Dentro il silenzio, oltre le mura

0
393
Buddha dentro Girolami

Un viaggio tra meditazione e detenzione che esplora la libertà interiore attraverso esperienze reali nelle prigioni italiane e americane

“Il luogo dove ero andato a insegnare è diventato un luogo dove ho cominciato a imparare”. Principia così il suo libro, Buddha dentro. Insegnamenti Zen per chi si sente prigioniero (Ubiliber, pp. 219, Euro 12), Dario Doshin Girolami, in cui racconta l’esperienza di insegnamento della meditazione nelle carceri italiane e statunitensi.

Figura di rilievo nel panorama buddista italiano e nella diffusione dello Zen Sōtō, l’autore appartiene a una famiglia che ha dato tanto al cinema italiano – è figlio del regista Marino Girolami, fratello del regista Enzo G. Castellari e dell’attore Enio Girolami, nipote del regista Romolo Guerrieri -, percorso che avrebbe egli stesso intrapreso se la sua traiettoria non avesse imboccato una strada diversa: là dove i suoi familiari costruivano immagini per gli occhi altrui, Dario Girolami ha scelto di lavorare sull’immagine interiore, sulla percezione silenziosa di sé. Docente universitario, è fondatore e abate del Centro Zen L’Arco Zenmon Ji di Roma, dove insegna Zen e Tai Chi Chuan, nonché responsabile del network europeo dei cappellani buddisti. Per la sua testimonianza ha scelto un titolo programmatico: “Buddha dentro” è un’affermazione dottrinale prima ancora che scelta editoriale.

Il concetto di “prigione”

Nella tradizione Zen, in particolare nello Zen Sōtō fondato da Dōgen Zenji nel XIII secolo, la nozione di Buddhanatura (busshō) è centrale: ogni essere senziente la possiede, non è qualcosa da raggiungere ma da riconoscere. Il sottotitolo, “Insegnamenti Zen per chi si sente prigioniero”, dilata il concetto di “prigione”, contesto dell’arco narrativo, ben oltre le mura fisiche, trasformandolo in metafora universale: siamo prigionieri delle nostre abitudini mentali, dei nostri (pre)giudizi, delle nostre paure, dei nostri schemi cognitivi ed emotivi: “La realtà, infatti, è che in qualche modo siamo tutti detenuti. Come insegna il Buddha, siamo tutti prigionieri di rabbia, odio e illusione”.

Questa doppia valenza, concreta e metaforica, struttura il libro. Girolami entrò per la prima volta nella casa circondariale di Rebibbia sedici anni fa, con una proposta insolita: insegnare a meditare in carcere. Da quel primo incontro in un “dedalo di sbarre e cemento”, la pratica di cappellano e insegnante Zen si è intrecciata con la vita dei detenuti, dando luogo a una riflessione sull’autentico significato della libertà che difficilmente poteva nascere in tutta la sua urgenza in un’aula o in un monastero: il suo è anche il racconto di un percorso di crescita interiore.

I tre livelli narrativi

La scrittura si sviluppa su tre piani narrativi e dottrinali. Il primo è autobiograficotestimoniale: Girolami si sofferma sulle esperienze vissute nel penitenziario romano e nel famigerato istituto di detenzione americano di San Quentin, presentando le storie che emergono nei corsi di meditazione, i problemi psicologici di chi vive incarcerato a volte per l’intera vita. Questo piano àncora la narrazione alla realtà concreta, impedendo scivolamenti nell’astrazione concettuale.

Il secondo livello richiama i testi classici e i kōan, che introducono tematicamente i quattordici capitoli. Strumento di pratica meditativa, il kōan consiste in un’affermazione paradossale o in un racconto usati per favorire la meditazione e risvegliare una profonda consapevolezza: destabilizza il pensiero razionale e apre alla comprensione diretta. Faro sono i grandi maestri: Dōgen Zenji (XIII sec.), fondatore della scuola Sōtō giapponese, e Shunryū Suzuki-Roshi (1904–1971), il maestro giapponese che portò lo Zen Sōtō in America e fondò il San Francisco Zen Center, dove Girolami ha ricevuto la sua formazione. Due riferimenti non casuali: Dōgen rappresenta il rigore filosofico e dottrinale della tradizione, Suzuki-Roshi la sua trasposizione in Occidente con uno stile accessibile e quasi conversazionale: il suo Mente zen, mente di principiante è tra i testi Zen più letti al Mondo.

Il terzo piano è riflessivoetico: ogni capitolo diventa occasione per riesaminare e scardinare i nostri preconcetti su bene e male, colpa e innocenza, libertà e prigionia. Il carcere si configura quindi come un laboratorio esistenziale di estrema radicalità: lì dove la limitazione fisica è assoluta, la libertà interiore diviene un bisogno ineludibile, l’invito al riconoscimento della “natura illuminata” presente in ciascuno – detenuti inclusi, forse soprattutto loro – acquisisce una valenza che esonda la spiritualità individuale.

Stile e collocazione editoriale

L’andamento narrativo è tipico dei migliori autori di saggistica spirituale: non tecnicistico, ma capace di coniugare la precisione terminologica della consuetudine dottrinale (mediante puntuali riferimenti filologici) con una voce limpida e vibrante, testimonianza di una fede nella scintilla di luce che ognuno reca in sé. La sua autorevolezza non deriva da un’ostentata erudizione, ma dal vissuto concreto maturato tra le mura di un carcere.

L’opera si inserisce quindi in un filone piuttosto frequentato dall’editoria buddista occidentale: l’ascesi come strumento di trasformazione nelle situazioni di reclusioneShu Pui KwongFleet Maull – fondatore del Prison Dharma Network e lui stesso ex detenuto – e altri autori anglofoni hanno esplorato territori simili, ma spesso da una prospettiva più pragmatica e meno legata alla tradizione ascetica.

Distante da una religiosità superficiale, il lavoro di Girolami offre una testimonianza saldamente ancorata alla disciplina monastica; un testo che parla al praticante Zen interessato ai risvolti sociali della propria via, ma anche al lettore laico in cerca di una libertà interiore autentica. Un limite potenziale, peraltro comune a questo genere di pubblicazioni, è il rischio di un’eccessiva centralità dell’episodio soggettivo a scapito di una ricerca più informata del contesto carcerario italiano e delle sue criticità strutturali; ma questa è presumibilmente una scelta consapevole, poiché lo Zen diffida delle valutazioni metodiche, privilegiando l’attestazione immediata, l’aneddoto rivelatore.

Sapienza e conoscenza

In conclusione, Buddha dentro è un libro di indubbio interesse per la solidità dottrinale dell’autore, l’autenticità della sua voce, la radicalità del contesto in cui l’esame critico ha avuto origine. La forza persuasiva che promana dalle sue pagine risiede nell’intreccio tra sapienza secolare e la conoscenza pratica di chi è entrato in un carcere per insegnare e ne è uscito avendo appreso qualcosa di essenziale su di sé, una tessitura interiore che Girolami intreccia da decenni, con ammirevole coerenza.

 

Giuseppe Costigliola

Foto © AI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui