e l’assegnazione della Legione al merito, avrebbe utilizzato le proprie conoscenze e di spionaggio e controspionaggio per avere contatti con un agente russo e altri militari coinvolti in incarichi segreti.
Le informazioni rivelate
Sulla base di quanto emerso, le principali informazioni fornite riguardano gli armamenti come lo sviluppo del sistema missilistico Sampt, ossia un progetto in collaborazione tra Italia, Francia e Danimarca che, da quanto rivelato da Piras all’agente di Mosca, sarebbe arrivato a “breve”. Nonché emergono dati rispetto l’interesse italiano per il carro armato russo T-90 Vladimir, lo sviluppo del sottomarino senza pilota progettato dalla Leonardo, la destinazione del sistema difensivo Michelangelo Dome alla Bulgaria fino alla fornitura di tre sistemi d’arma a Kiev. Tra i dati sensibili rivelati emergono anche i nomi degli agenti italiani coinvolti nel controspionaggio in Russia e le strategie antiterrorismo applicate dall’Italia.
In merito all’accaduto si è espresso anche il ministro della Difesa Guido Crosetto dichiarando che «non può esserci alcuna tolleranza nei confronti di chi compromette o mette a rischio la sicurezza della Repubblica. La Difesa continuerà a collaborare con l’Autorità giudiziaria con la massima trasparenza, lealtà istituzionale e fermezza, adottando ogni ulteriore iniziativa necessaria a salvaguardare l’integrità delle proprie strutture e a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni».
La decisione del Governo italiano e la reazione russa
In seguito a quanto appreso dalle indagini, «il Governo italiano ha deciso di espellere due addetti militari dell’ambasciata della Federazione russa in Italia, responsabili delle attività di spionaggio emerse nell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X, aggiungendo che «il segretario generale della Farnesina ha appena comunicato all’ambasciatore russo a Roma che Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov devono lasciare Roma entro 3 giorni». La decisione dell’esecutivo funge da condanna alle attività di Mosca che, secondo l’Italia, avrebbe utilizzato i diplomatici come armi ibride al fine di attaccare l’Occidente e l’Italia stessa. Difatti il vicepremier ha sostenuto che tali attività siano «un’ingerenza grave e inaccettabile per le istituzioni italiane e la sicurezza nazionale».
La reazione russa non si è fatta attendere. In una replica del ministero degli esteri di Mosca, citato da Ria Novosti, la Russia ha fatto sapere che “risponderà” all’espulsione dei due addetti militari della sua ambasciata romana. A tale replica, Tajani ha controrisposto sottolineando come le motivazioni per l’espulsione dei due russi sia avvenuta dopo un’accurata dimostrazione e non per un mero capriccio dell’Italia, affermando che «la Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. Devono dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».
Sul suo canale Telegram si è esposto anche l’ambasciatore russo, Alexei Paramonov, sostenendo che Roma, tramite l’espulsione del maggior numero possibile di diplomatici russi vorrebbe limitare al massimo l’influenza della Russia sull’Italia. Ha però concluso che ciò non sia possibile, dal momento che Mosca può contare su esponenti del calibro di Putin e Lavrov mentre Roma non dispone di figure di tale levatura.
Non un caso isolato
Quello italiano non è affatto l’unico caso di spionaggio russo tra i Paesi dell’Unione europea. Senza guardare troppo indietro, lo scorso marzo la procura tedesca ha arrestato due persone, indagate per aver raccolto informazioni e spiato per conto della Russia un uomo che forniva droni e componenti correlati all’Ucraina. A poche ore di distanza dalla notizia dell’espulsione dei due addetti militari da parte di Tajani, anche il tribunale distrettuale di Sosnowiec, in Polonia, ha emesso una sentenza di condanna contro due individui accusati di aver collaborato con i servizi di informazione russi. Si tratta di una coppia di coniugi, condannati per attività di spionaggio, per la preparazione di una spedizione contenente materiale esplosivo e per l’agevolazione delle attività di intelligence della Federazione russa.
Dall’inizio dell’aggressione su vasta scala contro Kiev, l’Agenzia per la sicurezza interna polacca ha più volte dichiarato di aver smantellato reti di spionaggio, arrestato persone che collaboravano con l’intelligence russa, nonché presentato atti d’accusa per la raccolta di informazioni sulle infrastrutture critiche, sui trasporti militari e sugli ambienti pro-Ucraina. Già nel 2022 i servizi speciali di Varsavia avevano messo in guardia il ministero degli Esteri sui rischi legati al rilascio di visti ai cittadini russi. Gli esperti di sicurezza hanno posto l’accento su come i servizi segreti di Mosca ricorrano ormai sempre meno all’ingaggio di agenti “classici”, preferendo invece persone incaricate di singoli compiti logistici, di corriere o di raccolta di informazioni. Tali modalità hanno l’obbiettivo di rendere più complessa l’individuazione dell’intera rete, disperdendo inoltre la responsabilità tra un maggior numero di individui coinvolti.
Ottavia Scorpati
Foto © Città Nuova, L’Eco Vicentino, Corriere dell’Economia, Magnific













