Trump alza la pressione sulla Nato, l’Ue discute mandato navale, energia cara e rischio escalation con l’Iran pesano sulle scelte di Bruxelles
L’Europa è al centro di una crisi che intreccia sicurezza marittima, energia e rapporti con Washington, ma procede divisa sul ruolo da giocare tra il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz.
L’appello di Trump e il nodo Nato
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito che, se la Nato non contribuirà a difendere lo Stretto di Hormuz, potrebbe delinearsi un futuro «molto negativo» per l’Alleanza. Da giorni il leader americano sollecita gli alleati a partecipare a una coalizione navale per riaprire il corridoio, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e che è di fatto bloccato dagli attacchi iraniani alle navi mercantili.
Di fronte ai giornalisti, Trump ha insistito sul fatto che altri Paesi debbano «proteggere le proprie Regioni», ricordando che la sicurezza dello Stretto serve «più a loro che a noi» e citando esplicitamente partner come Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia e Regno Unito. Nel mirino c’è in particolare la Cina, che ottiene la grande maggioranza del proprio greggio proprio attraverso Hormuz, e che finora ha risposto con indifferenza alle sollecitazioni statunitensi.
Mercati in tensione e priorità energetica europea
La chiusura dello Stretto ha alimentato forte incertezza sui mercati, spingendo il prezzo del petrolio sopra i cento dollari al barile e aggravando una crisi energetica che in Europa si traduce in bollette più alte e timori per la competitività industriale. L’aumento dei costi di energia e fertilizzanti ha riportato la guerra in Iran e le sue ricadute economiche ai primi posti dell’agenda dei Governi dell’Ue.
Per Bruxelles, mantenere aperto Hormuz è ormai una questione di interesse strategico diretto: «È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, annunciando che i ministri discuteranno «cosa possiamo fare a questo proposito dal punto di vista europeo».
Sul tavolo dei Ventisette c’è innanzitutto il futuro di Eunavfor Aspides, la missione navale europea lanciata nel 2024 per proteggere le rotte commerciali nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi e prorogata fino al 2027. Negli ultimi mesi l’operazione ha registrato un forte aumento delle richieste di protezione, spingendo Kallas ad annunciare che «la rafforzeremo con navi aggiuntive per migliorare la sicurezza marittima nella Regione». A Bruxelles si ragiona ora su «diverse opzioni», tra cui il rafforzamento delle navi disponibili e delle capacità di intercettare le minacce, fino all’ipotesi più delicata: rivedere il mandato di Aspides per consentirle di operare anche nell’area dello Stretto di Hormuz.
«Cercheremo di capire se è possibile cambiare il mandato della missione Aspides, il punto è capire se gli Stati membri vogliono usare questa operazione per la sicurezza nell’area dello Stretto di Hormuz», ha spiegato Kallas arrivando al Consiglio Affari esteri.
Divisioni interne: Berlino dice no, Roma frena
Le Capitali europee, però, si muovono in ordine sparso, tra chi guarda con favore a un
potenziamento di Aspides e chi teme un coinvolgimento diretto nel conflitto con l’Iran. Da Berlino è arrivato un secco rifiuto a partecipare a eventuali operazioni internazionali nello Stretto di Hormuz, con il ministro degli Esteri Johann Wadephul che ha escluso una missione militare a difesa del traffico commerciale nella zona. Inoltre ha affermato che la sicurezza potrà essere garantita «solo attraverso una soluzione negoziata» e «parlando anche con l’Iran», definendosi «molto scettico» sul fatto che l’estensione di Aspides a Hormuz possa migliorare davvero la sicurezza marittima. «La missione navale non è stata efficace nemmeno nel Mar Rosso», ha tagliato corto il capo della diplomazia tedesca, segnando un chiaro distinguo rispetto alle posizioni più interventiste.
L’Italia, che detiene il comando navale di Aspides, si dice pronta a «rafforzare la missione per tutelare i commerci» nazionali ed europei, ma mantiene ferma la linea rossa di un coinvolgimento diretto a Hormuz. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha accolto con favore l’idea di potenziare la presenza nel Mar Rosso, ma ha richiamato la necessità di calibrare ogni scelta nei confronti di Washington e nel quadro Nato.
Parigi, Londra e la cautela dei partner
Anche tra gli altri partner europei prevale la cautela, nonostante le pressioni americane e l’urgenza imposta dalla crisi energetica. A Londra, il Governo ha ribadito che la sicurezza dello Stretto è una «priorità», spiegando di essere «in contatto con gli alleati, Stati Uniti compresi», e di valutare «tutte le opzioni possibili», ma rinviando i dettagli operativi a un momento successivo.
Secondo alcune fonti interne Parigi preferisce muoversi lontano dai riflettori: in pubblico mantiene il silenzio sull’ipotesi di una coalizione guidata dagli Usa a Hormuz, mentre dietro le quinte spinge per rafforzare la missione Aspides nel Mar Rosso e per mantenere un’impronta europea autonoma nella gestione della crisi. La contrapposizione franco‑tedesca, con la Francia più disponibile a usare lo strumento militare e la Germania schierata su una linea negoziale, contribuisce a paralizzare un fronte comune dell’Ue.
Tra Onu, “coalizione dei volenterosi” e ruolo dell’Ue
Per evitare che un rafforzamento di Aspides o un eventuale mandato su Hormuz
trasformino un’operazione difensiva in un intervento attivo, a Bruxelles prende quota anche l’idea di una missione internazionale sotto egida Onu. «Nel fine settimana ho parlato con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres per capire se è possibile avere un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», ha rivelato Kaja Kallas, evocando un modello di sicurezza condivisa sullo stile del corridoio del Mar Nero.
Parallelamente, l’alta rappresentante ha aperto alla possibilità di una «coalizione dei volenterosi», in cui un gruppo di Stati membri contribuisca con mezzi militari su base ad hoc, senza coinvolgere l’intera Unione. Una soluzione intermedia che permetterebbe a chi lo desidera di rispondere alle richieste di Washington e di proteggere le rotte energetiche, lasciando spazio a chi, come la Germania, rifiuta l’idea di un dispiegamento nello Stretto.
L’Europa tra crisi energetica e autonomia strategica
La crisi di Hormuz arriva mentre l’Ue è ancora alle prese con le ferite della guerra in Ucraina e con il dibattito sull’autonomia strategica, dal riarmo alla sicurezza degli approvvigionamenti. Se sulla carta esiste un consenso sulla necessità di difendere la libertà di navigazione e il commercio marittimo, nei fatti i Paesi membri restano divisi su come farlo, su quali strumenti usare e su quanto allinearsi alle richieste americane.
Nel breve termine, Bruxelles è chiamata a una scelta complessa: limitarsi a rafforzare Aspides nel Mar Rosso, tenendo Hormuz fuori dal mandato, oppure compiere il passo ulteriore di estendere la missione o creare una nuova struttura dedicata allo Stretto. In ogni scenario, la sfida per l’Unione sarà conciliare la difesa dei propri interessi energetici con il rischio di essere trascinata in un conflitto regionale aperto, mantenendo al tempo stesso una voce credibile nei negoziati con Teheran e nel rapporto, sempre più esigente, con Washington.
Elodie Dubois
Foto © Aqreqator, The Times, Parliamentary Assembly, European Union













