Donne afghane: 5 anni di resistenza tra arte, diritti e speranza

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Donne afghane

A cinque anni dalla caduta di Kabul, le storie di coraggio delle donne afghane: rifugiate in Italia e imprenditrici che lottano per diritti e libertà

A 5 anni dal ritorno al potere dei talebani, sono tante le donne, da Roma a Kabul, che portano avanti una resistenza silenziosa in difesa dei propri diritti per inseguire i propri sogni e costruire, passo dopo passo, un futuro di speranza e crescita.

«Il mio percorso è stato segnato dalla discriminazione, dalla guerra, dalla migrazione e dall’incertezza. Nonostante tutto, non ho mai rinunciato al mio desiderio di studiare e di esprimermi attraverso l’arte. Oggi considero tutte queste esperienze parte della mia identità e della mia forza. Credo che l’arte possa trasformare il dolore in memoria, la sofferenza in consapevolezza e la speranza in un nuovo inizio». A raccontarcelo è Nahid Nasiri, rifugiata in Italia dopo la caduta di Kabul il 15 agosto 2021, con alle spalle una storia di ostacoli e battaglie, tra l’Iran – dove la sua famiglia era rifugiata – e l’Afghanistan, sua terra di origine.

La storia di Nahid

«Sono nata in Iran, dove ho frequentato e completato tutta la scuola. Come tanti giovani, sognavo di continuare gli studi all’università. Tuttavia, quando ho fatto domanda di ammissione, mi è stato detto che non potevo iscrivermi perché i miei genitori erano cittadini afghani. Quella decisione ha cambiato il corso della mia vita. Per poter studiare, mi sono trasferita in Afghanistan. Ho scelto di frequentare la Facoltà di Belle Arti, perché ho sempre creduto che l’arte fosse uno strumento capace di dare voce alle persone anche nei momenti più difficili», confida Nasiri.

Degli anni degli studi universitari in terra afghana, ricorda gli attacchi terroristici messi a segno da gruppi terroristici, tra cui i talebani, che colpivano spesso scuole, ospedali e moschee. Nonostante la paura e l’insicurezza, ha continuato gli studi e si è laureata. «Uno degli eventi che mi ha segnato più profondamente è stato l’attacco terroristico contro un ospedale ostetrico. Donne incinte, madri e neonati appena nati furono brutalmente uccisi. Di fronte a quella tragedia ho sentito il bisogno di reagire attraverso l’arte. Per questo ho organizzato una mostra dedicata alle vittime, per denunciare la violenza e rendere omaggio alle persone che avevano perso la vita», racconta ancora.

Tornata a vivere in Iran per circa due anni, di rientro in Afghanistan è stata nuovamente costretta a fuggire per la caduta del Governo a Kabul, nell’agosto di cinque anni fa.

«In quel periodo il Governo italiano offrì una borsa di studio ad alcuni studenti di Belle Arti e ci fu comunicato che avremmo dovuto lasciare l’Afghanistan insieme alle forze italiane. Raggiungemmo Kabul pieni di speranza, ma proprio quel giorno l’aeroporto fu colpito da un attentato suicida. Molte persone persero la vita, tra cui studenti che, come noi, cercavano soltanto un futuro sicuro. Rimasi a Kabul per tre mesi, vivendo nell’incertezza e nell’attesa. Alla fine l’Ambasciata d’Italia ci comunicò che non era più possibile trasferirci direttamente dall’Afghanistan e che avremmo dovuto raggiungere un Paese terzo. Così sono tornata in Iran e ho atteso altri otto mesi. Dopo un lungo periodo di attesa e di difficoltà, sono finalmente giunta in Italia», prosegue Nasiri.

 Le battaglie delle rifugiate afghane in Italia

Come lei, decine di ragazze e donne afghane sono state accolte in Italia, ma chiamarle rifugiate sarebbe davvero riduttivo. Ho avuto la fortuna di conoscerle da vicino, nel corso della mia esperienza di Communication Officer per l’Ong Nove Caring Humans, operativa in Afghanistan da 13 anni e in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati afghani.

Nesa, Sediqa, Khrisma, Taranhe, Waheeda, per citare solo alcune di loro, sono combattenti coraggiose, impegnate a ricostruirsi una vita daccapo in Italia, dopo essere state costrette a lasciarsi tutto dietro per sfuggire al dominio dei talebani, protagoniste di una battaglia che va ben oltre la propria sfera familiare. Ogni giorno, cercano di dare il proprio contributo alla costruzione di spazi di libertà e dignità per le afghane che come loro sono stabilite all’estero e che faticano a inserirsi in nuove realtà socioeconomiche. Lo fanno senza dimenticarsi le loro sorelle che si trovano in patria, schiacciate da un vero e proprio apartheid di genere.

«In fondo le nostre storie sono quelle di tutte le donne afghane che hanno vissuto e vivono nella violenza e la sofferenza. Io ne sono uscita. Ma la libertà è costosa e ti può costare anche le persone che ami, la tua terra, tua madre. A volte la libertà significa essere da sola, ma ricordiamoci sempre che c’è una differenza tra chi è rimasta da sola e chi ha scelto di stare da sola», testimonia con voce flebile e carica di emozione Waheeda, 21 anni.  «Questa è una guerra contro le donne, contro l’umanità, non possiamo permettere che ciò accada ancora. E non ci dimentichiamo dei 40mila iraniani massacrati per la libertà. Tutto quello che vogliono gli afghani e gli iraniani sono pane, lavoro, libertà, donna, vita e libertà», martella la ragazza, mamma di un bimbo di tre anni.

Razia, insegnante e giornalista, ha insistito sul fatto che il futuro si costruisce con l’educazione, la consapevolezza e la conoscenza della verità, motivo per cui la scuola e i media sono centrali, non solo in Afghanistan, quindi, portare avanti queste attività è «una forma di resistenza». Non a caso i talebani vietano la scuola alle ragazze dopo i 12 anni, censurano e controllano i media, «anche per evitare che storie dolorose di violenze, soprusi, stupri e matrimoni forzati vengano raccontate. Le sole dichiarazioni della comunità internazionale non bastano: insieme abbiamo una responsabilità comune, motivo per cui le donne afghane non vogliono restare in silenzio e quelle che possono portano avanti la lotta per i diritti, in particolare quelle che vivono in esilio. Non si può essere solo spettatori ma bisogna anche essere parte della soluzione», sottolinea Razia.

Sediqa, ostetrica, insiste sulla necessità vitale di «rafforzare la rete delle donne afghane per non lasciarle sole, per garantire uno spazio sicuro e per coordinare azioni concrete di informazione, formazione, ma anche di supporto all’integrazione nei Paesi di accoglienza, perché qui ripartiamo da zero». Sediqa ribadisce l’importanza della solidarietà tra donne per «trasformare le esperienze in forza, in opportunità e speranza, anche con il contributo fondamentale delle donne italiane, perché sostenere l’autonomia di una donna significa sostenere un’intera famiglia quindi un pezzo di società».

Tra quelle sostenute da Nove, c’è anche Taranhe Rezaie, stabilita a Firenze da qualche anno, che fu la prima autista donna del “Pink Shuttle”, il servizio di trasporto dedicato alle donne a Kabul. Mamma di due bambini di 13 e di 9 anni, disabile, non a caso Tarhane decise allora di trasportare le persone con disabilità, tra le più discriminate in Afghanistan. «Da mamma di un bambino disabile, so bene cosa significhi vedersi rifiutare un passaggio, essere stigmatizzati per la condizione di salute del proprio figlio.

La disabilità è considerata come la conseguenza di una colpa della madre e viene fatta pagare a caro prezzo. Sono grata a Nove e a quanti mi hanno aiutata ad arrivare in Italia dove mio figlio viene curato. Ora va a scuola, impara l’italiano, ha degli amici. Se fossimo rimasti in Afghanistan, a quest’ora sicuramente non sarebbe più in vita», racconta tutto d’un fiato con voce carica di emozione e rabbia.

Tutte le loro storie sono contenute nel libro di recente pubblicazione intitolato “Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno afghane in lotta per la vita”, a firma della giornalista Angela Iantosca, edito dalle Paoline.

Dall’Afghanistan storie di imprenditrici resilienti e idee innovanti

Dall’Afghanistan giungono altre storie di resistenza e successo che non fanno notizia anche se meritano di essere conosciute, emblematiche della forza di volontà, del coraggio e dell’ingegno delle afghane, nonostante i divieti schiaccianti dell’emiro talebano che cerca di cancellare le loro esistenze.

Tra loro c’è Nasrin e le sue Safa Pads, assorbenti e pannolini lavabili e riutilizzabili. Secondo classificata al Women Business Prize 2025 di Nove Caring Humans come idea di business, oggi Safa Pads è un’impresa sociale, Nasrin ha sviluppato in prima persona prodotto, packaging, marketing e comunicazione, costruendo un modello sostenibile sia economicamente sia sul piano ambientale. Oggi lavora con Ong, tra cui Nove, e clienti privati, affiancando alla vendita un’attività diretta di informazione e sensibilizzazione sull’igiene femminile.

Shehzadgi ha 36 anni, 15 dei quali di esperienza nell’artigianato e nella creazione di gioielli. È fondatrice e direttrice dell’Hasanat Jewelry and Afghan Clothing Center a Laghman, dove ha costruito un’impresa sociale che mette la formazione femminile al centro: nel suo laboratorio decine di donne imparano a realizzare gioielli e abiti tradizionali, acquisendo competenze e possibilità di reddito. Alcune hanno poi avviato piccoli laboratori o iniziato a vendere autonomamente. Attraverso i Peer Learning Circles di “She Means Business” di Nove, Shehzadgi ha inoltre trasformato un problema di approvvigionamento in una soluzione condivisa, creando un gruppo d’acquisto che ha convinto un commerciante a importare materie prime dalla Cina. «Ogni creazione è un modo per dire al Mondo che siamo ancora qui. Che, nonostante tutto, continuiamo a creare bellezza. Insegniamo un mestiere, ma anche a credere nel proprio valore», sostiene Shehzadgi.

Adiba Bari, candidata del Women Business Prize, viene invece dal settore tecnologico e delle risorse umane, dove ha sviluppato piattaforme digitali, programmi di formazione e inserimento lavorativo per centinaia di donne. Così, nel 2018 ha fondato Bari SearchPath, come affiliata del network internazionale SearchPath, con l’obiettivo di colmare il divario tra professionisti qualificati e opportunità di lavoro di qualità in Afghanistan. Nata come agenzia di reclutamento locale a Mazar-e-Sharif, oggi è un’organizzazione dinamica, attiva in più città, specializzata in risorse umane e formazione. Nonostante le difficoltà economiche e infrastrutturali del Paese, ha formato oltre 250 candidati e aiutato più di 300 donne afghane a trovare lavoro, avviando collaborazioni con enti nazionali e internazionali come Usaid.

«Come donna imprenditrice in una società conservatrice, ho affrontato numerose sfide – dallo stigma sociale alla scarsità di risorse, fino a problemi di sicurezza – ma continuo a credere profondamente nell’inclusione economica. Sono convinta che le donne afghane non siano solo capaci, ma essenziali per la ricostruzione dell’economia del Paese», racconta Adiba.

La sua nuova idea imprenditoriale è lanciare una società di freelancing e una piattaforma online pensata appositamente per i giovani afghani – in particolare le donne – che vivono limitazioni sociali e geografiche. La piattaforma offrirà servizi digitali come scrittura, design, assistenza virtuale e programmazione, creando opportunità di lavoro da remoto e collegando i professionisti afghani ai mercati internazionali.

A causa della crisi e delle difficoltà di accesso al credito Adiba ha dovuto rinunciare per il momento alla piattaforma tecnologica e ha lanciato un’impresa di allevamento di polli. Ha utilizzato le sue skill strategiche per creare un modello avanzato, importando vermi particolari che garantiscono un maggior contributo proteico che rinforza lo sviluppo e il sistema immunitario dei polli migliorando così la qualità delle uova. Sta costruendo una rete per l’importazione dei vermi con altre donne allevatrici per condividere approvvigionamenti, ridurre ostacoli e costi.

I gruppi di Peer Learning di Nove Caring Humans

«Il gruppo di pari ha rivelato una forza inattesa: donne che non si erano mai incontrate, collegate solo dal Women Business Prize, hanno iniziato a conoscersi online, a confidarsi e a sostenersi. Da quel dialogo è nata una rete viva, che va dagli acquisti condivisi ai suggerimenti, fino al conforto nei momenti difficili», spiega Elena Noacco, co-fondatrice di Nove e responsabile del progetto Peer Learning Circles di “She Means Business”.

«La diffidenza iniziale si è sciolta grazie al clima accogliente creato dalla co-facilitatrice, che ha dato voce a tutte traducendo in inglese, dari e pashto. In questo scambio si sono rivelate la bellezza e l’energia della loro diversità: donne provenienti da Regioni lontane, con lingue ed etnie diverse, che l’imprenditoria ha fatto incontrare. Riconoscendo ostacoli comuni, si sono scoperte simili nella loro forza: donne, madri, creatrici di reddito che, insieme, hanno trovato un modo nuovo di sentirsi unite», riporta Noacco.

«Cresciute nel ventennio della Repubblica, quando studio e formazione erano accessibili, queste imprenditrici oggi riescono a muoversi in un contesto complesso utilizzando proprio gli strumenti educativi e psicosociali acquisiti in quegli anni. Li trasformano in risorse per adattarsi, innovare e resistere. E, mentre lo fanno, diventano un punto di riferimento per le più giovani: una trasmissione viva di conoscenze, competenze e forza interiore», sottolinea la socia di Nove Caring Humans.

L’Afghanistan dopo 5 anni di potere talebano

L’Afghanistan è una dittatura teocratica e grazie a un capillare controllo del territorio, è oggi un Paese militarmente più stabile rispetto al passato, ma resta afflitto da profonde sfide economiche, sociali e politiche che ne condizionano il futuro e le relazioni con il resto del mondo. Persistono una grave crisi economica e una forte dipendenza dagli aiuti esterni, ovvero le rimesse inviate da familiari residenti all’estero e gli aiuti umanitari. Il “moderato miglioramento dell’economia” di cui parla la Banca Mondiale non inganni: non si tratta di un miracolo economico, indica solamente il passaggio dalla situazione economica molto grave in cui il Paese era precipitato nel 2021 a una leggermente meno grave che, però, non è avvertito dalla popolazione.

La disoccupazione rimane elevata e i salari sono generalmente bassi. Oltre metà degli abitanti vive vicino alla soglia di povertà e continua ad aver bisogno di assistenza umanitaria, diminuita a causa dei tagli operati da diversi stati donatori e perché l’Afghanistan ha perso interesse agli occhi della comunità internazionale.

Alla migliorata stabilità militare e all’assenza di combattimenti non corrisponde una stabilità sociale. Libertà essenziali, come quelle di parola, di espressione, di associazione e partecipazione mancano. Per le donne vigono poi divieti speciali, allo studio e, in parte, al lavoro. Costrette al silenzio e ad essere invisibili, limitate nei movimenti, sono di fatto cancellate dalla vita pubblica, con enormi ripercussioni sul Paese intero.

L’Afghanistan ha 4243 milioni di abitanti. Oltre il 55% ha meno di vent’anni, una forza-lavoro enorme. In contrasto con la generazione precedente, i giovani chiedono internet, cellulari, contatti con il Mondo esterno, studio, occupazione. Porterebbero al Paese una forte crescita economica se le opportunità di istruzione e di impiego aumentassero. Oggi, frustrati e sfiduciati, molti vorrebbero emigrare. La società resta fortemente divisa in etnie: quella pashtun detiene tutto il potere e non accenna a includere le altre. Il malcontento tra la popolazione è palpabile. Il movimento talebano non è un gruppo compatto come vorrebbe fare credere in quanto esistono forti correnti interne. Dei cambiamenti potrebbero avvenire se la fazione meno intransigente prevalesse, ma al momento non esiste una forza di opposizione efficace.

Essere disabile in Afghanistan, diritti negati

A questo quadro si aggiunge il fatto che in Afghanistan il numero delle persone con disabilità è alto a causa dei lunghi anni di guerra e delle mine antiuomo che Donne afghanecontinuano a fare vittime, dei tanti incidenti stradali e sul lavoro, della insufficiente medicina preventiva e curativa del sistema sanitario nazionale. Molti sono poi i bambini con disabilità congenite o dovute a gravidanze e parti difficili. A riferircelo è Alberto Cairo, presidente di Nove, in Afghanistan da 36 anni, con una lunghissima esperienza in Croce Rossa internazionale. Le persone con disabilità ricevono dalla società simpatia e pietà, ma non opportunità di reinserimento. I loro diritti non vengono garantiti, tanti pregiudizi li ostacolano. La riabilitazione fisica e il reinserimento sociale sono interamente lasciate alle organizzazioni internazionali e nazionali (poche).

Pur non brillando per iniziativa, il regime precedente riconosceva l’importanza dell’inclusione sociale, con congressi, conferenze e proposte di legge. Inoltre pagava regolarmente le pensioni di invalidità. Le nuove autorità non solo hanno annullato le liste degli aventi diritto e introdotto nuovi requisiti di ammissione, ma hanno dichiarato che la pensione non è un diritto, ma carità. Nel caso in cui il pagamento non avvenisse per mancanza di fondi, nessuno avrà il diritto di protestare. Nove Caring Humans in collaborazione con la Croce Rossa internazionale, continua a lavorare a dei progetti dell’inclusione sociale per persone con disabilità oltre alla promozione dello sport come il basket in carrozzina e il calcetto, chiamato futsòl.

 

Véronique Viriglio

Foto © Carolina Rapezzi, Nove Caring Humans

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