La Turchia chiede all’Ue la revoca delle sanzioni alla Siria

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Turchia

Reuters: “La Grecia spenderà più di 25 miliardi di euro per tenere il passo con la Turchia”

La Turchia chiederà nuovamente a Bruxelles di revocare le sanzioni contro la Siria incondizionatamente e a tempo indeterminato durante l’incontro annuale dei donatori internazionali che inizia oggi”, si legge in un comunicato del il ministero degli Esteri turco.

Ankara, alleata delle nuove autorità siriane de facto al potere dall’8 dicembre, considera la misura una conditio sine qua non per sostenere unatransizione globale e pacifica” nel suo vicino, con cui condivide un confine di 910 chilometri. “La tranquillità economica della Siria è essenziale per la stabilità e la sicurezza del Paese”, continua il comunicato stampa del ministero. “Devono essere create opportunità economiche e posti di lavoro”. Anche la diplomazia turca, che continua a ospitare circa tre milioni di rifugiati siriani, ha auspicato una “ricostruzione totale” della Nazione al fine di “incoraggiare i rimpatri”. La Turchia sarà rappresentata al vertice dal vice ministro degli Esteri Nou Yilmaz.

Dopo che le autorità di transizione hanno preso il sopravvento, adottando una dichiarazione costituzionale che concede pieni poteri al presidente ad interim Ahmad al-Shara, l’Unione europea ha sospeso le sanzioni contro settori chiave dell’economia siriana. Ma dopo i recenti massacri nel nord-ovest del Paese, si è detta pronta a imporne di nuove se il nuovo potere non manterrà le promesse di inclusione e rispetto dei diritti delle minoranze. La provincia di Latakia questo mese è diventata teatro di esecuzioni di massa di civili, per lo più alawiti, scatenando attacchi da parte dei lealisti al deposto presidente Bashar al-Assad contro le forze di sicurezza delle autorità di facto.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede in Gran Bretagna, più di 1.200 persone sono state uccise nel giro di pochi giorni.

Accuse

«L’Unione europea non può arrogarsi il diritto di impartire lezioni di democrazia alla Turchia». È questa la posizione espressa da Mehmet Uçum, alto consigliere della presidenza turca, che ha accusato Bruxelles di ipocrisia e doppi standard nel suo approccio verso Ankara. «La Turchia ha sempre dimostrato un’intenzione sincera di aderire all’Unione europea, mentre l’Ue continua ad agire con falsità e ipocrisia», ha dichiarato in un post su X, commentando il recente rapporto sulla Turchia redatto dall’eurodeputato spagnolo Nacho Sánchez Amor. Secondo il consigliere turco, quel documento rappresenta un «esempio di arroganza e presunzione derivante da una mentalità colonialista».

Uçum ha poi attaccato Bruxelles sul tema della lotta al terrorismo, sostenendo che l’Ue stia cercando di indebolire le misure turche, sia a livello normativo che operativo, preoccupandosi unicamente delle proprie esigenze di sicurezza. «Gli Stati membri si proclamano campioni della democrazia, ma al loro interno abbondano esempi di violazioni dei diritti fondamentali», ha sottolineato, ribadendo che l’Unione stessa è oggi «il malato d’Europa» e dovrebbe pensare ai propri problemi piuttosto che impartire lezioni agli altri.

Per quanto riguarda un’eventuale adesione della Turchia all’Ue, Uçum ha chiarito che Turchiaquesto potrà avvenire solo se entrambe le parti lavoreranno congiuntamente una legislazione di associazione equa. In caso contrario, ha avvertito, Ankara non accetterà passivamente imposizioni da Bruxelles. «Il rapporto deve basarsi sull’uguaglianza. L’epoca delle relazioni verticali è finita da tempo», ha concluso il consigliere, ribadendo che Ankara non intende sottostare a trattamenti discriminatori da parte dell’Unione.

Il piano greco

Riguardando la questione Grecia /Turchia un rapporto della Reuters ha affermato che la Grecia scaverà a fondo nelle sue tasche sulla questione delle armi e si prevede che spenderà più di 25 miliardi di euro per le tensioni con la Turchia. Atene, attuando un piano con un orizzonte di 12 anni, prevede di acquistare droni, sottomarini, satelliti e di aggiornare i jet da combattimento. Più in dettaglio, il nuovo piano si baserà sulle recenti riforme. La Grecia, membro dell’Unione europea e della Nato, spende già circa il 3% del suo prodotto interno lordo per la difesa. Si tratta di quasi il doppio della media dell’Ue, che è sotto pressione per rafforzare la difesa mentre la sua alleanza di 75 anni con gli Stati Uniti è sotto pressione.

Due fonti coinvolte nella preparazione del piano hanno rivelato che includerebbe l’acquisto di quattro nuovi sottomarini, aerei, droni marittimi e subacquei e un satellite per le comunicazioni. Parte del denaro sarà utilizzato per sviluppare una cupola antiaerea e antidrone, chiamata “Scudo d’Achille”, e per pagare 20 caccia F-35 ordinati dagli Stati Uniti. La Grecia aggiornerà anche i vecchi caccia F-16 al livello Viper e ammodernerà quattro fregate MEKO 200 di fabbricazione tedesca già in servizio nella Marina. Inoltre il piano includerebbe fino a sei nuove grandi motovedette o corvette, da costruire nei cantieri navali greci e come già annunciato in precedenza si provvederà all’acquisto di un nuovo sistema di artiglieria a razzo a lungo raggio, con una portata fino a 300 km. La maggior parte di essi proteggerà il confine nord-orientale della Grecia con la Turchia e le sue Isole dell’Egeo.

Opinioni contrastanti

Intanto Il Financial Times pubblica un rapporto in cui si cita la disputa tra Francia e Germania sui 150 miliardi di euro da investire nella difesa europea. Al centro del dibattito c’è la questione della provenienza: esclusivamente dalle industrie degli armamenti dell’Ue o addirittura da Paesi terzi, come la Turchia?

In un vertice di emergenza giovedì scorso a Bruxelles, diversi leader, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, hanno sostenuto che gli aiuti alla difesa dovrebbero essere aperti ai partner non Ue. «Per noi è molto importante che i progetti che possono essere sostenuti siano aperti anche a Paesi che non sono membri dell’Unione europea ma hanno una stretta cooperazione con essa, come la Gran Bretagna, la Norvegia, la Svizzera o la Turchia», ha sostenuto Scholz.

Tuttavia, il presidente francese Emmanuel Macron non è d’accordo, affermando che «la spesa non dovrebbe essere per armamenti che non sono di origine europea». Inoltre, ha dichiarato che a ciascuno Stato membro dell’Ue verrà chiesto di «rivedere i propri ordini per vedere se le opzioni all’interno dell’Europa possono essere prioritarie».

Compromessi

A seguito del vertice di Bruxelles, la Commissione europea ha proposto di raccogliere 150 miliardi di euro. Questi soldi saranno messi a disposizione dei Paesi membri sotto forma di prestiti per rilanciare la produzione militare. Sebbene la proposta sia stata adottata all’unanimità, i dettagli sono ancora in fase di elaborazione, con un contesto intenso per stabilire se il denaro possa essere speso per armi prodotte al di fuori dell’Ue.

Fonti diplomatiche a Bruxelles temono che l’iniziativa non sarà un passo nella giusta direzione. L’euro rischia di cadere in un limbo per lo stesso motivo per cui si è ritardato l’accordo sul programma europeo per l’industria della difesa, un fondo di 1,5 miliardi di euro. «C’è molto lavoro da fare per preparare questo piano in due settimane. Saranno fatti compromessi», ha affermato un funzionario dell’Ue.

La Polonia, che detiene la presidenza di turno, è responsabile dell’organizzazione delle riunioni ministeriali del blocco e sembra destinata a essere messa sotto pressione per raggiungere un accordo rapido. L’iniziativa può essere approvata dalla maggioranza dei 27, ma il consenso della Francia è considerato cruciale, anche se può essere annullato da un voto. «Siamo a un punto in cui la questione deve essere risolta per ragioni di velocità, non di perfezione», ha sostenuto un diplomatico coinvolto nei negoziati. «Se ci fosse un’esitazione ad andare avanti con 1,5 miliardi di euro, allora dovremmo pagarlo. Nonostante le obiezioni francesi, come possiamo aspettarci di raggiungere un accordo su 150 miliardi di euro?».

 

George Labrinopoulos

Foto © Al Arabiya, Human Rights Watch, Mynet Haber, Breaking Defense

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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