Esperti Nato e Polizia Postale analizzano l’impatto psicologico e strategico delle manipolazioni digitali sulle opinioni pubbliche occidentali
«L’inquinamento intenzionale del dibattito pubblico con l’intento di eterodirigere le nostre elezioni è un problema fondamentale per l’Italia e per tutti i Governi occidentali. Si stanno costruendo meccanismi per rispondere, ma la risposta reale e strutturata ancora non c’è. La soluzione potrebbe essere quella di creare delle capacità diffuse nella cittadinanza formandola a riconoscere determinati campanelli d’allarme, sin dalla giovane età». È quanto ha dichiarato Ivano Gabrielli, direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, in apertura dei lavori del convegno “Cognitive warfare: technology threats impacting our cognitive ability” organizzato dalla John Cabot University, nell’ambito delle Kushlan Lectures, in collaborazione con Polizia Postale.
Al centro del convegno, una formazione di alto livello per ufficiali della Polizia Postale e per studenti e docenti della Jcu sul nuovo mezzo di conflitto tramite cui le democrazie occidentali vengono attaccate dai rivali globali: la guerra cognitiva.
Ad aprire nuovi scenari, la professoressa Janet Blatny, consigliere speciale della Nato:
«L’utilizzo di agenti IA – ha affermato – «porta molti benefici in ambito di efficienza, ma anche pericoli celati dietro una risposta apparentemente oggettiva. Ad esempio, immaginate un’IA come chat gpt che dà risposte agli utenti in linea con la narrativa russa dei conflitti globali: quanta disinformazione e influenza anti-occidentale possono derivare da ciò?».
Queste operazioni d’influenza sono i famosi Fimi: «foreign information manipulation and interference» – ha proseguito Blatny – «sono deliberati attacchi nell’ambito di guerra cognitiva per influenzare la popolazione chiamata al voto. Nel 2025, su 540 incidenti Fimi analizzati dal Servizio europeo per l’azione esterna, il 30% è attribuibile alla Russia, il 6% alla Cina e il resto rimane non identificato».
Gli impatti psicologici sono stati affrontati dalla professoressa Anna Maria Giannini, direttrice del Dipartimento di Psicologia dell’Università La Sapienza: «Un elemento fondamentale della guerra cognitiva» – ha spiegato – «è il conflitto cognitivo, che risulta spesso in incertezza causata da esposizione a diverse versioni dello stesso evento sui social media. Il pericolo qui è la tendenza dell’individuo a scegliere la versione che più si sposa con le sue convinzioni precedenti, generando una polarizzazione crescente riguardante non solo le opinioni ma anche le interpretazioni della realtà».
«Conflitti cognitivi, incertezza, paradossi tra informazioni tra loro confliggenti, ambiguità delle notizie» – ha insistito la prof.ssa Giannini – «causano nel soggetto esposto una condizione di stress e di sovraccarico cognitivo. Il cittadino non sa più cosa è vero e cosa no, cosa è scienza e cosa è opinione, deve verificare ogni singola informazione: una lunga condizione di questo tipo può provocare psicosomatismo, ansia, sensazioni di inadeguatezza, persino intaccare la capacità decisionale».
Il convegno è stato moderato da Nicole Tholens, professoressa associata di relazioni internazionali alla John Cabot University, e introdotto dai saluti istituzionali del presidente della JCU Franco Pavoncello.
Andrea Catalini













