Iran, il boia non si ferma

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Il sacrificio delle gemelle Taraneh e Romina Rahimi simbolo di una generazione che non si piega alla repressione

L’Iran sta vivendo una delle stagioni più buie e sanguinose della sua storia recente. Sotto l’incubo di una teocrazia che svela ogni giorno il suo volto più spietato, il Paese si è trasformato in un teatro di repressione sistematica dove la vita umana non ha alcun valore di fronte al mantenimento del potere. A quasi quattro anni dall’uccisione di Mahsa (Jina) Amini, morta il 16 settembre 2022 sotto la custodia della “polizia morale” per un ciuffo di capelli fuori dal velo, il regime ha intensificato la presa sul Paese, trasformando la magistratura e i corpi di sicurezza in una macchina da guerra contro i propri cittadini. A soffrire sono soprattutto i giovani, una generazione che chiede unicamente dignità, diritti e un futuro libero, scontrandosi con la brutalità di un sistema che risponde a ogni piazza con la corda del boia.

Oltre 500 le esecuzioni dall’inizio del 2026

Consapevole che la memoria della giovane curda continua a rappresentare la scintilla di una rivoluzione mai sopita, il regime ha scelto di prevenire ogni forma di dissenso attraverso la politica del terrore preventivo. I dati che la rete di monitoraggio della Iran Human Rights Society e le organizzazioni internazionali hanno raccolto tracciano il perimetro di un vero e proprio massacro di Stato: dall’inizio del 2026 a oggi le autorità hanno eseguito più di 500 condanne capitali, di cui almeno 29 si collegano direttamente alle manifestazioni anti-governative esplose all’inizio dell’anno.

Tra le vittime si contano almeno 16 donne. I giudici utilizzano accuse generiche e pretestuose come moharebeh (“inimicizia contro Dio”) per giustiziare a ritmo continuo ragazzi e ragazze, mentre oltre 70 persone rischiano imminente la pena di morte nella sola Città di Isfahan. Le prigioni di Stato inghiottiscono migliaia di manifestanti in condizioni di isolamento, privi di assistenza legale e sottoposti a maltrattamenti inenarrabili.

Il dramma delle gemelle di Isfahan

In questo quadro di spietata repressione si inserisce la tragica vicenda di Taraneh e Romina Rahimi, due gemelle di Isfahan non ancora ventenni. Studentesse liceali senza alcun passato politico o militanza, il loro unico “crimine” è stato quello di scendere in strada tra l’8 e il 9 gennaio a piazza Shohada per unire la propria voce a quella di migliaia di coetanei. A febbraio, agenti del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran) hanno fatto irruzione di notte nella loro abitazione, legandole, incappucciandole e deportandole nel carcere di Dowlatabad.

Per quattro lunghi mesi la madre, Marzieh Nourmohammadi, che le ha cresciute da sola, ha vagato nell’oscurità e nel silenzio tra ospedali, tribunali e uffici statali senza ricevere alcuna notizia. Quando a maggio la donna ha ottenuto finalmente il permesso di visitarle, agli occhi della madre è apparsa una scena agghiacciante: non riconosceva più le due figlie. Le ragazze presentavano volti gravemente gonfi, lividi su tutto il corpo, gomiti, nocche e piedi rotti, e il cuoio capelluto lacerato perché gli aguzzini le avevano trascinate per i capelli da una cella all’altra durante gli interrogatori.

Torture, minacce e sentenze farsa, il verdetto del Tribunale di Isfahan

Le indicibili torture fisiche e psicologiche del personale del carcere di Dowlatabad hanno segnato la permanenza delle due ragazze nella struttura. Taraneh, mentre era in isolamento, è stata costretta dagli aguzzini ad ascoltare le urla della sorella nelle celle adiacenti. Gli è stata concessa solo un’assurda alternativa: firmare una confessione estorta o guardare la gemella Romina subire una violenza sessuale davanti ai suoi occhi. Perfino all’infermeria del carcere, a cui giungevano le richieste di aiuto della giovane per le ferite riportate, le guardie hanno risposto con gelido cinismo: «Comunque ti giustizieremo: che tu muoia dal dolore alla gamba o che tu muoia paralizzata, che differenza fa?».

Sebbene in aula gli avvocati abbiano evidenziato come gli aguzzini avessero strappato le ammissioni sotto tortura e in assenza di qualsiasi prova di atti di violenza, il 13 luglio il giudice ha celebrato un processo farsa a porte chiuse a cui la madre non ha potuto nemmeno assistere. Il primo settembre è giunta la sentenza del Tribunale Rivoluzionario di Isfahan: condanna a morte per impiccagione per Taraneh con l’accusa di moharebeh, e 25 anni di reclusione per Romina. Una sproporzione e un’arbitrarietà che violano persino le stesse leggi iraniane, calpestando i termini di ricorso previsti e negando ogni basilare assistenza medica a Taraneh, che il regime lascia soffrire in cella con traumi agli arti e gravi problemi respiratori.

I tentacoli del regime all’estero: messaggi intimidatori negli Usa

La repressione della teocrazia iraniana non si arresta ai confini nazionali, ma cerca di estendere la propria ombra d’intimidazione fino all’estero. Come ha rivelato un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, account anonimi hanno preso di mira Masoud Iran gemelle Taraneh e Romina RahimiNourmohammadi, cugino delle gemelle residente nello Utah (Usa), inviandogli messaggi intimidatori via sms e sui social network per tentare di silenziarne la denuncia. Spiegando la palese innocenza delle sue cugine, Nourmohammadi ha infatti evidenziato come l’obiettivo del regime sia proprio quello di colpire persone specchiate e prive di colpe per diffondere un terrore capillare: «Credo che vogliano incutere paura nella popolazione, per dire: “guardate, non importa quanto siate perbene, non importa quanto siate innocenti, possiamo arrivare a voi. Quindi non scendete più in piazza”».

La risposta dell’Italia e la mobilitazione delle piazze

Di fronte all’incessante escalation di violenza, la risposta della comunità internazionale e della società civile italiana continua a farsi sentire. Nelle principali piazze italiane, da Roma a Milano, la diaspora iraniana insieme ad associazioni per i diritti umani e cittadini si ritrova regolarmente in presidi, cortei e fiaccolate. Le piazze italiane sono diventate un fondamentale avamposto per dare voce a chi il regime mette al silenzio in Iran, portando in alto le foto di Taraneh, Romina e di tutte le vittime delle autorità. Con lo striscione e lo slogan “Donna, Vita, Libertà”, le manifestazioni chiedono a gran voce che le istituzioni europee e nazionali adottino una posizione di fermezza, senza cedere a compromessi diplomatici o economici di fronte al calpestamento dei diritti umani fondamentali.

Il dovere del giornalismo: illuminare il buio per scuotere le coscienze

Di fronte a un regime che chiude i confini, oscura la rete internet e persegue chiunque tenti di testimoniare la verità, il lavoro dell’informazione e del giornalismo assume una responsabilità etica, storica e civile primaria. Raccontare vicende come quella delle gemelle Rahimi non è un semplice esercizio di cronaca estera, ma un atto di resistenza contro l’oblio e la complicità del silenzio. In queste situazioni il compito del giornalista è quello di dare un nome, un volto e una dignità alle cifre, la comunicazione può impedire che la società riduca le oltre 500 esecuzioni a fredde statistiche, restituendo umanità e voce a storie spezzate come quelle di Taraneh e Romina.

Bisogna smascherare la propaganda e le violazioni dei diritti, documentare le torture, i processi farsa e le estorsioni di confessioni, affinché la comunità internazionale non possa fingere di non sapere. È necessario sollevare le coscienze e abbattere l’assuefazione. L’informazione ha il delicato compito di scuotere l’opinione pubblica dal rischio dell’indifferenza, mostrando che la battaglia per la libertà delle donne e dei giovani iraniani riguarda i valori universali dell’essere umano.

Ludovico Bruna

Foto © Casa dei giornalisti, AI

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