Trump valuta l’invasione dell’Iran

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Trump vs Teheran

Si moltiplicano insistentemente le voci sulla possibilità che il Tycoon invii truppe americane sul suolo iraniano. Si aprirebbe una nuova e catastrofica fase del conflitto

Alternando fragili entusiasmi alla frustrazione data dai risultati sul campo di battaglia, per la prima volta dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, Donald Trump ha valutato pubblicamente la possibilità di disimpegnarsi dal conflitto con Teheran. Segnale che non tutto (o quasi nulla) sta procedendo come dovrebbe. La ben più preoccupante alternativa di inviare le proprie truppe sul suolo iraniano riflette invece l’impazienza dell’inquilino della Casa Bianca, prossimo a un bivio: ritirarsi o esasperare il conflitto a tal punto da riproporre lo scenario iracheno (2003).

Il giallo delle scorte di uranio

In queste ore, l’amministrazione Usa si trova a fare i conti con gli obiettivi inizialmente prefissati e la distanza che si frappone tra essi e il loro raggiungimento. Per mesi, il presidente statunitense e il premier israeliano hanno ripetuto lo stesso mantra: il regime degli Ayatollah non può disporre di testate nucleari né di un sistema di produzione balistica così efficiente come quello iraniano.

Eppure, se a detta del Pentagono, oggi «l’Iran sta lanciando il 90% in meno di missili dall’inizio della guerra e il 95% in meno di droni», maggiori preoccupazioni desta il programma atomico di Teheran. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), la maggior parte delle scorte di uranio sopravvissute alla Guerra dei 12 giorni – utili a produrre una decina di ordigni – sono stoccate in tunnel sotterranei presso il sito di Isfahan.

Si tratta di depositi posti centinaia di metri sotto terra, difficilmente raggiungibili, anche a causa dei raid statunitensi che ne hanno provocato il crollo dei principali ingressi. Per tal ragione, il «bisognerà andare a prenderle» del segretario di Stato Marco Rubio, riferito a poche ore dallo scoppio della guerra, risuona come l’unica possibilità teoricamente credibile alla risoluzione dell’annosa questione.

I rischi di riproporre un Iraq 2.0

Il ragionamento funziona, però, solo in linea ideale. Nei fatti ha tutta l’aria di una missione suicida: l’Iran non è il Venezuela. Le Forze speciali americane dovrebbero districarsi tra sistemi di difesa che funzionano e milizie abilmente addestrate – oltre che disposte a tutto pur di difendere la propria causa. Né valutazioni militari escludono che i siti di interesse possano essere cosparsi di mine ed esplosivi ben nascosti. Il margine di errore è allora minimo. Non solo le unità speciali Usa rischiano la propria vita: se i contenitori di uranio venissero perforati, il risultato sarebbe un clamoroso incidente radioattivo

Gli Stati Uniti sembrano difettare di una exit strategy per un difficile quadro in cui – pressati da Israele – si sono incastrati da soli. Eppure, il primo passo verso il baratro è realtà: circa 2.500 Marines a bordo di tre navi da guerra sono stati reindirizzati dall’IndoPacifico verso le acque mediorientali. Coincidenza o meno, le unità in questione, appartenenti alla 15ª Marine Expeditionary, furono impiegate in Afghanistan nel 2001. È probabile che nelle prossime settimane Trump prenderà una decisione in merito – questa mattina Reuters ha rivelato che oltre ai Marines, saranno dislocate ulteriori decine di migliaia di truppe. 

La strategia asimmetrica di Teheran

C’è poi un altro punto fondamentale. L’Iran ha dimostrato di essere ben consapevole del proprio vantaggio asimmetrico. Missili balistici contro altri attori regionali (Cipro, Kuwait, Turchia) e il rischio di un crisi energetica pari, se non superiore, al Kippur (1973) sono carte giocate non per disperazione, ma con metodo

Lo stretto di Hormuz continua a essere bloccato, provocando l’interruzione dei flussi di oltre ⅕ del commercio petrolifero e di gas del Mondo. Conseguentemente i colossi del petrolio o del Gnl rallentano o bloccano la produzione (come Qatar Energy o Saudi Aramco), mentre sempre più comunità (l’Unione europea) valutano l’utilizzo di scorte strategiche d’emergenza. E il prezzo del petrolio cresce. 

Il risultato è che il Mondo è a un passo dal cortocircuito. E la nuova dirigenza iraniana non sembra voler cedere il passo: lo stretto è disseminato di mine e di motoscafi che eludono con facilità i sistemi di tracciamento dei jet israeliani e statunitensi; pronti a utilizzare un razzo teleguidato o una mina magnetica contro qualsiasi petroliera provi a solcare quei mari. Le acque infestate di Hormuz sono un lampante esempio dell’asimmetria tra le tattiche low cost massima resa e minima spesa a cui Teheran si affida e i costosissimi mezzi che Marina e Aeronautica Usa sono costretti a impiegare in risposta.

L’isola di Kharg

Nel pieno dell’agitazione e dell’insoddisfazione, almeno questo è il clima che fonti ben informate raccontano al Wsj e Nyt, gli ambienti della White House provano a muoversi su due direttrici.  

La prima prevede l’utilizzo delle forza brutale. Venerdì l’aviazione Usa ha bombardato l’isola di Kharg – snodo strategico da cui passa il 90% dell’esportazione del greggio di Teheran. Colpire il centro nevralgico dell’economia iraniana vuole essere un tentativo volto a paralizzare un Paese già funestato da una terribile crisi alimentare e inflattiva.

Se Kharg si blocca, l’Iran implode

Non solo. Carter o Reagan avevano scartato con pochi dubbi un’opzione di terra; oggi nulla è scontato: in queste ore Trump sta valutando la presa d’assedio dell’isolotto con unità sul campo.

Ancora una volta, però, la realtà ha il compito di portare l’amministrazione Usa con i piedi per terra: conquistare tale estremità, situata lungo il Golfo persico, significherebbe proteggere una forza di occupazione da un assedio continuo di decine di migliaia di milizie iraniane. Il presidente Usa ha sempre rifuggito l’idea di impantanare gli States in un nuova Desert Storm, ma vi sta precipitando l’America: un’alternativa del genere non potrebbe che prevedere una presenza prolungata dell’esercito statunitense sul suolo iraniano.

La Coalizione di Hormuz

Trump vs TeheranDietro le quinte, invece, la Casa Bianca ha trascorso sabato e domenica al telefono con alti funzionari del Golfo, europei e asiatici per lavorare alla formazione di una coalizione multinazionale che possa scortare le petroliere lungo Hormuz. Eppure, la proposta si scontra con le scarse volontà e mezzi a disposizione: non solo si tratta di un’operazione che richiederebbe settimane e la mobilitazione di un numero ancora maggiore di navi e attrezzature difensive. Tutti i principali alleati interpellati – Gran Bretagna, Giappone, Germania, Francia, Corea del Sud – hanno lasciato intendere pubblicamente, vuoi per cavillo costituzionale (Tokyo) o con maggiore franchezza (Parigi, Roma e Berlino), che nessuno è disposto a mettere a repentaglio la vita dei propri militari

Ad ogni modo, sottotraccia pare che l’amministrazione Usa stia premendo per ottenere quantomeno un impegno formale (di natura politica) e che Londra sia la più malleabile di tutti – per la debolezza politica di Starmer. L’impressione è che con in ballo il futuro della Nato, in molti si convinceranno ad assecondare i desiderata americani: la questione di “chi invierà cosa e quando” verrà definita in seguito. 

In un modo o nell’altro, Trump intende costringere Teheran a riaprire Hormuz. Se ciò non dovesse accadere occorrerà prepararsi al peggio.

 

Fabio Sinisi

Foto © TheSeattleTime, Stimson Center, Wired Italia, Business Insider, Business Insider

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