Il tormento e l’estasi di un grande interprete del Rinascimento ma soprattutto dell’arte universale nella Roma del XVI secolo, dove Michelangelo visse gli ultimi trent’anni della sua lunga vita
Nella Roma della prima metà del Cinquecento, il secolo del Rinascimento, si muoveva sempre più curvo con il passar degli anni l’uomo Michelangelo Buonarroti, “divino” scultore, pittore, architetto, ma anche poeta, l’artista che più di tutti incarnava lo spirito del periodo.
“Quando sente pronunciare la parola Rinascimento” – scriveva lo storico olandese Johann Huizinga – “il sognatore della bellezza antica vede porpora e oro”. Rinascimento significa modernità e gli italiani “erano i figli primogeniti della presente Europa” (Jacob Burckhardt).
Il grande rinnovamento delle arti e delle idee ebbe inizio in Italia e, in una fase successiva, i nuovi atteggiamenti intellettuali e le nuove forme artistiche si diffusero nel resto d’Europa.
Michelangelo giunse una prima volta a Roma nel 1496 ospite del cardinale Raffaele Riario. Successivamente nel 1510, lasciandola nel 1517 per farvi ritorno definitivo nel 1532. La Città eterna mostrava ancora la devastazione operata dai lanzichenecchi con il famoso sacco nel 1527. Ma era cominciata un’opera di ricostruzione materiale (e morale) e per questo erano accorsi architetti, scultori, pittori, letterati, che avrebbero riscritto la storia di Roma. Non vi era alcun dubbio che la scena artistica si sarebbe sviluppata nella Capitale d’Italia.
Il cardinale Alessandro Farnese, appena eletto Papa con il nome di Paolo III il 13 ottobre 1534, conferì a Michelangelo la carica di “Supremo architetto, scultore e pittore dei palazzi vaticani” con uno stipendio “di cento scudi mensili, pagabili per metà dalle casse vaticane e per metà dai ricavi delle tasse di una dogana del Po che gli veniva conferita come beneficio. Era l’appannaggio più ricco mai percepito da un’artista del Rinascimento” scrive Antonio Forcellino nel libro “Michelangelo. Una vita inquieta”.
Aveva già lasciato l’impronta del genio in numerose opere fra le quali l’opera pittorica incommensurabile della vòlta della Cappella Sistina, la scultura della Pietà, Mosè per la tomba di Giulio II con le altre sculture, Madonna con Bambino, Bacco ubriaco, David, Prigioni (o schiavo).
Il ritorno a Roma nel 1532, all’età di 58 anni, sempre avvolto dalla febbre dell’arte, coincise forse con il periodo più felice della sua lunga vita.
Fino a quell’anno aveva prodotto una quantità notevole di opere d’arte nel campo della scultura, pittura, architettura. Forse nessun altro aveva raggiunto vette così elevate nei diversi campi dell’arte, che si espresse anche nella conoscenza profonda del corpo umano.

“In lui il corpo umano è materiale quasi puramente architettonico. I corpi vengono mossi, negli affreschi e nelle statue, al di là del loro perché logico, e le linee melodiche dei muscoli si inseguono con legge musicale” ha scritto il pittore Umberto Boccioni.
Un cultore del corpo che provoca brividi nell’ammirare i suoi dipinti, le sue sculture, quella che qualche secolo dopo è stata definita la “Sindrome di Stendhal”.
Proprio lo scrittore Marie–Henri Beyle, con lo pseudonimo di Stendhal, console francese a Civitavecchia, negli Stati pontifici nel 1831, ha lasciato scritto un pamphlet dal titolo “Chi mi difenderà dal tuo bel volto”, dal titolo di una poesia di Michelangelo scritta qualche anno prima dell’incontro. Poche pagine che mettono in risalto la passione che l’artista nutriva per un giovane della nobiltà romana, Tommaso dei Cavalieri, una folgorazione dopo l’incontro in casa di quest’ultimo nel giugno 1532 in via de’ Barbieri, palazzo situato nei pressi del Teatro Argentina e abbattuto nel 1888.
Stendhal nel giugno del 1832 è a Roma in un pied-à-terre che ha affittato insieme al suo amico pittore ginevrino Abraham Constantin. Ha appena letto alcune poesie di Michelangelo e ha come una rivelazione: si trova nelle stanze del Palazzo di Tommaso dei Cavalieri, proprio in quelle abitate dal giovane nobile romano che trecento anni prima riceveva Michelangelo e in queste stanze il “genio” si innamorò del giovane.
Ecco come ricostruisce quell’incontro Stendhal
“In questa stanza, dunque! Il piccolo uomo un po’ deforme, scaruffato, tutto nervi, entra preceduto da un servo arrogante. Ma il Signore che l’ha convocato per una misteriosa commissione, non c’è, è uscito, forse ha dimenticato. Immobile, come un ritratto in piedi, corsetto di porpora, braghe di maglia nera, la mano sinistra mollemente appoggiata sulla mensola del camino, lo attende il giovane Tommaso. Ha occhi bellissimi, di quei grandi occhi che alla menoma commozione si fanno un po’ loschi”.
“Il vecchio è fermo in mezzo a questa stanza, dove sono io, esattamente trecento anni fa, nel 1532. Non può distogliere il suo sguardo da quello sguardo. Chi mi difenderà dal tuo bel volto! Il giovane si muove lentamente, fa un cenno col capo, siede sulla savonarola che è accanto a un solido tavolo sul quale è posata una enorme coppa d’argento, colma di frutta e rametti di alloro. Ancora non si sono detti una parola; Michelangelo è in piedi, come impietrito”.
“«Vi par nulla sfidare il Cielo» mormora il vecchio già innamorato «e credere nello stesso istante che il Cielo potrebbe incenerirvi?»”.
“Tommaso si alza con la grazie perfetta che avrebbe esibito nel salotto di una regina, gli prende la mano, gliela bacia premendovi le labbra. «Maestro» gli dice, «perdonatemi».
«Signor mio, non sono adirato, e non avete niente da farvi perdonare».
«Ho parlato con leggerezza…».
«Siete giovane».
«Non vi ho neppure salutato. Avrei dovuto correre io ad aprirvi la porta».
«Non sono uso a simili onori. Entro, esco, nessun servo mi accompagna».
«Maestro, mio padre è stato trattenuto da una imprevista circostanza e…».
«Non datevi pensiero»”.
“Il vecchio gira lentamente lo sguardo, perlustrando la camera. Quel lusso inutile lo irrita. Egli avverte un’insolita spossatezza; solo più tardi avrà coscienza del proprio languore. Il piacere degli occhi! Possibile che questo giovane, le cui fattezze, i gesti, l’incedere, esprimono una tale compressa intensità, si accontenti di guardare il Mondo con gli occhi? Ma intanto lui non riesce a distogliere i suoi occhi da quell’ovale perfetto, dove il solo naso imperioso si impone ai tratti delicati, quasi femminei, da quei capelli tanto morbidamente ondulati, dalle mani così vibratili che vorrebbe disegnarle, subito”.
“«Sono Tommaso de’ Cavalieri» dice, notando l’imbarazzo dell’uomo.
«Non vorrei disturbare il vostro lavoro» aggiunge con leggera titubanza «ma mi sarebbe caro visitare la vostra bottega»”.
“Michelangelo si alza in piedi e subito è in piedi anche Tommaso. Come descrivere i sentimenti al loro nascere, quando ancora sono in tumulto i sensi che li hanno generati?”
“Il vecchio lo sa. Avrebbe dovuto non dire, ma fare indovinare. Sente nel ragazzo rispetto e ammirazione, e insieme, una certa resistenza, la sua stessa franchezza, quando parla di sé, lo rende antagonista. È forse la timidezza che si maschera di spavalderia, e che ha un fondo di onestà assoluta”.
“Michelangelo è attratto da Tommaso anche perché vede in lui un degno oggetto d’amore”.
“Ossessionato da ciò che per lui è l’oggetto principale dell’arte: il corpo umano. Tommaso riappare inaspettatamente nel suo studio. Poserà per lui. Disegni sconvolgenti che esprimono la furia repressa dell’artista, la sua lunga tormentata attesa”.
“Amava ogni manifestazione del bello, quindi anche i begli uomini. Naturalmente si trattava di amore platonico. Condivi lo chiarisce ripetutamente, e non è abbastanza di spirito per mentire; nondimeno correvano voci con una certa insistenza sulla sua predilezione per gli uomini”.
“Tutta la sua opera ci parla della castità dell’anima di questo grand’uomo”.
“Fra il giovane e l’artista si sta costruendo un sentimento che ha tutte le caratteristiche della passione, eccetto gli impedimenti e i trionfi carnali, sostituiti da un furore intellettuale che Tommaso sta imparando a ricambiare”.
Il manoscritto stendhaliano si interrompe qui.

A Tommaso dedicò tre disegni dopo l’inizio della loro relazione: “Caduta di Fetonte”; “Tizio tormentato dall’aquila”; “Il ratto di Ganimede”. Scrive il Vasari: “(…) Gli fece molte carte stupendissime disegnate di lapis nero e rosso di teste divine; e poi gli disegnò un Ganimede rapito in cielo dall’uccel di Giove, un Tizio che l’avvoltoio gli mangia il cuore, la cascata del carro del sole con Fetonte nel Po, e una baccanalia di putti, che tutti sono ciascuno per sé cosa rarissima e disegni non mai più visti”.
La Roma degli ultimi trent’anni di Michelangelo ha un nuovo volto, disegnato da quella pletora di artisti che vi avevano fatto dimora, ma soprattutto per il lavorìo incessante dei Papi della Controriforma, volto nuovo che aveva trovato in Michelangelo l’artefice massimo.
Il 18 febbraio 1564 sull’imbrunire, nella propria casa di Macel de’ Corvi (dove aveva vissuto per circa trent’anni insieme con un servitore, una domestica e i suoi animali), a pochi passi del foro di Traiano, si spegneva assistito da Tommaso dei Cavalieri, Daniele da Volterra, Diomede Leoni, i medici Federico Donati e Gherardo Fidelissimi, “colui che per grandezza di opere e umiltà di spirito si era congiunto all’immortalità di Roma” (Mario Rivosecchi).
Enzo Di Giacomo
Foto © Wikipedia, The Metropolitan Museum of Art New York, Casa Buonarroti Firenze, Muséè Bonnat Bayonne













