Settanta pezzi tra materiali archeologici, statue in marmo e di legno, vasi etruschi e romani, dipinti su tela, incisioni di artisti famosi, potrebbero essere dei falsi ma anche autentici
Il mistero delle trenta casse di opere d’arte celate nella Cupola di San Pietro. Contengono settanta pezzi tra materiali archeologici, statue in marmo e di legno, vasi etruschi e romani, dipinti su tela, incisioni di artisti famosi, potrebbero essere dei falsi ma anche autentici.
Il 6 gennaio, Epifania del Signore, è arrivata dal Vaticano la notizia della morte improvvisa dell’anziano canonico, Monsignor Michele Basso, deceduto nel suo appartamento a ridosso della Basilica di San Pietro. Alcuni prelati si erano insospettiti, in quanto per tutto il giorno, non aveva risposto alle loro telefonate. Lo hanno trovato sul letto privo di vita, in pigiama con i piedi a penzoloni, colpito da un infarto.
Chi era Mons. Basso
Mons. Basso era un grande studioso, un appassionato di opere d’arte, amante della storia e delle tradizioni vaticane ma era anche un fine collezionista di pezzi antichi, a carattere religioso, dipinti su tela, tavole incise su rame, statue in marmo e di legno, ma anche vasi etruschi, greci e romani che erano da lui conservati. Come spiega Il Messaggero, l’improvvisa scomparsa del canonico apre il mistero della provenienza di queste opere.
Il tesoro
Si tratta di tele di Mattia Preti nato in Calabria nel 1613 e morto a Roma nel 1699. Pittore esponente del barocco italiano, soprannominato anche “Cavalier Calabrese “ in quanto fatto Cavaliere da Urbano VIII per la sua attività a Roma in Vaticano. Fu attivo anche a Napoli e a Malta. Mons. Basso era in possesso anche di bozzetti di Pietro da Cortona (1-11-1597 Roma 16-5-1619) pittore che affrescò le sale di Palazzo Barberini a Roma e Palazzo Pamphili a Piazza Navona. Tavole lignee del Guercino, pittore nato a Cento nel 1591 e morto a Bologna nel dicembre del 1666. Opere di Hendrick Golzius, olandese, (nato nel 1558 e morto ad Haarlem nel 1616) un quadro del quale, raffigurante l’Annunciazione, lo hanno venduto di recente a 300.000 euro.
Tra le opere in possesso di Mons. Basso, c’era anche una scultura in marmo bianco di Michelangelo. Tele autentiche che si mescolavano però anche a diversi falsi realizzati da abili falsari che operavano nel passato a Roma.
Sono circa 70 i pezzi antichi che erano posseduti da Mons. Basso, già perché tutte le opere, racchiuse in 30 casse ignifughe, qualche anno fa, il canonico le aveva donate al Vaticano, sigillate con l’autorizzazione della Segreteria di Stato, sistemate in una stanza sita sotto la cupola disegnata da Michelangelo Buonarroti. Poteva trattarsi di opere antiche svendute dalle stesse Chiese per necessità economiche, o da proprietari che ne vedevano il valore deprezzato trattandosi di soggetti religiosi.
Vasi etruschi e romani
Facevano parte della collezione anche numerosi vasi etruschi e romani. A Roma verso la fine dell’ottocento c’era una fiorente industria di falsi, abilissimi ceramisti e maestri artigiani che riproducevano vasi greci, romani o etruschi dando vita a falsi straordinari e a un fiorente mercato internazionale. Tra queste copie, già in possesso del canonico Basso, vi sarebbe il Vaso (o cratere) di Eufronio il cui valore commerciale sarebbe di 15mila euro.
Il vaso o cratere di Eufronio
È un vaso bellissimo detto anche di Sarpedonte decorato a figure rosse alto 45 cm e con un diametro di 55 cm, modellato dal ceramista Euxitheos, e dipinto dal ceramografo Eufronio nel 515 a.C. Proveniente dal saccheggio operato da tombaroli in una tomba di Cerveteri avvenuta nel 1971, il cratere lo ha venduto nel 1972 per un milione di dollari un mercante d’arte italiano al Metropolitan Museum di New York. A seguito di un accordo con le autorità italiane nel 2006 fu restituito all’Italia, non senza polemiche sulla sua autenticità. Inizialmente collocato nel Museo di Villa Giulia a Roma si decise poi di spostarlo, nel 2015, presso il Museo sito nella Necropoli della Banditaccia a Cerveteri ove è tuttora visibile. Una copia del vaso di Eufronio risalente però ai primi del 1900 risulta essere, come detto prima, tra i reperti posseduti da Mons. Basso.
Il dilemma
Se la copia del Cratere di Eufronio di Mons. Basso risale ai primi del novecento, nonostante il ritrovamento ufficiale sia avvenuto solo nel 1971 come può esserci copia di un oggetto che non era stato ancora ritrovato? Si tratta quindi di un reperto che è al centro di una lotta diplomatica tra Italia e Stati Uniti che rischia ora di riaprirsi.
Le riflessione del curatore del Metropolitan Museum su falsi reperti
Quando nel novembre del 1972 – un anno dopo la scoperta del vaso di Eufronio a Cerveteri – l’allora direttore Thomas Irving ne annunciò l’acquisto, Oscar Muscarella – che era il curatore del Metropolitan Museum – fu l’unico ad opporvisi pubblicamente.
Era convinto che la provenienza del vaso fosse più che sospetta, data la scarsa documentazione esistente, nonostante il reperto fosse opera di un ben noto e studiato artista dell’antichità. Muscarella accusò anche il Consiglio del Museo di non avere adeguatamente indagato sulla provenienza del vaso, e fu immediatamente licenziato. Dopo un lungo processo fu, però, reintegrato. Lo stesso Muscarella sosteneva che il famoso “Suonatore d’arpa” figura riportata su un vaso datato più di 4.000 anni fa, e considerato tra i più preziosi dell’arte cicladica, riprodotto su poster e cataloghi di arte antica del Metropolitan Museum, era un falso.
Sulla collezione di Mons. Basso – scrive sempre Il Messaggero – all’inizio del 2000 partì una inchiesta della Procura di Roma che venne poi archiviata, quando il canonico donò tutto al Vaticano per chiudere le polemiche.
Giancarlo Cocco
Foto © Virgilio, Dagospia,













