Esperti a confronto a Roma su conflitti intrecciati, strategia russa, ruolo europeo e nuovi equilibri politici dopo il voto in Ungheria
Quando tre conflitti diventano guerra mondiale? È la domanda posta dalla prof.ssa Emilia Zankina, rettrice della Temple University, Rome Campus durante il convegno “War in Ukraine After Four Years” organizzato dalla John Cabot University in collaborazione con il Guarini Institute for Public Affairs e la Temple University, Rome Campus. Il convegno è stato moderato da Diego Pagliarulo, professore associato di Scienze Politiche presso la John Cabot University.
«Un’importante questione» – ha affermato – «riguarda il modo in cui la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022, sia collegata a quanto sta accadendo a Gaza e in Iran. La guerra in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz hanno infatti indotto Trump a dichiarare che è ormai giunto il momento di acquistare nuovamente gas e petrolio russi; mentre a livello mediatico la guerra a Gaza e quella in Iran hanno ormai preso il sopravvento rispetto alla copertura della guerra in Ucraina. Ci troviamo dunque di fronte a ben tre conflitti che coinvolgono potenze di primissimo piano. E allora mi chiedo: quando tre guerre diventano una guerra mondiale? E quanto siamo lontani da una guerra dei droni – forse non nucleare, ma una guerra dei droni e dell’intelligenza artificiale – che diventi una Terza Guerra Mondiale?».
I temi del convegno
Al centro del convegno, le radici storico–identitarie del conflitto russo-ucraino, le sue implicazioni per l’Unione europea e la Nato e i possibili scenari futuri, sullo sfondo dei conflitti in corso a Gaza e in Iran.
Ad aprire i lavori, Andreas Umland, policy fellow presso lo European Policy Institute in Kyiv (EPIK), che pone subito una domanda provocatoria: «Perché la guerra sta ancora continuando nonostante la Russia stia perdendo la propria infrastruttura energetica, i suoi partner commerciali in Europa e decine di migliaia di soldati che cadono in battaglia?».
La risposta, a suo avviso, risiede in un’ideologia pan-russa profondamente radicata. «L’idea prevalente a Mosca è che la Nazione russa non si limiti affatto alla sola Federazione, ma includa anche gli ucraini e i bielorussi»: una visione secondo cui «la Nazione bielorussa e la Nazione ucraina non esistono come entità indipendenti» e che di conseguenza siano vittime di «un approccio da usurpatore – quello russo – che tenta di assimilare altre Nazioni indipendenti all’interno della propria».
Umland smonta poi la narrativa che individua nell’ipotetico futuro ingresso ucraino nella Nato e nell’Unione europea le cause del conflitto: il caso della Moldavia, «formalmente neutrale ma con truppe russe illegali e non gradite sul proprio territorio», e quello della Finlandia – entrata nell’Alleanza atlantica nel 2023 senza reazioni militari russe – mostrano che «ciò che sta dietro questa guerra è principalmente l’ideologia pan-russa».
Il contesto europeo
Zankina ha quindi allargato lo sguardo al contesto della politica interna europea, evidenziando come Putin «miri a fomentare divisioni all’interno delle politiche domestiche europee, preferendo un’Europa disunita e quindi più facile da influenzare». In questo senso si inserisce anche il sostegno del Cremlino – talvolta finanziario – a partiti populisti, con «flussi finanziari soprattutto in prossimità delle elezioni europee» – con riferimento esplicito a Marine Le Pen nel 2014 – che contribuiscono ad accentuare le fratture tra posizioni filoeuropee ed euroscettiche. La guerra diventa così un tema di politica interna: dalla gestione dei rifugiati ucraini, talvolta percepiti come «più tollerabili rispetto ad altri perché cristiani e bianchi», fino al costo delle sanzioni e dell’energia.
Gli scenari politici
In chiusura, Federigo Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs, ha sottolineato come la recente vittoria elettorale di Péter Magyar in Ungheria – frutto di elezioni «sorprendentemente trasparenti e libere» – potrà – «alterare completamente gli equilibri della guerra», riducendo lo spazio politico per posizioni filorusse in Europa e rafforzando una linea più compatta a sostegno di Kyiv. Un esito che si preannuncia come «un risultato che comporterà effetti molto benefici per l’Ucraina, non per la Russia» dal momento che «Putin si trova ora senza un grande alleato».
Eleonora Gimmelli













