Il martirio fallito di Giovanni Apostolo e il sito romano considerato sacro da quasi due millenni che ne ricorda il prodigio
Esiste un luogo a Roma nei pressi di Porta Latina, lungo le Mura Aureliane, che testimonia il punto del martirio fallito di San Giovanni Apostolo. Una piccola cappella dalla pianta ottagonale, simile a un tempietto, commemora infatti la tradizione cristiana che vede Giovanni uscire illeso dal calderone di olio bollente in cui l’imperatore romano Domiziano, despota poi colpito di damnatio memoriae, lo fece gettare. Questo, vedeva in lui una minaccia alla stabilità religiosa del suo impero poiché Giovanni, residente a Efeso, rifiutava il prescritto culto imperiale non riconoscendo la presunta divinità di lui.
In quei tempi l’Impero Romano era esteso sui tre Continenti di Europa, Africa e Asia, prossimo alla sua massima espansione territoriale. Adorare l’imperatore era allora utile a controllare e unificare i popoli ed era considerato una vera e propria prova di lealtà. Dunque, ciò che accomunava cittadini di ogni luogo e provincia all’Impero, ma questo imponeva, tra l’altro, l’uso del titolo di Dominus et Deus, ossia Signore e Dio, da rivolgere a un uomo, seppur il politico d’eccellenza del tempo.
Unico Apostolo a non morire di morte cruenta, Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo detto il Maggiore, era il più giovane nel gruppo dei Dodici di cui parlano i (tre) Sinottici, il vergine, identificato tradizionalmente (fino al XIX sec.) nel “discepolo amato” citato dal quarto vangelo, e dunque allora pure evangelista secondo l’introduzione del titolo greco con cui questo inizia e cioè evaggelion katà Ioannen, «evangelo secondo Giovanni».
Il discepolo amato e il corpus giovanneo
Per la sua singolare purezza e castità Giovanni fu in grado, al pari di un diamante purissimo, privo d’impurità, di resistere indenne alle prove più dure, come ricevere le più alte rivelazioni. È infatti anche l’autore, seppur dibattuto sul piano storico e teologico dalla critica biblica moderna, di tre lettere cattoliche e dell’Apocalisse, il libro rivelazione che da secoli suggestiona psiche e cultura umana tra cavalieri dai destrieri colorati, figure archetipe di non semplice descrizione e il tema universale della fine, o meglio, del fine del tempo e dei tempi.

Dal greco apokàlypsis, sostantivo che significa proprio rivelazione, è uno scritto «stratificato» e dunque valido in ogni epoca. Seguendo lo schema epistolario del tempo, Giovanni, narra le visioni e rivelazioni ricevute dal Cristo, quel Gesù ucciso ma vivente in eterno e per tanto costituito unico Signore della storia umana, sul futuro delle comunità e sul collasso delle potenze malvagie. Secondo l’interpretazione di alcuni storici moderni, il testo rappresentava una lettera di resistenza al culto imperiale oltre a una forte critica del sistema economico romano, rimane comunque un vero e proprio documento sociale circa la vita delle province orientali del I secolo.
Martirio fallito e esilio
Tertulliano, alla fine del II sec. d.C., nella sua opera De praescriptione haereticorum, narra l’evento prodigioso accadutogli a Roma (capitolo 36) e ci informa così, anche cronologicamente, della commutazione della pena a seguito del fallito martirio. Giovanni è ritenuto un potente mago e quindi relegato in esilio a Patmos, un’isola greca nel Mar Egeo usata dai romani per la sua asprezza come colonia penale. Oggi tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco, anche definita la «Gerusalemme dell’Egeo» è il luogo in cui scriverà il libro che chiude il Nuovo Testamento, l’Apocalisse, mentre Domiziano sperava che il sant’uomo vi morisse di fatica lavorando duramente nelle miniere di quell’isola. Morì lui, pochi anni dopo il fallito martirio, in una congiura.
La tomba vuota dell’unico apostolo morto di vecchiaia
Alla morte dell’imperatore Domiziano, nel 96 d.C., il successore posto dal Senato revocò gli esili e Giovanni fu libero di tornare a Efeso, l’odierna Turchia, ove concluse la stesura del suo Vangelo, su richiesta dei suoi amici, discepoli e dei vescovi dell’Asia Minore, come riporta Eusebio di Cesarea citando Clemente Alessandrino. Resse la Chiesa di quella Città fino alla morte, sopraggiunta in tarda età, quasi centenario. Secondo Eusebio, Giovanni morì in pace durante il terzo anno dell’imperatore Traiano. Intorno al 190 d.C. Policrate, vescovo di Efeso, indirizzando una lettera a Papa Vittore ci dà conferma che «colui che si abbandonò sul petto del Signore giace a Efeso».
La sua sepoltura, in un luogo deserto sulle montagne efesine, con il fenomeno della polvere santa, la manna, è stata la seconda meta di pellegrinaggio, dopo Gerusalemme, fino alla conquista ottomana. Oggi presso la collina Ayasuluc della cittadina turca di Selçuk si possono visitare le imponenti rovine della Basilica di S. Giovanni Apostolo, costruita sul presunto luogo di sepoltura dell’apostolo, dall’imperatore bizantino Giustiniano nel VI sec. d.C.. Infatti, solo con la libertà data al culto cristiano dall’imperatore Costantino, il noto editto di Milano del 313, fu possibile per essi edificare chiese. Oggi il sito è segnalato da una lastra di marmo incisa con intorno quattro colonne.

Scavi recenti hanno rivelato una tomba vuota, scoperta che sembra proprio essere in linea con le testimonianze di antichi autori che, come Gregorio di Tour, Agostino d’Ippona e altri, tramandano di una polvere miracolosa, bianca e profumata, che fuoriusciva dal luogo sepolcrale dell’apostolo, particolarmente abbondante il giorno 8 maggio, e che, raccolta in vasetti, veniva utilizzata e ricercata per le sue virtù guaritrici.
La manna di San Giovanni
Questa data è stata mantenuta dalla liturgia ortodossa come annuale festa per tramandare il miracolo della manna di San Giovanni oltre a quella del 26 settembre, festa detta della «dormizione» e che celebrare il trapasso della dimensione terrena.
I cattolici attualmente festeggiano il santo una sola volta l’anno durante l’Ottava di Natale, il 27 dicembre, ma è interessante sapere che prima del 1960 esisteva anche una seconda ricorrenza, quella del 6 maggio, a commemorazione proprio del miracoloso martirio cui la cappella, oggi detta di San Giovanni in Oleo, nell’olio per l’appunto, ne ricorda il sito. Restaurata lungo i secoli era nota già in epoca paleocristiana nei pressi dell’antica Porta, sorta forse, sui resti di un monumento o di un tempio pagano. Memorie e documenti di questa piccolo oratorio si ritrovano sul finire del IV e inizio del V sec. d.C., al tempo dell’erezione dell’adiacente Basilica di San Giovanni a Porta Latina, all’epoca di Papa Gelasio I (492-496), nella parte sud-orientale del colle Celio, uno dei famosi sette colli di Roma (Rione XIX) luogo in cui oggi rimane e vive, come festa locale, la data del 6 maggio.
La cappella memoria dell’evento prodigioso
L’evento prodigioso si legava quindi al privilegio del vergine Giovanni, l’unico che ebbe la forza di rimanere accanto al suo Maestro nell’ora più estrema della morte e quindi l’unico, sembrerebbe, pure a non aver subito la corruzione della carne.
Adamo De Palma
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